RIFLESSIONI E DOMANDE A MARGINE DEL TESTO DI BAUMAN
CONVEGNO 2002 - RELAZIONE / DIBATTITO
Un dibattito vivacissimo. È quello che ha seguito l’esposizione del testo del prof. Bauman da parte del prof. Toscano. Ecco gli interrogativi e le considerazioni dei partecipanti.
Esiste, al di là della questione dell’incertezza, un progetto? Oggi l’unica potenza mondiale che è rimasta sulla scena della Storia, ha a mio parere una sua piccola vocazione: quella di diventare un neoimpero.
Nell’ordine e nel caos, ci sono sempre molecole che si alleano col potente o col più debole. Spero di vedere qualcosa di possibile anche nella cittadinanza universale, che sta ricrescendo.
Se si vuole andare verso una convivialità di popoli, è chiaro che bisogna rimanere nel clima dell’insicurezza e porselo come valore anche per la ricerca della pace.
La traccia di Bauman è densa di suggestioni. Forse possiamo anche approfondirle fra di noi, in una forma di dialogo di autoconsapevolezza. Perché nessuno di noi può dare delle risposte a dei problemi così ampi, complessi, come sono quelli evocati da Bauman. Quindi dobbiamo aspettarci riflessioni, piuttosto che risposte”. Con questa parole, il prof. Mario Aldo Toscano ha aperto il dibattito. Seguono i vari interventi.
Domanda. Mi sono chiesto spesso se non si sia strumentalizzato eccessivamente l’11 settembre. Si è detto: tutto è cambiato. Ma anche dopo Auschwitz, dopo la caduta del muro di Berlino nell’89, i massacri in Rwanda nel 1994, si era detto lo stesso.
Seconda questione. Mi chiedo se non ci sia una connessione fra “terra di frontiera” e “terra di nessuno”.
Terza considerazione. Il 23 gennaio moriva il sociologo francese Pierre Bordieu, una persona eminente, per molti emblematica. Mi interesserebbe sapere qualcosa di questo personaggio, perché si è mosso soprattutto negli ultimi anni (dal ’95 in avanti). Ha appoggiato movimenti contro la globalizzazione. Si è schierato contro il pensiero unico. Inoltre, Bordieu aveva portato avanti già dal ’64 in correlazione con A. Sayad, un grande sociologo algerino, la necessità di parlare dell’Algeria e di proteggere gli intellettuali algerini. (GABRIELE)
Domanda. Mi ha interessato l’accenno fatto alla globalizzazione delle assenze. Le chiederei di soffermarsi sui soggetti possibili – e oggi mi pare mancanti – capaci di governare la globalizzazione.
Domanda. Vorrei un approfondimento sull’identità individuale e collettiva. Sto pensando ad esempio al territorio bresciano, dove le varie comunità immigrate costituiscono una risorsa e possono contribuire alla ridefinizione di una nuova immagine d’insieme. Quali strumenti sono utilizzabili a tal fine? Il territorio può aiutare a far uscire questi diversi contributi? Da dove viene il senso di appartenenza?
Domanda. Lei ha parlato di “operai di guerra”. È qualcosa di simile alla Legione Straniera? Essendo stata in Africa, a me è venuto in mente questo paragone.
Secondo: che differenza c’è tra guerre e guerriglie?
Domanda. Affrontando oggi la questione dell’incertezza, forse dimentichiamo che questi aspetti nascondono un progetto. Le chiedo: esiste, al di là di tutto, un progetto? Forse non il progetto che l’umanità, o per meglio dire le forze che si sono espresse nella Storia nel ‘900 avevano chiaramente definito.. Ritengo che un progetto, una specie di work in progress, ci debba essere.
In fondo il ragionamento che fa Bauman e che lei ricordava con grande puntualità, mi ha evocato la strategia di formazione della nazione americana. Lei ha ricordato alcuni passaggi chiave di questa strategia. La fluttuazione delle alleanze: le giacche blu si alleavano con una tribù indiana per battere, in quel momento particolare, un’altra tribù indiana. Le guerre di ricognizione: le giacche blu facevano operazioni di ricognizioni sul territorio degli indiani. In quell’esperienza, non c’era un codice di guerra. Ma l’ultima fase dei film evocativi della conquista del West ci ricordano le stragi preventive compiute dall’esercito dell’Unione nei confronti degli autoctoni. Eppure, tutto ciò avveniva sulla base di un progetto: quello di costruire la grande nazione americana.
