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La sinodalità è una delle parole più in voga negli ambienti ecclesiali oggi, soprattutto da quando sulla cattedra di Pietro siede papa Francesco, che ne ha fatto un impegno programmatico per il futuro della Chiesa cattolica, a partire dal Concilio (1962-1965) e dalla sua stessa esperienza di Chiesa latinoamericana, da Medellín (1968) ad Aparecida (2007), fino al Sinodo per la regione panamazzonica (2019). Impegno che è diventato più sostanzioso da quando il 17 ottobre 2015, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, Bergoglio ha affermato che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Lo ha ribadito anche all’apertura dei lavori della 70ª Assemblea generale dei vescovi italiani il 22 maggio 2017: “Camminare insieme è la via costitutiva della Chiesa; la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio; la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito”. La sinodalità non è dunque una nuova “nota” della Chiesa – oltre alle tradizionali quattro: una, santa, cattolica e apostolica –, ma un principio che le attraversa tutte nei vari momenti della parabola ecclesiale, dalla sua genesi alla sua configurazione ministeriale e sacramentale, fino al suo proiettarsi missionario per raggiungere i confini della terra. Non è perciò una moda passeggera, uno sfizio pastorale dell’attuale vescovo di Roma, ma una dimensione costitutiva della Chiesa, fin dalle sue origini, nonostante abbia subito una lunga eclissi nel secondo millennio cristiano, praticamente fino al Vaticano II.

La forma sinodale dovrebbe, secondo papa Francesco, diventare lo stile con cui si vivono tutte le relazioni tra i credenti, anche a livello ecumenico e interreligioso, il metodo con cui si elabora lo stesso pensiero teologico e si formulano, realizzano e verificano, i progetti pastorali. Senza questo ethos sinodale, sarà più difficile per la Chiesa la conversione pastorale, ma anche scongiurare i vergognosi scandali dell’abuso dei minori, che dipendono in buona parte da un sistema di potere clericale rimasto intatto, nonostante gli impulsi del rinnovamento conciliare, un sistema autoritario incapace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di valorizzare l’apporto specifico e qualificato dei laici e delle donne.

Ma la sinodalità ha qualcosa da dire anche circa la missione, sempre descritta nel Nuovo Testamento come un’azione condivisa, plurale e comunitaria, in cui prevale il noi rispetto all’io, l’insieme rispetto all’individuo. A nessuno, nemmeno all’apostolo Paolo, viene affidato un compito missionario isolato dagli altri e dalla comunità: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto… Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato”. La Chiesa, per sua natura missionaria, è inviata ad extra fuori di sé – non individualmente, ma collettivamente, comunitariamente. Sicché anche la missione può dirsi sinodale, sia nella sua origine trinitaria, sia nella sua espressione ecclesiale, dove il mandato missionario non è affidato a degli individui – e nemmeno a dei gruppi di religiosi specificamente missionari, come avverrà in regime di cristianità –, ma all’intero gruppo dei discepoli di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…”. Per non perdere la bussola, in un mondo sempre più interconnesso, a tutti i livelli, la Chiesa deve essere più sinodale anche nell’annuncio del Vangelo!



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