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PANDEMIA E ANTROPOLOGIA / LEZIONI AMERINDIE

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“Come amerindi, popoli indigeni dei Caraibi, lungo la nostra storia abbiamo affrontato una serie di epidemie e pandemie… siamo sopravvissuti al peggio, abbiamo ricostruito le nostre economie, e siamo ancora qui grazie alle tecniche di sopravvivenza dei nostri antenati. da queste esperienze abbiamo imparato molte lezioni, che volentieri condividiamo…” (Ricardo Bhararath hernández, capo della santa rosa first peoples community, di arima, trinidad e tobago, 16 giugno 2020) https://zeroanthropology.net/2020/06/17/the-pandemic-indigenous-perspectives-on-survival-adaptation-rebuilding-and-preparedness/

La lettera del capo amerindio offre una visione indigena della pandemia da Covid-19, anche a partire dalle tragiche decimazioni e sparizioni di popolazioni amerindie, colpite successivamente – dal 1518 al 1870 – da vaiolo, colera e febbre gialla. “Questa pandemia – continua la lettera – dipende, almeno in parte, dallo squilibrio creatosi tra gli umani e gli animali. Non possiamo permetterci di continuare a vedere l’ambiente naturale con disprezzo, o come una riserva da depredare”. Non si tratta soltanto di vivere un “rapporto di armonia” con la natura, ma di “essere uno” con la natura, “in modo inseparabile, indivisibile, indistinguibile”. Le comunità ancestrali amerindie parlavano di se stesse come socie del clan del giaguaro o dell’aquila. Non si trattava di simbolismo vuoto. Credevano fermamente che il loro ultimo progenitore fosse un giaguaro o un’aquila ecc. La lettera prosegue affermando che “come esseri umani, dobbiamo ristabilire quel rapporto di rispetto, di consapevolezza dei nostri limiti, facendo attenzione all’ambiente dove viviamo”. 

PANDEMIA E NATURA

La premessa di questa lettera “amerindia” è che la pandemia in corso, almeno in parte, è conseguenza del rapporto problematico tra gli umani e la natura. Ma l’elemento più rilevante della lettera è la soluzione economica proposta dal capo della Santa Rosa First Peoples Community. Infatti, la lettera si conclude suggererendo un progetto agricolo che vede protagonisti non solo gli amerindi, i popoli indigeni, ma tutti i cittadini dei Caraibi. Hernández sogna che tutti i loro orti e gli altri terreni arabili siano trasformati in coltivazioni di cassava, un tubero nativo, che potrebbe risolvere l’autosufficienza alimentare di Trinidad e Tobago. Questa visione economica, secondo Hernández, richiede però il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani dei cittadini, come prerequisito per costruire un nuovo rapporto con la natura e un nuovo rapporto tra gli stessi cittadini.

TERRA FUTURA

La visione economica (sociale) di Hernández ha molto a che fare con il recente libro di Carlo Petrini, Terra Futura (Giunti – Slow Food 2020)che racconta i suoi dialoghi con papa Francesco sull’ecologia integrale. Il libro è un invito a riconoscere non solo la biodiversità italiana e mondiale, tutelandone la memoria storica, ma trasformandola in un nuovo stile di vita. Papa Francesco denuncia l’atteggiamento contemporaneo nei confronti della natura: “Noi, con il nostro modello produttivo ed economico, la distruggiamo come se non ci interessasse”. Questi dialoghi con papa Francesco, frutto anche del nuovo atteggiamento pastorale della Chiesa cattolica nei confronti dell’Amazzonia, ci offre – come del resto la lettera del capo amerindio Hernández –, la possibilità di riflettere sull’attuale crisi pandemica e su come il nostro sistema economico si rapporta con la natura, ma anche sul senso della nostra vita.

