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Nel suo Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali (29 maggio 2022), papa Francesco ha focalizzato l’attenzione sul verbo “ascoltare”, decisivo nella grammatica della comunicazione, soprattutto in un tempo in cui tutti parlano, molti urlano e tanti preferiscono il rumore al silenzio. Si tratta di una piaga che colpisce sia la sfera privata, sia quella pubblica, “dove, invece di ascoltarsi, spesso ci si parla addosso” e “più che la verità e il bene, si cerca il consenso” e “si è attenti all’audience”. La buona comunicazione, invece, secondo Francesco, “non cerca di fare colpo sul pubblico con la battuta ad effetto, con lo scopo di ridicolizzare l’interlocutore, ma presta attenzione alle ragioni dell’altro e cerca di far cogliere la complessità della realtà”. Per questo è necessario “non fermarsi alla prima osteria”, ma ascoltare più fonti.

È una delle lezioni della pandemia, che ha dovuto fare i conti anche con l’infodemia, cioè con la pioggia di notizie in cui si incrociano e confondono verità e falsità, ipotesi, assiomi, teoremi, e che rende più difficile la gestione dell’emergenza, appunto per la poca credibilità e trasparenza dell’informazione. Per cui, secondo Francesco, in questo tempo ferito dalla pandemia è ancora più urgente “porgere l’orecchio e ascoltare in profondità”. L’imperativo dell’ascolto – sostiene il papa – vale anche per il fenomeno delle migrazioni forzate, una problematica assai complessa, per risolvere la quale “nessuno ha la ricetta pronta”. “Per vincere i pregiudizi sui migranti e sciogliere la durezza dei nostri cuori – scrive ancora il papa –, bisognerebbe provare ad ascoltare le loro storie”, per non avere davanti agli occhi solo dei “numeri”, dei “pericolosi invasori”, bensì “volti e storie di persone concrete, sguardi, attese, sofferenze di uomini e donne da ascoltare”.

Anche nella Chiesa – afferma Francesco nella conclusione del Messaggio – è importante ripartire dall’ascolto: “è il dono più prezioso e generativo che possiamo offrire gli uni agli altri”. E citando il teologo martire Dietrich Bonhöeffer, osserva che “noi dobbiamo ascoltare attraverso l’orecchio di Dio, se vogliamo poter parlare attraverso la sua Parola”. “Chi non sa ascoltare il fratello – commenta il papa – ben presto non sarà più capace di ascoltare nemmeno Dio”. Per cui nell’azione pastorale l’opera più importante è “l’apostolato dell’orecchio”. Va in questa direzione anche il Sinodo dei vescovi, appena lanciato da Francesco, proprio a partire da un cammino di ascolto che coinvolge tutto il popolo di Dio. Ascoltarsi, parlarsi, imparare gli uni dagli altri, ascoltare Dio, ascoltare lo Spirito, sono tutte azioni o momenti del processo sinodale, che non può ridursi ad una mobilitazione, o ad una prova di forza, una tantum. Si tratta, infatti, dello stile della Chiesa, di un principio fondamentale del suo essere, che prevede senz’altro tempi particolari, forti, ritmi diversi, a seconda delle nazioni e delle regioni del mondo, ma che devono far parte dell'ordinarietà. Il processo è avviato e qualcosa di nuovo sta già fiorendo, con creatività, in misura maggiore forse nel Sud, soprattutto nell’ascolto dei poveri, nel dialogo ecumenico, nel dialogo con i fedeli di altre religioni e con chi non crede. La riforma della Chiesa sarà possibile solo a partire dalla sua conversione sinodale. 

In Italia questo ascolto dovrebbe comprendere anche i tanti casi di abusi sessuali, che giacciono negli archivi diocesani, magari dando vita ad una Commissione indipendente, come in altre nazioni europee, prima che sia troppo tardi e che sia la giustizia civile a chiederlo. Anche questo è ripartire dall’ascolto.



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