Stiamo attenti al “come”della missione
CONTINUIAMO LA RUBRICA INIZIATA IN FEBBRAIO CON L’ARTICOLO “LA MISSIONE NON CHIEDE SOLO AGGIUSTAMENTI PASTORALI”.
Due grossi problemi dovrebbero preoccupare le nostre comunità. Il primo riguarda il “perché” della missione.
Si tratta di percepire il senso di essere chiesa, il perché si è cristiani: non è un semplice fatto privato, ma essere coinvolti nella passione stessa di Dio per l’uomo, come Cristo e in lui, a servizio della Comunione che Dio ha progettata e già offerta a tutti gli uomini. Siamo ancora troppo lontani da questa autocoscienza di chiesa e di cristiano. C’è molto da lavorare perché sia avvertita e accolta, come una vera e propria vocazione.
Il secondo problema riguarda il “come” della missione. Oggi si parla tanto di chiesa missionaria e della necessità di superare la mentalità di “conservazione”. È giusto, ma quando quest’insistenza non è accompagnata dalla preoccupazione di una nostra seria conversione al Vangelo, viene il sospetto che la missione sia intesa come sinonimo di conquista: quasi una sottile ricerca di un nuovo protagonismo ecclesiale, una voglia di avere peso e di contare nella nostra società. Magari inconsciamente, la missione può essere ritenuta a servizio di questo sogno. Sarebbe la negazione della missione. Questa, infatti, non è una strategia in vista di qualche fine, ma è innanzitutto una forma di vita: solo nella misura in cui essa è secondo il Vangelo, è sale e luce, come Gesù intendeva la comunità dei suoi discepoli.
Vale la pena ricordare, allora, come dopo il lungo periodo dell’era dei Lumi, in cui anche la missione ha subìto un forte influsso del protagonismo umano, in questi decenni sia la prassi missionaria che la teologia, incoraggiate dal concilio, stanno compiendo un passaggio verso un nuovo modello di missione, che comporta una triplice conversione:
- il decentramento dall’io a Dio (la missio Dei): il protagonista della missione è lo Spirito del Signore risorto; il suo orizzonte è il Regno di Dio; e il suo stile è quello di Cristo;
- la riscoperta dell’altro: è un soggetto che interagisce, non solo l’oggetto della mia azione. Da qui: la chiesa per gli altri e con gli altri; l’ecumenismo, il dialogo con i credenti delle altre religioni; il rispetto dell’alterità di ciascuna persona e di ciascun gruppo;
- la considerazione del contesto, cioè di tutte le dimensioni della persona e delle sue relazioni storico culturali religiose economiche.
Le pagine che seguono parlano delle relazioni con i musulmani e con i cristiani di altre confessioni.
L’attuale contesto internazionale non facilita una serena visione dei rapporti con i musulmani e certe prospettive sono inedite per il nostro paese. Ma un lungo cammino è stato fatto, a livello teologico e a livello di prassi: riteniamo utile segnalarlo e invitare a ripercorrerlo, con la sapiente e sperimentata guida di mons. Teissier.







