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PER UNA NUOVA POLITICA DI COOPERAZIONE

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La cooperazione e l'Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) racchiudono in sé un dato di estrema importanza: rappresentano un momento  fondamentale delle relazioni  tra la società civile, nelle sue molteplici forme di autorganizzazione, e la politica estera del proprio paese. Non solo; essa non può non incrociare la stessa politica economica, la qualità dello sviluppo, il ruolo che un paese si dà nell'ambito della divisione internazionale del lavoro e delle relazioni con gli altri stati.

Eugenio Melandri nel gennaio scorso scriveva su M.O. come fosse necessario definire una “coerenza fra la politica economica generale e la politica di cooperazione”. Se si ritiene che i paesi beneficiari degli aiuti siano entità politiche di seconda categoria, se si pensa che le attività finanziarie  non servono alla promozione delle popolazioni locali per accompagnarle verso una loro autonomia dagli aiuti stessi, se non si decidono, infine, nei governi e nelle istituzioni internazionali, regole e comportamenti che offrano alle economie di quei paesi pari opportunità di accesso ai mercati mondiali e invece “si traveste di solidarietà” il sostegno spregiudicato alle  attività imprenditoriali, allora, conclude amaramente Melandri,  “la cooperazione...continuerà ad essere l'altra faccia della colonizzazione”.

Se prendiamo in considerazione il Rapporto sullo stato della cooperazione  internazionale del 1997, possiamo notare come ci si trovi davanti ad una progressiva diminuzione degli aiuti allo sviluppo, che nel '96 hanno toccato il loro minimo storico. Questi rappresentano oramai solo lo 0,25% del Prodotto interno lordo (Pil) dei paesi donatori, quindi molto al di sotto del traguardo dello 0,7% assegnato dalle Agenzie  internazionali ai cosiddetti paesi industrializzati.

Il Rapporto ci ricorda inoltre che solo un quarto degli aiuti  finiscono nei 48 paesi meno avanzati, mentre 17 donatori dell'Ocse (Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico) su 21 hanno  tagliato i fondi indirizzati verso l'Africa subsahariana. Il 22% degli aiuti, poi, rientra dalla finestra dei paesi donatori, in quanto sono vincolati all'acquisto di beni e servizi che essi producono. Meno del  20% dei fondi stanziati vanno a coprire le spese sanitarie di base, educazione primaria, acqua potabile, ecc. Il sostegno all'agricoltura non supera l'8% del totale degli aiuti stessi. Nella sostanza, ad essere sacrificati sono settori che rappresentano la precondizione per ipotizzare lo sviluppo di quei paesi.

Il fatto è che le “politiche reali” dei paesi ricchi sconfessano in modo inesorabile quanto essi stessi proclamano per interposto organismo internazionale: l'Ocse sostiene l’obiettivo di assicurare a tutti gli abitanti della terra, entro i primi quindici anni del nuovo secolo, l'istruzione primaria, la diminuzione di almeno 2/3 della mortalità infantile, di abbattere del 50% il numero di coloro che vivono in povertà, i sommersi...

Eppure l’Undp (United nations development program) ci assicura che basterebbe meno dell'1% della ricchezza prodotta nel mondo  per garantire ad ogni cittadino del pianeta i servizi fondamentali! Al di là dei presunti benefici  che, a detta dei nuovi sacerdoti della globalizzazione, il neoliberismo imperante dovrebbe ridistribuire sotto ogni latitudine, resta il fatto che la distanza tra chi sta bene e chi sta male è aumentata. Gli investimenti privati, come ci ricorda lo stesso Fondo monetario, sono ormai quattro volte gli aiuti allo sviluppo, e vanno in direzione di quelle aree  che possono garantire “affari”, come il Sud-est asiatico ed i  paesi dell'Est, ed in quei settori produttivi che possono produrre profitti  naturalmente per il Nord, oltre che  per questi settori sociali che anche all'interno del Sud fanno  ormai parte, per dirla con Primo Levi, dei salvati.

E L’ITALIA?

Questa riflessione  sui cosiddetti  dati macroeconomici ci induce a credere  che non esiste “una politica di cooperazione” che possa ritagliarsi una nicchia, più o meno grande, dentro la quale ognuno può soddisfare la sua sete di giustizia, perseguendo astrattamente un proprio autonomo disegno – ancorché il più eticamente rigoroso possibile – che si possa pensare estraneo alla “politica” del proprio paese.

Ridefinire quindi una riforma di questo particolare segmento, la cooperazione allo sviluppo dei paesi più poveri, significa alla fine ridefinire il segno e gli indirizzi delle stesse scelte politiche che un governo elabora e promuove: quella estera, quella commerciale, della sicurezza, economica ecc.

Partire da questo parziale, per “prefigurare” un tutto diverso dall'attuale: questa dovrebbe essere l'ambizione di chi si batte per un’autenticamente “nuova politica di cooperazione” dell'Italia: per un suo ruolo internazionale, coraggioso, capace di suscitare, a cominciare dall'ambito europeo – proprio per le scelte compiute all'interno del proprio paese e le azioni intraprese sul piano internazionale –   un confronto che sposti orientamenti e delinei i tratti di una nuova cultura politica che faccia per davvero i conti con le insorgenze di questo fine secolo,  che si chiude con maggiori ingiustizie, più larghe povertà, nuovi sfruttamenti, guerre, immigrazioni... ma anche con un’irriducibile convinzione: che questo non sia il destino dell'umanità, anzi.



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