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PAPA PAOLO VI / PELLEGRINO DEL CONCILIO NEL MONDO

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In occasione del 50° anniversario dell’apertura del Concilio (11 ottobre 1962), sono state riproposte le immagini della basilica di san Pietro trasformata in aula: con i padri provenienti da ogni parte del mondo, essa diventava figura di una Chiesa che manifestava come mai prima la sua cattolicità. A Roma erano convenuti vescovi da tutti i continenti.

Ciò indicava che cattolicità e unità sono due facce della medesima medaglia. I lavori conciliari si erano per questo sviluppati in una forma diversa da quella immaginata dalle Congregazioni vaticane, inclini a pensare in maniera centripeta. Grazie all’apporto di teologi e vescovi di altre nazioni, il centro, senza essere negato, assumeva una fisionomia nuova. Il convergere provocava la necessità di aprirsi a una Chiesa mondiale.

IL VIAGGIO IN TERRASANTA

Paolo VI colse questa provocazione e cominciò a muoversi verso gli spazi ampi del mondo, nella consapevolezza che esso è la casa della Chiesa e che la Chiesa è la casa del mondo. Nel discorso di Betlemme (6 gennaio 1964), lo affermava a chiare lettere: “Noi guardiamo il mondo con una grandissima simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo”.

Il viaggio in Terrasanta era stato comunicato ai padri conciliari il 4 dicembre, al termine del secondo periodo del Concilio, e illustrato come un viaggio a ritroso, da dove Pietro era partito, e sarebbe stato vissuto “in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare a essa unica e santa i fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini”. Ritorno alle sorgenti per riattingere da esse la missione della Chiesa nei confronti di un mondo che le si era reso estraneo. Tornare all’origine significava però ricominciare a cercare l’umanità con tutti i suoi problemi, le sue aspirazioni, i suoi conflitti. Rileggendo i discorsi dei viaggi si coglie una mappa degli aspetti della missione.

ANZITUTTO LA PROMOZIONE DELL'UMANO

Già concludendo il discorso di Nazareth (5 gennaio 1964), in una specie di commento alle beatitudini, aveva delineato un nuovo volto dell’umano:

“Beati noi se, poveri nello spirito, sappiamo liberarci dalla fallace fiducia nei beni economici e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi; e abbiamo per i poveri riverenza e amore, come fratelli e immagini viventi del Cristo. […]. Beati noi se preferiamo essere oppressi e se abbiamo sempre fame di una giustizia in continuo progresso. Beati noi se, per il regno di Dio, sappiamo nel tempo e oltre il tempo perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Non saremo delusi in eterno”.

I POVERI SACRAMENTO DI CRISTO

Volto evangelico dell’umano, da rendere possibile a tutti, soprattutto ai poveri, che sono il segno, anzi il sacramento di Cristo, come Paolo VI non teme di dichiarare ai circa 250mila campesinos in Colombia (23 agosto 1968), in occasione della II Conferenza del Celam a Medellín. Con accenti che anticipano affermazioni dei teologi della liberazione, Montini stabilisce un parallelo tra la presenza di Cristo nell’eucaristia e nei poveri:

“Il sacramento dell’eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; ma voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore tra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. Voi siete Cristo per noi”.

DIFESA DELL'UMANO

Interesse per gli umani e per Cristo non sono in alternativa: si nota una specie di dissolvenza tra di essi. Anche per questo la Chiesa, esperta in umanità, come dirà all’Onu (4 ottobre 1965), si preoccupa di invitare a difendere l’uomo. L’invito è rivolto anche all’Organizzazione internazionale del lavoro (10 giugno 1969): bisogna impedire che l’uomo diventi “il fornitore meccanizzato di una macchina cieca, divoratrice della parte migliore di lui stesso, o di uno stato che cerca di asservire tutte le energie al suo solo servizio”.

Si colgono qui alcuni aspetti del cosiddetto umanesimo cristocentrico di Montini, che supera la tendenziale dicotomia moderna tra uomo e Cristo.

