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Stephen Kim, Il profeta Giona della Corea

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Un anno fa, il 16 febbraio 2009, se n’è andato uno dei “giganti” della Chiesa Cattolica in Asia, il card. Stephen Kim. Una personalità che ha segnato la storia della sua Chiesa e del suo paese, la Corea. Primo cardinale coreano, a soli 46 anni, pur non avendo partecipato al Concilio Vaticano II, ne è stato il grande interprete e promotore, invitando la propria Chiesa ad essere fedele ai suoi insegnamenti mettendosi al servizio dei poveri. È giunta l’ora per la Chiesa in Corea, affermava nel messaggio inaugurale come arcivescovo di Seoul, di “abbattere gli alti muri, dietro i quali si è barricata, per andare al cuore della società”. L’entrata della cattedrale Myeongdong è rimasta fino ad oggi il luogosimbolo delle manifestazioni popolari, spesso occupata da dimostranti di ogni genere, il più delle volte non appartenenti alla Chiesa, ma impegnati nelle cause della democrazia e dei diritti umani.

Il cardinale Kim Sou-hwan nacque nel 1922 a Taegu, in Corea, prima che il paese, che era ancora una colonia giapponese, diventasse indipendente. Scontento e frustrazione caratterizzavano la sua vita, come quella di molti altri suoi giovani connazionali, a causa della dominazione straniera. In particolare, l’uso del coreano era fortemente limitato e al paese veniva imposta una cultura estranea. Allevato in una famiglia cattolica praticante, visse fino in fondo l’atmosfera religiosa in cui era immerso.

Entrato nel seminario minore Dong Seung a Seoul, pur non avvertendo alcuna vocazione, ma perché così aveva voluto sua madre, tentò di uscirvi, senza successo. Una volta raccontò la seguente storia circa la sua esperienza a scuola. Un giorno avrebbe dovuto aver luogo un esame di etica.

Naturalmente Kim si preparò pensando di dover rispondere a domande su qualche filosofo occidentale o orientale, o sugli insegnamenti di qualche illustre studioso. Ma nessuna domanda del genere apparve sul questionario d’esame. Al suo posto, un quesito che nessuno aveva previsto: quali impressioni avevano i coreani, sottomessi all’imperatore giapponese, di una lettera che quest’ultimo aveva indirizzato loro?

Quando Kim lesse la domanda, provò un forte sentimento di ostilità, rispondendo con due semplici frasi: “Primo, non sono sottomesso all’imperatore, secondo, non ho impressioni”. A causa della sua risposta, Kim fu convocato nell’ufficio del preside e severamente ammonito. Si può facilmente intuire, attraverso questo piccolo incidente, il livello di rabbia e di volontà di lotta contro l’occupazione giapponese che albergavano nel cuore del giovane Kim!

Lo studio in Giappone, esperienza di vita

Più tardi, quando frequentava il seminario maggiore, fu inviato a studiare filosofia in Giappone, alla Sophia University, diretta dai padri gesuiti, dove incontrò una cultura e un modo di vivere giapponesi molto diversi da quelli che aveva conosciuto in patria. Queste nuove circostanze gli consentirono di sviluppare una prospettiva culturale molto più vasta. Frequentando l’Università, Kim si rese conto che esistevano lati positivi anche nei giapponesi e che c’erano molte cose da imparare da loro. Così, il tempo trascorso in Giappone fu per lui un importante periodo di crescita, che costituì la base per un’educazione molto più vasta. Verso la fine della seconda guerra mondiale fu costretto (tra gli altri, dal vescovo di Taegu!) a prestare servizio nell’esercito giapponese.

Questa esperienza, dove più volte rischiò la vita senza riportare danni, gli fece comprendere che la mano di Dio l’aveva protetto e aiutato. Così la sua fede, fino ad allora piuttosto tiepida, cominciò a rafforzarsi. Al suo ritorno in Corea, fu ancora una volta coinvolto in un conflitto, la guerra civile tra il Nord e il Sud del paese (1950-53). Kim frequentava allora l’ultimo anno di seminario a Seoul e fu evacuato con gli altri seminaristi a Pusan. Udì molti racconti di preti catturati e uccisi dai comunisti e si convinse che l’essere prete comportava l’offrire la propria vita per gli altri: ciò contribuì a rafforzare la sua vocazione.