ANCHE A BRESCIA

Questa riflessione, a mio modo di vedere, vale anche per Brescia, dove da due anni svolgo ricerca etnografica. Vari studi collegano la diffusione del coronavirus a Brescia – e nel Nord del paese in generale – all’inquinamento ambientale. Brescia è stata storicamente una delle capitali italiane dell’industria siderurgica, oltre che sede di importanti industrie del settore armiero e automotivo. Pur andandone fiera, le conseguenze di questa storia industriale sono piuttosto pesanti per Brescia, che oggi si vede classificata al settimo posto in Europa per il costo dell’inquinamento atmosferico, d’accordo con l’ultimo rapporto dell’Epha (Alleanza europea per la salute pubblica). È in corso sui giornali locali un dibattito feroce sul mancato avvio di due centraline per il monitoraggio ambientale. Risulta imbarazzante per i bresciani monitorare la situazione, ma gli impatti sulla vita dei cittadini sono gravi. La maggior parte dei bresciani ormai beve solo acqua imbottigliata, visto che ogni paio d’anni scoppia uno scandalo sull’inquinamento dell’acqua potabile. Alcuni cittadini evitano addirittura di correre per paura delle conseguenze sui loro polmoni. Sulle rive del fiume Mella, gli abitanti registrano con amarezza l’aumento dei casi di tumori in questi ultimi anni. 

Durante il lockdown di primavera, l’inquinamento sembrava drasticamente ridotto. Molti hanno notato un cambiamento nella qualità dell’aria. Però, con la fine del lockdown, seppure con un numero ridotto di voli aerei, l’inquinamento è subito tornato ai livelli precedenti. Inoltre, la pandemia ha giustificato un’accelerazione del passaggio dai mezzi di trasporto pubblici ai mezzi privati. Il nostro rapporto con la natura è andato in tilt. È un campanello d’allarme per la nostra economia: non basta ritornare ai livelli di Pil precedenti. Bisogna risolvere i problemi alla radice dell’attuale modello economico (predatorio nei confronti dell’ambiente). 

FRIDAYS FOR FUTURE

Va in questa direzione anche il messaggio dei giovani dei Fridays for Future, “costretti” a non andare a scuola, anche dopo mesi in cui non sono ci sono andati a causa della pandemia, per denunciare il cambiamento climatico. I giovani hanno intuito che, dopo la pandemia, non è possibile tornare a una “normalità” inefficace dal punto di vista ecologico. La loro protesta è molto vicina a quanto denunciato dal capo amerindio Hernández, ma anche da papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’. Con la loro protesta, i giovani si chiedono: a che cosa serve andare a scuola, se non ci permette di trovare lavoro – l’Italia è agli ultimi posti in Europa per l’occupazione giovanile – o al limite di trovarlo solo in aziende inquinanti e, quindi, di influire nella società con la nostra visione non predatoria della natura? La pandemia e le misure prese per rallentarla rappresentano un’occasione per ripensare il mondo. 

NUOVO LOCKDOWN

Le norme dell’ultimo Dpcm (3 novembre 2020) inaugurano una nuova fase nel contrasto alla pandemia. Le nuove misure favoriscono le attività di consumo individuale. Indirizzano la gente a un mondo online, dove i nostri dispositivi diventano la fonte principale di stimolo, e favoriscono l’accelerazione di una società dell’intrattenimento. La pandemia sembra aver incrinato uno dei presupposti fondamentali dell’antropologia: le relazioni sociali, i legami (rapporti) tra le persone. Dobbiamo allora fare nostre alcune domande del capo amerindio Hernández e dei giovani dei Fridays for Future. Che cosa stiamo cercando di proteggere in questa crisi? Che cosa stiamo perdendo? Ognuno di noi è obbligato a riflettere su queste domande, perché saranno le risposte ad esse che condizioneranno la ricostruzione e la rinascita dell’umanità. Agli occhi di un antropologo, il prezzo più alto sembra lo stia pagando quello che ci definisce come umani, lo stare insieme, a tutti i livelli, da quello affettivo-sessuale, a quello culturale-artistico, a quello socio-politico, fino a quello lavorativo e religioso. La pandemia, che sta così profondamente ferendo la nostra umanità, potrebbe offrirci l’opportunità di ricostruirla in maniera nuova, senza ripetere gli errori del passato.



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