CORAGGIOSO ECUMENISMO

È in nome di Cristo che nei suoi viaggi si avventura sulle vie di un coraggioso ecumenismo. Coraggioso per l’incontro con il patriarca Ateganora (5-6 gennaio 1964) a Gerusalemme e poi a Istanbul (25-26 luglio 1967). Coraggioso per le parole rivolte al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra (10 giugno 1969):

“Il nostro nome è Pietro. E la Scrittura ci dice quale significato Cristo ha voluto attribuire a questo nome, quali doveri esso ci impone: le responsabilità dell’apostolo e dei suoi successori. Per ciò che ci riguarda, siamo convinti che il Signore ci ha concesso, senza alcun merito da parte nostra, un ministero di comunione”.

Sorprendente la dichiarazione a un organismo di rappresentanti di Chiese che trovano appunto nel primato del vescovo di Roma una delle difficoltà al processo di unità. Paolo VI non teme di sottolineare la differente visione tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese. L’ecumenismo comporta anche non nascondere la diversità di prospettive.

UNA CHIESA RICCA DI VOLTI DIVERSI

Se alcune diversità possono creare difficoltà, altre evidenziano la ricchezza della Chiesa. È il caso di quelle culturali che, integrate nell’unica Chiesa, ne mostrano la cattolicità, quella illustrata da Lumen gentium 13. Anche a questo riguardo Paolo VI mostra di raccogliere e promuovere l’eredità del Vaticano II. Memorabile il discorso di Kampala (31 luglio 1969), concludendo il Simposio dei vescovi dell’Africa. Affrontando uno dei problemi cruciali dell’evangelizzazione, l’inculturazione, si domanda:

“La Chiesa deve essere europea, latina, orientale […] oppure […] africana?”. La risposta più ovvia è: “La Chiesa deve essere anzitutto cattolica”.

Ma questa è solo una parte della risposta, a cui ne deve seguire una seconda: “L’espressione, cioè il linguaggio, il modo di manifestare l’unica fede può essere molteplice e perciò originale e conforme alla lingua, allo stile, all’indole, al genio, alla cultura di chi professa quell’unica fede. […] In questo senso voi potete e dovete avere un cristianesimo africano”. Non basta. “Voi potrete, aggiunge il papa, formulare il cattolicesimo in termini congeniali alla vostra cultura, e potrete apportare alla Chiesa cattolica il contributo prezioso e originale della negritudine, del quale essa in quest’ora storica ha particolare bisogno”.

Il termine negritudine era di Léopold Senghor, il poeta presidente del Senegal, che dava voce a un orientamento dell’Africa postcoloniale e trovava espressione anche nei primi germi della teologia africana. Il tema dell’inculturazione verrà ripreso anche nell’ultimo viaggio, quello in Asia orientale e Oceania (26 novembre – 5 dicembre 1970).

IL CONTESTO E IL SIGNIFICATO DEI VIAGGI

Il contesto nel quale Montini si fa pellegrino è la fine dell’era coloniale. Un contesto segnato dal desiderio di lasciarsi alle spalle il passato per costruire un mondo nuovo, a volte con la violenza. Montini si rende presente al mondo del suo tempo forte unicamente del Vangelo da portare a tutti, in particolare ai poveri: non si possono dimenticare i gesti di attenzione ai poveri del Libano, di Betlemme, del Bangladesh, dell’India.

Se in Concilio aveva visto il mondo convergere verso Roma, ora il papa si muoveva verso il mondo per far comprendere la simpatia del Vaticano II per esso. Con il 1970 si concludono i viaggi. Ci si è domandati quale sia stata la ragione: stanchezza, problemi di salute?

L’ipotesi più plausibile è che, viaggiando nei cinque continenti, aveva ormai visto il mondo e la Chiesa tutta: aveva esaurito il suo compito di umile servitore dell’unità cattolica, quella che non mortifica la diversità; aveva richiamato a tutti che la Chiesa ha una preoccupazione che le viene dalla contemplazione del suo Signore: salvaguardare la dignità dell’uomo; aveva mostrato il senso della sua vita: essere pellegrino nel mondo. G. Bernardelli e L. Rosoli, autori di un brillante libro, Paolo VI. Destinazione mondo (EMI, Bologna 2014), concludono il loro racconto dei viaggi di Paolo VI con un episodio che ha valore di simbolo.

Tra le scarpe consumate che si conservavano nell’appartamento pontificio c’erano anche quelle usate nei pellegrinaggi. Qualcuno le voleva buttare. Egli osservò che gli sarebbero servite per l’ultimo pellegrinaggio. Gli furono indossate quando fu deposto nella bara.



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