Seconda considerazione. Quest’idea dell’esercito professionale, dei militari come impiegati, mi ha ricordato il libro di Bauman, Olocausto e modernità. Qui l’autore dà uno straordinario contributo per capire il funzionamento del nazismo e della macchina dello sterminio. Nel testo, egli ricorda come i militari nel momento in cui diventano “operai della morte” poiché entrano nella catena di montaggio della distruzione dell’uomo, sono per così dire “autorizzati” a farlo. Quella catena di montaggio dello sterminio può essere prodotta e portata a termine solo appunto quando si diventa impiegati, quindi si svolge una propria attività limitata al pezzo di competenza. Ecco la burocratizzazione del lavoro. Qui si riprende l’invenzione fordista della catena di montaggio. I campi di concentramento hanno funzionato come funzionava la Ford o la Fiat. Questi erano operai; ma stavano dentro ad un progetto: quello del Terzo Reich.
L’interrogativo che mi ponevo all’inizio è questo: come ieri, anche oggi, c’è qualcuno che pensa? Oggi l’unica potenza economica e politica mondiale, che è rimasta sulla scena della Storia, ha a mio parere una sua piccola vocazione: quella di diventare un neoimpero. (ROBERTO)
Domanda. Di fronte agli scenari che ci sono stati prospettati, i movimenti come la Rete di Lilliput, sono soltanto un segno di speranza, ma concretamente finiranno nell’utopia, o potranno avere qualche efficacia? E quali potranno essere le strategie maggiormente valide per persone come noi, al di là delle scelte e degli stili di vita personali?
Domanda. Vorrei sentire qualcosa in più sul concetto di “guerra di esplorazione” che mi pare assunto nello scritto di Bauman non solo come comportamento strategico, ma con una valenza più profonda, di tipo etico. C’è un passo che dice sostanzialmente così: le guerre di esplorazione sono quelle che si fanno anche ormai in un contesto famigliare, tra marito e moglie. È solo un accenno, però intrigante. Discorrere di queste tematiche non può essere fatto da un punto di vista “altro”, perché noi siamo parte in gioco. E ci sono delle logiche, che magari abbiamo la lucidità di denunciare, ma che ci vedono poi attori – magari inconsapevoli – in altri contesti. Questo è uno snodo molto importante che rischia di inficiare tanto del nuovo che sta venendo avanti (ad es. la rete di Lilliput). (FAUSTO)
Domanda. Professore, come fare per dire a quelle persone che ci fanno vedere la guerra e un momento dopo la moda, che non devono accettare questo sciacallaggio della loro vita? Lei ha un linguaggio suo che permette di farsi ascoltare?
Domanda. Di fronte all’insicurezza, si pone a volte come valore quello della sicurezza. Ma io sono piuttosto perplessa in proposito. Se si vuole andare verso una convivialità di popoli, è chiaro che bisogna rimanere nel clima dell’insicurezza e porselo come valore anche per la ricerca della pace. Volevo chiedere, se si potevano mettere in luce degli aspetti positivi di questa insicurezza che ci porta a ricercare insieme la convivialità e la pace. (ANNA)
Domanda. Davvero bisogna cercare qualcuno capace di governare la globalizzazione? O dobbiamo solo essere più consapevoli noi dello stato delle cose e cercare di trasformare il negativo in positivo?
Domanda. All’inizio è stato citato l’intellettuale francese Edgar Morin e la sua idea di “arcipelaghi di certezze”. Una nota e una domanda. Per Morin, un “arcipelago di certezze” è il destino dell’uomo che è segnato. Lui lo definisce “Vangelo della perdizione”. Volevo capire se questa definizione di Edgar Morin poteva avere dei legami con il pensiero di Bauman. E se c’è un’affinità tra questi due intellettuali, poiché anche Morin vive in prima persona un’assenza di territorialità dal punto di vista concreto e, insieme, intellettuale. Morin vede una sorta di “vantaggio” nel vivere intellettualmente senza territori. (ANDREA)
Domanda. Chiedevo una precisazione circa il concetto di territorio. Ho sentito parlare una volta di globalizzazione, intesa come nuovo tipo di colonialismo. Quindi si tende a togliere la visione di territorio, ma a conservarne l’idea di progressiva estensione in senso coloniale, di conquista.
