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SUGGESTIONI ANTROPOLOGICHE DAL SINODO DELL’AMAZZONIA

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Il Sinodo per l’Amazzonia, oltre a essere figlio dell’enciclica Laudato si’, è frutto di un’ispirazione maturata nella mente e nel cuore di papa Francesco sin dal 2015. Così almeno secondo il card. Hummes, presidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) e relatore generale al Sinodo (cfr. intervista in La Civiltà Cattolica, q. 4052/2019). Da quel momento il papa ha iniziato a parlare con vescovi e conferenze episcopali dei paesi amazzonici, fino a perfezionare l’idea del Sinodo, convocato nel 2017.

Il Sinodo, se verrà tradotto in azioni concrete, porterà notevoli cambiamenti nella Chiesa dell’Amazzonia e nel suo rapporto con i popoli originari, ma non solo. Il Sinodo va interpretato anche come kairós, tempo propizio, non solo per l’Amazzonia, che vive un’emergenza ecologica, umana, sociale e culturale, ma anche per i suoi risvolti mondiali, senza precedenti nella storia.

UN SINODO DI ASCOLTO

Il primo dato interessante – e innovativo – del Sinodo è senz’altro il coinvolgimento di tante persone e comunità ecclesiali di base, parrocchie, diocesi, esperti, università, attraverso incontri, dibattiti e consultazioni. Si calcolano in quasi 100mila le persone che hanno contribuito alla stesura dell’Instrumentum laboris, pubblicato nel maggio scorso. Grazie soprattutto alla Repam, che si è messa in ascolto  della base sulle problematiche emergenti in ambito ecologico ed ecclesiale (ministeriale). Un ascolto fortemente innovativo, “democratico” (sinodale), in un periodo di crisi della democrazia in molti Stati, in sintonia con la volontà di riforma della Chiesa di papa Francesco.

LA PAROLA ALLA PERIFERIA

Il secondo aspetto rilevante è la volontà di dare la parola alla “periferia” della Chiesa al “centro”, a Roma, dove appunto si è svolto il Sinodo. La periferia ha parlato a Roma e da Roma, rivolgendo la sua voce a tutta la Chiesa e al mondo intero. Roma è diventata luogo di ascolto di esperienze periferiche e di frontiera. La Chiesa si è trasformata, o quantomeno ha intrapreso un cammino di conversione: da “indigenista”, che considera i popoli indigeni oggetto di pastorale, a “indigena”, che li vede invece come protagonisti della propria esperienza di fede.

Forte è il richiamo alla necessità che la pastorale sia messa in mano agli indigeni, assecondando le vocazioni locali, insistendo perché tutte le congregazioni passino dalla “pastorale della visita” alla “pastorale della residenza”. Per usare i termini della ricerca antropologica, si potrebbe dire: passare dall’osservazione partecipante alla partecipazione osservante, condividendo storia e vita delle popolazioni amazzoniche.

AMAZZONIA LUOGO DI BELLEZZA

Terzo aspetto rilevante – ma anche struggente – è il riconoscimento dell’Amazzonia come luogo di bellezza, ricchezza e bio-diversità, oltre che di dolore e violenza a tutti i livelli, bersaglio di attacchi alla natura, attraverso un’economia di rapina, progetti non sostenibili a livello ambientale, agricoltura di sfruttamento, monoculture impoverenti, danni dell’industria estrattiva, progetti minerari. Questo grido della terra è il grido dei poveri che da questo squilibrio escono vittime: della  tratta di esseri umani, del narcotraffico, del traffico illegale di armi, della criminalità locale, dei gruppi armati illegali, dell’urbanizzazione incontrollata, della corruzione, della criminalizzazione dei movimenti di difesa dei diritti umani e del territorio. Molti sono i martiri di questa lotta anche tra i preti, i missionari, i religiosi e le religiose, i laici e i sindacalisti. In questo senso, va recepita l’introduzione del concetto di “peccato ecologico”.

AMAZZONIA LUOGO DI MIGRAZIONE

Ampio è lo spazio dedicato alla migrazione che in Amazzonia si articola su tre livelli: la mobilità di gruppi indigeni in territori a circolazione tradizionale; lo spostamento forzato di popolazioni indigene. Tra queste, i circa cento Popoli in isolamento volontario (Piav); la migrazione internazionale e i rifugiati, i  migranti vittime di tratta.

