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QUALE MISSIONE NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE?

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MISSIONE OGGI NACQUE NEGLI ANNI ’80 CON LA SCELTA DELLA NONVIOLENZA E DEI POVERI, DELLE POLITICHE E DELLE ECONOMIE DELLE NAZIONI RICCHE VERSO IL SUD, CON LE CAMPAGNE CONCRETE PER LA PACE E IL DISARMO, COL RICHIAMO A STILI DI VITA NUOVI E DIVERSI.

Missione Oggi nasce nel 1979, in continuità, ma anche con una rottura rispetto a Fede e civiltà. C’era l’esigenza di cambiare metodo e stile di comunicazione dei temi della missione. Soprattutto si avvertiva la necessità di legare la missione di chi partiva alla realtà quotidiana delle comunità che i missionari lasciavano.

Ci si rendeva conto che, nell’ambito della missione globale come veniva presentata dal Concilio Vaticano II, la “missio ad gentes” doveva fare i conti con una realtà nuova, che superava – pur non escludendola – la mera partenza geografica. Fare missione significava soprattutto inserirsi nella dinamica ben descritta dalla Evangelii nuntiandi, che ci sfidava a metterci al passo di un’umanità e di un mondo mutati. Innanzitutto i mezzi di comunicazione rendevano vicini popoli e paesi fino ad allora lontani. Poi le incipienti migrazioni ci portavano in casa quelli che fino al giorno prima non incontravamo. Infine i processi di mondializzazione facevano intravedere nuove relazioni economiche e inedite possibilità di sinergie e dipendenza.

In redazione discutemmo molto della chiamata dell’Evangelii nuntiandi a vivere la missione non tanto in senso geografico, quanto affrontando quelli che l’esortazione apostolica definiva “strati di umanità”. La missione globale doveva diversificarsi e trovare i linguaggi propri per ogni diverso strato di umanità cui si rivolgeva. In più, in un’epoca in cui sull’umanità gravavano la divisione tra Est e Ovest e la minaccia nucleare, che ne metteva in discussione il domani, ci sembrava che anche il tempo, soprattutto il futuro, dovesse essere oggetto della missione.

Da queste riflessioni nacque la Missione Oggi degli anni ’80. Con la scelta definitiva e non discutibile della nonviolenza; con l’attenzione alle politiche e alle economie delle nazioni ricche nelle loro scelte che condizionavano i paesi del Sud; con la scelta prioritaria dei poveri e dei mezzi poveri; con le campagne concrete per la pace e il disarmo; col richiamo a stili di vita nuovi e diversi e a scelte che non smentissero nei fatti la nostra decisione di stare sempre e soltanto dalla “loro” parte.

In questo contesto mi piace ricordare soprattutto due campagne: quella contro le banche che avevano rapporti con il Sudafrica dell’apartheid e quella contro i mercanti di morte che ha portato all’approvazione della legge 185.

E OGGI?

Oggi a me sembra che il grande tema sia: come vivere la missione nel tempo della globalizzazione? Più che mai, mi pare, oggi il missionario è testimone diretto di realtà dove i processi di globalizzazione manifestano il loro vero volto. Stiamo costruendo un mondo dove la politica viene messa da parte e contano soltanto le leggi di mercato; un mondo in cui – attraverso il nuovo “verbo”: la competitività – ognuno è abitualmente in concorrenza con l’altro; dove la solidarietà è divenuta virtù debole da declinarsi soltanto nel privato e perdono sempre più valore la partecipazione, la comunione, la vita insieme. Tutti soli a cercare di accaparrarsi le opportunità offerte dal mercato.

Non mi sembra che su questi temi, pur dibattuti, sia stata fatta una seria riflessione a partire dalla missione e non mi dispiacerebbe che MO ci provasse.

EUGENIO MELANDRI.


I POVERI, LUOGO TEOLOGICO

Francesco Grasselli, come ricordi Missione Oggi durante la tua direzione?

Erano gli anni ’70, anni di violenza ideologica, ma anche di fervore creativo. Rinnovamento era la parola d’ordine. Il Concilio Vaticano II aveva dato l’ispirazione, con il richiamo alle fonti e l’apertura sul mondo degli uomini, di tutti gli uomini. Eravamo ingenui, ma l’ingenuità ha una sua forza e alla fine, forse, una sua vittoria.

Presi in mano la rivista quasi casualmente e mi ritrovai con una redazione ibrida, che ne rispecchiava la recente storia. Dopo la stagione di Meo Elia, esonerato per la sua scelta della “chiesa dei poveri”, c’era stata la breve direzione di Savino Mombelli, che investiva meno sull’impegno sociale e politico della chiesa, più sul patrimonio che i poveri avrebbero portato all’Occidente. I poveri come maestri di vita.

La scelta dei poveri ci sembrò obbligata e la rivista se ne fece voce. Come luogo teologico: i poveri ci aiutavano ad aprire il Vangelo e a ritrovarne il senso. Un paradosso metteva in crisi l’impianto tradizionale della missione: la chiesa non può annunciare il Vangelo al mondo, se prima non lo legge chiedendo gli occhi ai poveri.

Su che cosa la rivista dovrebbe concentrare la propria attenzione oggi?

Prima di tutto i poveri devono restare un luogo teologico. Lo scopo è percepire meglio il Vangelo e la sua potenza. Il cuore della rivista deve rimanere l’annuncio dell’”anno di grazia del Signore” o, per dirla in altro modo, “scrutare il Regno che viene”. Inoltre la missione si scopre sempre più come accoglienza dell’altro. Chiesa e missione si sovrappongono come “convocazione di Dio” (ekklesía tou Theou).

Dovunque la chiesa è convocazione e dovunque la convocazione è chiesa. La missione, in questa era globale, è chiesa in fieri, aperta a ciò che lo Spirito le porterà da tutti i popoli, da tutte le culture, da tutte le religioni, da tutte le visioni del mondo. Gli elementi istituzionali della chiesa e della missione, pur necessari, devono cedere spazio a quelli profetici.

A cura di NICOLA COLASUONNO.



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