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Il tema del convegno di Missione Oggi è stato dettato quest’anno dal fenomeno migratorio che sta trasformando l’Italia (60 milioni di abitanti) in una società plurale sul piano etnico, culturale e religioso, con la presenza di quasi 5 milioni di immigrati regolari residenti, tra i quali 900mila hanno meno di 18 anni e studiano nelle nostre scuole con gli stessi nostri figli e domandano un’adeguata normativa di cittadinanza.

In che senso, ci siamo chiesti preparando il convegno, stranieri e migranti possono essere “profeti” per noi?

Anzi tutto, denunciando e svelando, con le loro terrificanti storie, gli abissi di ingiustizia, di violenza e di indifferenza in cui sono sprofondati mettendosi in viaggio verso il nostro paese. In secondo luogo, annunciando il futuro che l’Italia e l’Europa sono chiamate ad ospitare con la loro venuta e la loro presenza. Da qui il titolo “Stranieri e migranti profeti di una nuova umanità”.

Sulla dimensione “profetica” degli stranieri e dei migranti, si sono svolti i lavori del convegno qui raccolti, obbedendo a vari punti di vista: quello teologico, esplorato a partire dal grande codice della Bibbia (Arrigo Chieregatti); quello pastorale, suggerito dall’esperienza della Chiesa del Belgio, chiamata a farsi “straniera” con gli stranieri (Livio Pegoraro); quello politico, raccontato a partire dalle buone pratiche di cittadinanza di alcune amministrazioni locali, vere “prove di futuro” multiculturale, multietnico e multireligioso (Franco Valenti).

A proposito di “prove di futuro”, si sente spesso dire da politici e amministratori che sono gli stranieri ad aver bisogno di noi. Non è forse vero il contrario? Sono essi – stranieri e migranti – la negazione del nostro futuro o una parte di esso? Oso avviare una risposta alla complessa questione con le parole di Barbara Spinelli, tratte da Ricordati che eri straniero: «Dello straniero, alterità assoluta ma incarnata, abbiamo bisogno per compiere la difficile scelta tra convivenza e rivalità, tra guerra e pace civile, tra diritti e doveri dell’uomo. Ne abbiamo bisogno per capire la diversità e restare tuttavia noi stessi». E continua l’autorevole editorialista: «Con il suo appello e la sua rivendicazione, lo straniero pone infatti una domanda che non è solo la sua, ma è la domanda che noi siamo indotti a rivolgere a noi stessi. Egli ci obbliga a interrogarci, a guardare la nostra patria dal di fuori, come stranieri a nostra volta… La domanda riguarda il nostro ordinamento e il modo in cui esso può trasformarsi in maniera tale da divenire anche l’ordinamento dello straniero:

“Che ne è della tua giustizia? Dei tuoi diritti e dei tuoi doveri? Del tuo Stato? Delle tue norme giuridiche?”».

Di fronte a certi dolorosi fatti che avvengono in alcune zone d’Italia, le reazioni sono molto diverse. Sembra che esista uno “scisma sommerso” tra gli stessi cristiani. Alcuni si lasciano dominare da stereotipi e attraversare da paure favorite da certe suggestioni politiche mediatiche, e si chiudono in se stessi. Altri offrono apertura personale, operano in un volontariato molto prezioso ma “carsico”, nascosto, quasi timoroso e balbettante. «Val la pena, avvertiva Flavio Dalla Vecchia concludendo il convegno, riprendere il racconto di Giuseppe e dei suoi fratelli, che si recano in Egitto perché là c’è pane...

Ma la casa del pane si trasformò ben presto nella casa degli schiavi; e noi non rischiamo forse di diventare quell’Egitto per le tante persone che sono venute tra noi a cercare pane?».



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