Mise da parte i suoi dubbi e le sue preoccupazioni e fu così ordinato prete (1951).

Fin dall’inizio della sua azione pastorale cercò di essere d’aiuto ai cattolici che vivevano nella più assoluta povertà. Dopo soli due anni e mezzo di servizio in parrocchia, Kim fu inviato in Germania, a Münster, a per perfezionare i suoi studi in sociologia. Vi rimase otto anni, senza conseguire alcun titolo accademico, ma ne ricavò una profonda conoscenza della cultura e della tradizione cattolica europea. Fu anche l’occasione per respirare a pieni polmoni l’aria del Concilio, nel frattempo annunciato e convocato da Papa Giovanni XXIII.

L’influenza determinante del Concilio

Durante il Concilio ebbe modo di osservare i nuovi movimenti e le nuove tendenze che si stavano affermando come risultato delle discussioni dei Padri conciliari su duemila anni di vita e di tradizione cristiana. Così poté prepararsi approfonditamente sui contenuti del Concilio Vaticano II. Nel 1964 tornò in Corea, dove venne nominato direttore di un giornale cattolico locale, il Catholic Shilbo. Il suo incarico gli consentì di far conoscere gli insegnamenti del Vaticano II al popolo coreano. Nel 1966 fu nominato vescovo della diocesi di Masan e nel 1968 arcivescovo di Seoul. Un anno più tardi divenne il primo cardinale coreano.

Nel 1969 intraprese un duro scontro con l’allora presidente Park Chung-hee, che tentava di cambiare la Costituzione per prolungare la propria permanenza al potere. Park proclamò lo stato d’emergenza nel 1972, chiedendo all’Assemblea Nazionale di concedergli poteri eccezionali, una modifica costituzionale che gli avrebbe consentito di legalizzare la sua dittatura. Kim ritenne che ciò avrebbe comportato la fine del sistema democratico. All’inizio, non pensava, come prete, di doversi esprimere sulle questioni politiche e sociali che interessavano la nazione. Ma la dittatura rischiava di portare il paese al disastro ed egli si rese ben presto conto che nessun altro si sarebbe potuto opporre direttamente a ciò che stava accadendo. Così, nel discorso di Natale del 1972, parlò apertamente contro il presidente Park.

La Chiesa si oppose fermamente ai regimi militari antidemocratici degli anni ’70 e ’80, aiutando e proteggendo molte persone impegnate nel movimento per la democrazia che furono arrestate, in alcuni casi addirittura unendosi a loro.


IL PROFETA GIONA DELLA COREA

Negli anni ’70-’80 il cardinal Kim fu criticato all’interno della Chiesa per le sue parole e per le sue azioni. I preti più anziani ritenevano che “la Chiesa dovesse pregare in silenzio per la giustizia nel mondo”, mentre i più giovani insistevano per “una lotta più attiva per la giustizia nella società”.

Fu un periodo molto difficile per lui, in un tempo in cui la Corea stava rapidamente trasformandosi in un paese industriale, con un forte processo di urbanizzazione e di abbandono delle campagne che causava profondi sommovimenti sociali. Non c’erano leader che potessero prendere le difese dei lavoratori sfruttati e degli altri soggetti deboli della società. Molte persone provenienti dalle aree più povere chiesero al card. Kim di aiutarli fornendo loro un rifugio nella Chiesa.

Non essendovi alcun altro leader politico o sociale a cui rivolgersi, ancora una volta Kim sentì di dover fare qualcosa per loro e di doverli aiutare nelle loro difficoltà. Sono convinto che fu attraverso le esperienze della sofferenza per l’occupazione giapponese, della guerra civile e della dittatura militare che Dio diede forma alla persona che in seguito divenne il card. Kim, e che proprio per questo poté compiere tanto bene.

Personalmente, non aveva elaborato grandi progetti né disponeva di una tattica particolare. Venne sempre a trovarsi in situazioni in cui doveva fare un passo avanti, ed era Dio a spingerlo.

Quando ripenso alla sua vita, non posso fare a meno di pensare al profeta Giona.



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