Secondo: il concetto di insicurezza. Che entra in collisione con un vecchio concetto di sicurezza, quello delle Carte costituzionali. Tanto l’Italia quanto l’America dimostrano di non rispettare le proprie Costituzioni, nascondendosi dietro al bisogno di maggior sicurezza. (FILIPPO)
Domanda. Una questione che mi interesserebbe approfondire – quella della deterritorializzazione – sulla quale nemmeno io ho ovviamente le idee chiare. Questa parola ha significati molteplici: si riferisce al territorio in termini di confini, di stirpe, di legame con la terra ancestrale, di razza, di etnia. Può però aver anche un significato di ambiente naturale, di storia, di cultura, di popolazioni, di persone singole e di gruppi di persone. In generale, la globalizzazione nega tutto questo. Il territorio tende ad essere considerato un sito indifferenziato da utilizzare di volta in volta per vendere, per fare affari, ecc. E viene negato perché la globalizzazione tende ad affermare una cultura omologante, che ha un carattere di universalismo, ma in termini deteriori.
Questa tensione territorio-globalizzazione, locale-globale, può però avere un elemento positivo: in questo clima di totale insicurezza, di dissoluzione dell’identità del soggetto, vi può essere da parte dell’uomo, la volontà di radicarsi di più, di stare con i piedi per terra. È l’unico punto di appoggio che ha. E qui può esserci una reazione di diverso tipo: di chi si illude ancora di riconquistare un territorio delimitato dai confini, dalla stirpe che su quel territorio si è costruita nei secoli, quindi da un’idea di etnia, di razza; ma forse ci può essere il recupero di un’altra ricchezza del territorio. Della cultura, della storia, dell’ambiente. Di quello che ha concorso a costruire la vecchia identità, che nel secolo scorso si coniugava con i confini, ma che potrebbe essere salvaguardata anche senza questo necessario collegamento.
In sostanza, dentro gli arcipelaghi di cui parlava Morin, può essere questo un arcipelago interessante? Da non buttare via, assieme ai confini, ma da utilizzare per ricostruire un’identità che si coniughi con cultura, storia, ambiente, necessariamente legato ad un territorio, all’esperienza di un gruppo di persone, anche individuale, con l’uomo universale, globale, kantiano che ci viene proposto da Bauman? (MARINO)
Domanda. Molto spesso, di questi tempi, leggiamo analisi di grande interesse. Ciò che mi sembra più carente oggi nel mondo intellettuale e in quella parte che ruota attorno alla sociologia, è la capacità di indicare prospettive. Ecco perché mi rivolgo a Lei, nel suo ruolo di studioso. Se alla gente, ai movimenti, è dato il compito di far sentire dei fermenti, se il ruolo della politica è di tentare di convogliare questi fermenti attorno a dei progetti, tra fermenti e progetti dovrebbero essere delle prospettive. E il ruolo dell’intellettuale dovrebbe essere anche quello di indicare piste possibili. Qual è la sua opinione a riguardo? (GIORGIO)
Domanda. Avrei voluto approfondire il legame tra globalizzazione e potenze che hanno degli interessi economici e politici nei confronti dei paesi più poveri. È stato detto che l’uomo della globalizzazione può diventare l’uomo della localizzazione. Mi sono chiesta come questa metamorfosi sia possibile. Penso in questo momento al Madagascar, dove tre anni fa sentii parlare per la prima volta di globalizzazione. Era proprio dalla bocca di Didier Ratsiraka (attuale capo dello stato) che oggi mette quasi a ferro e fuoco il suo paese per essere di nuovo l’uomo della localizzazione.
Domanda. Il mio interrogativo è riferito all’ordine e al disordine. La nuova potenza mondiale vuole creare questo nuovo ordine mondiale. L’11 settembre può esser visto come il primo grido d’allarme di tutti gli impoveriti, che si sono scagliati contro il nuovo ordine (in realtà, disordine), un’America strafottente, capace di tutto.
Mi è sembrato uno scenario estremamente inquietante, se non ci fosse l’idea che “un altro mondo è possibile” urlato da tanti. Nell’ordine e nel caos, ci sono sempre queste molecole che si alleano col potente o col più debole. Spero di vedere qualcosa di possibile anche nella cittadinanza universale, che sta ricrescendo.
UNA NUOVA FLUIDITÀ
Domanda. Ho trovato molto interessante l’idea di stare alla frontiera, questa fluidità. Ma mi chiedevo: ciò è vero per il terrorista che può andare da una parte all’altra, o per le potenze economiche che considerano il mondo senza frontiere per poter prendere a piene mani, o per chi è costretto come il profugo a trovarsi senza terra, senza patria?
Per il resto del mondo, ritengo che si sia ancora legati ad un territorio. Nel caso di Israele, ad esempio, il concetto di stato – e il legame con questo – è ancora molto forte. Ma i casi, forse meno evidenti, sono tanti. Il sud Sudan: un popolo che subisce questo rendere il mondo frontiera e che avrebbe un suo territorio… La realtà territoriale, in definitiva, resta prevalente.