Si parla anche di diritto alla città, tema già toccato dalla Laudato si’. Il 70/80 per cento della popolazione amazzonica (circa 33 milioni e 600mila abitanti, di cui 2-2,5 milioni indigeni) risiede nelle città. La questione dell’urbanizzazione comprende anche la trasmissione di uno stile di vita modellato dalle metropoli che provoca mutamenti di abitudini, perdita di tradizioni, cambiamenti culturali, religiosi, familiari. Tutto questo genera crisi di identità, impoverimento, emarginazione. Per questo, il Documento finale (nn. 39-40) esorta a creare équipe missionarie itineranti, che si occupino della pastorale d’insieme nelle periferie. Ma lancia anche un appello agli Stati al fine di  creare un fondo per la tutela e il risarcimento dei popoli che vivono in Amazzonia. Il ruolo del bioma Amazzonia nell’ecosistema globale è di vitale importanza, tutti gli Stati devono concorrere alla sua tutela, smettendo di considerare l’Amazzonia come una dispensa inesauribile.

NUOVI CAMMINI DI CONVERSIONE CULTURALE

Il terzo capitolo del Documento finale (Nuovi cammini di conversione culturale) è quello che richiama di più l’attenzione dell’antropologia. Conversione è la parola chiave di tutto il documento e “nuovi cammini” è la proposta di un percorso lungo e non facile. La Chiesa indigena non si fa per decreto.

La Chiesa riconosce che nella sua storia ha adottato anche politiche pastorali in linea con il colonialismo delle varie epoche. Ma, sin dall’inizio, ha avuto anche uomini e donne che si sono battuti per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, per la tutela delle loro lingue, culture, spiritualità. Oggi la Chiesa – e qui torna il concetto di kairós – ha l’occasione storica di sganciarsi da politiche coloniali, per una conversione culturale che porti il cristiano ad andare incontro all’altro per imparare da lui (cfr. n. 41). La Chiesa si impegna ad essere alleata delle popolazioni indigene, denunciando gli attacchi perpetrati contro la loro vita, i progetti di sviluppo etnocidi ed ecocidi, la criminalizzazione dei movimenti sociali.

Bisogna quindi rispettare i diritti all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori e alla consultazione preventiva, libera e informata dei popoli indigeni (a tutt’oggi circa 130), anche di quelli in isolamento volontario o in isolamento e contatto iniziale (Piaci).

CENTRI DI RICERCA

A questo scopo vanno creati centri di ricerca, che studino e raccolgano le tradizioni, le lingue, le credenze, le medicine naturali, oltre che le aspirazioni dei popoli amazzonici. La formazione dei diaconi deve includere “discipline che si occupano di ecologia integrale, eco-teologia, teologia della creazione, teologie indie, spiritualità ecologica, storia della Chiesa in Amazzonia, antropologia culturale amazzonica…” (n. 108). Anche la liturgia va rinnovata “valorizzando la visione del mondo, le tradizioni, i simboli e i riti originali, che includono la dimensione trascendente comunitaria ed ecologica” (116). Nella Chiesa Cattolica esistono 23 riti liturgici, segno di una volontà di parlare il linguaggio di tante realtà differenti.

CONVERSIONE ALL’ECOLOGIA INTEGRALE

La conversione all’ecologia integrale è, infine, il messaggio che pervade tutto il documento. Eredità piena della Laudato si’, l’unico cammino possibile per la Chiesa, che deve far nascere un atteggiamento che colleghi la cura pastorale della natura alla giustizia per i più poveri e svantaggiati della terra. L’ecologia integrale ha il suo fondamento nel fatto che tutto è “intimamente connesso”(LS 16). Per questo motivo l’ecologia e la giustizia sociale sono intrinsecamente unite. La vita piena, la connessione armonica dei rapporti tra acqua, territorio e natura, vita comunitaria e cultura, Dio e le varie forze spirituali, il buon vivere. Questo è il messaggio che i popoli indigeni ci mandano attraverso il Sinodo. La Chiesa si sente quindi chiamata ad intraprendere una conversione integrale che tocchi la sua pastorale, i suoi ministeri, la sua “politica”, partendo dalle strutture sinodali regionali articolate nel Cepam (Consiglio episcopale panamazzonico) e nella Repam.



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