PLATINO PER SUOR BETTY!
Abbiamo vissuto un’estate di grandi emozioni sportive: la vittoria agli europei di calcio e la pioggia di medaglie a Tokyo. Il tricolore sventolato sui campi da gioco e per le strade ci ha ridato, per qualche attimo, l’orgoglio di essere italiani, mentre infiniti servizi televisivi descrivevano i campioni, la loro storia di allenamenti e sacrifici, e l’ammirevole forza di volontà per raggiungere i traguardi prefissati. Anch’io sono rimasto incollato allo schermo a gioire e penare per i nostri colori e ho provato scosse adrenaliniche durante le gare seguite in diretta, identificandomi con i campioni che ci facevano scordare momentaneamente i tanti problemi di casa – e Chiesa – nostra e del mondo e purtroppo, anche i rischi di una nuova – quarta – ondata di Covid.
In questi giorni di incantesimi olimpici, mi ha riportato bruscamente alla realtà l’incontro con sr. Betty, una religiosa indiana del Cottolengo, che conosco da anni e che dal 2014 svolge il suo servizio di infermiera nell’Ospedale salesiano di Adua, nel Tigray. È venuta in Italia a riposarsi e curare alcuni disturbi di udito, forse causati dalle bombe, e ha approfittato per passare qualche giorno con la sorella, pure religiosa, ma di un’altra congregazione, che ha la Casa Madre a Pisa. Durante l’anno, dalla sorella avevo ricevuto allarmanti notizie della tragica situazione in cui opera, ma in un caldo pomeriggio pisano, ho potuto sentire da lei direttamente e vedere nei suoi occhi che terribile partita si stia giocando nel paese africano.
Scenario di una guerra civile, questa regione settentrionale dell’Etiopia, è ancora tormentata da violenze perpetrate da tutte le parti in causa e vede in azione truppe eritree, alleate del governo federale, colpevoli di uccisioni, razzie e stupri di massa. La guerra ha causato un’emergenza umanitaria con 2 milioni di sfollati e 400mila persone a rischio carestia; la vita quotidiana è messa a dura prova da settimane di sospensione dell’energia elettrica, dal blocco dei collegamenti e dalla chiusura delle banche e senza soldi non si può comprare cibo, con i prezzi alle stelle. In questo inferno un manipolo di suore e religiosi di diverse congregazioni lavorano per tenere in vita la missione Kidane Mehret, uno dei due centri di salute della zona, rimasti indenni da bombardamenti e saccheggi, l’unico che può accogliere tante donne incinte, le famiglie che assistono i malati e i feriti, offrendo assistenza e cibo. Qui prestano aiuto molti medici e operatori sanitari degli altri ospedali distrutti. Mi dice concitata sr. Betty: “Non avevamo nemmeno il tempo di aver paura e renderci conto di quello che stava accadendo, difficile da descrivere a parole. L’unica nostra preoccupazione è sempre stata portare in salvo più persone possibile e rimanere dalla parte dei poveri e degli ultimi”.
Mi commuove invece quando narra di un’uscita insieme – lei indiana – con una suora inglese di Madre Teresa e un’italiana salesiana per aiutare alcune famiglie. Mi sono sentito più orgoglioso di questa cattolicità multietnica che della bandiera italiana alzata per le vittorie azzurre! E che dire della sua convinta fede nella Provvidenza, all’opera ogni volta che, svuotati i container di viveri dell’Ospedale, li ritrovava colmi degli aiuti non previsti di Croce rossa internazionale o Medici senza frontiere? Sr. Betty, il 3 agosto ha ripreso l’aereo per Addis Abeba e da qui, Dio volendo, arriverà ad Adua.
L’ho abbracciata e benedetta. Non meriterebbe una medaglia di platino?







