NUOVI MINISTERI
Nel ventennio seguito al Concilio Vaticano II in America Latina e in alcune parti dell'Africa c’è stata una straordinaria crescita di nuovi ministeri. Sono, infatti, stati scoperti molti servizi pastorali, liturgici, di animazione del mondo, che non venivano assunti dai preti, ma da persone diverse, con specifici carismi e appartenenti alle stesse comunità. Tale processo fu apprezzato e rilanciato dal Sinodo sull’evangelizzazione del 1974 e dall’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI l’anno dopo. Mi riferisco a una gamma molto ampia di servizi che abbiano una propria identità, una relazione significativa con la missione della Chiesa, siano importanti per la vita della comunità e la sua proiezione nel mondo, siano assunti come responsabilità propria e in modo stabile da laici e laiche, e siano riconosciuti dalla Chiesa. Si possono manifestare nella dimensione profetica, cultuale o pastorale della missione della Chiesa: dagli animatori di gruppi biblici e comunità ai responsabili delle pastorali sociali, passando per i catechisti e i gruppi liturgici, a diversi livelli ecclesiali (comunità, parrocchie, regioni pastorali, diocesi e oltre).
PROPOSTE PASTORALI IN LUOGHI DIVERSI
Esperienze particolarmente interessanti mi paiono in Brasile le Comunità ecclesiali di base. Sono più di 100.000. Nate prima del Vaticano II, sono state rafforzate dall’ecclesiologia conciliare, venendo assunte da alcune diocesi come priorità pastorale L'anno scorso la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile ha pubblicato il documento “Parrocchia, comunità di comunità” per rilanciarle. In queste comunità, importanti sono i gruppi di famiglie (e non), vicini o non, a seconda del contesto sociale. Sono gruppi di azione e riflessione, in cui si collega la lettura della Bibbia con la vita quotidiana. Importanti sono anche i Delegati della Parola, oggi quasi 40.000, lanciati nel 1966 a Choluteca, in Honduras, da mons. Marcel Gérin y Boulay e poi promossi da mons. Raul Corriveau. Si tratta di laici, soprattutto contadini, appositamente formati, che si incaricano di riunire la gente là dove non arriva il prete per riflettere insieme sulla Bibbia nella condivisione delle situazioni quotidiane.
E poi, naturalmente, quella dei diaconi permanenti indigeni a San Cristobal de las Casas, in Messico, che svolgono il loro ministero in coppia con la moglie. Queste esperienze sono accomunate dall'ecclesiologia conciliare del popolo di Dio: popolo chiamato da Dio, popolo libero e responsabile, popolo al servizio del piano di Dio nella storia, popolo di fratelli al contempo uguali e diversi, popolo in cui quanto è comune (la condizione dei cristiani e cristiane) garantisce a tutti uguaglianza di dignità e di missione, popolo che mette radici in culture diverse e dialoga con loro, popolo arricchito da doni, carismi e servizi diversi al servizio della missione. E soddisfano differenti esigenze delle comunità (condividere la Parola, accompagnare specifici gruppi, la catechesi, la celebrazione eucaristica...), contribuendo a far sì che si sviluppino diversi carismi già esistenti nelle comunità.
LE "ÉQUIPES DI MINISTRI ORDINATI" DI MONS. LOBINGER
Mons. Fritz Lobinger, vescovo emerito di Aliwal, recupera, in termini di struttura pastorale di base, l'essenza di ciò che avveniva nella Chiesa cristiana dei primi secoli e può essere adattato alle realtà di oggi: comunità a misura d’uomo, animate da propri ministri (uomini e donne); una formazione cristiana e ministeriale permanente, con l’accompagnamento di presbiteri a tal fine incaricati dalla diocesi; la celebrazione dell'Eucaristia come pienezza della realizzazione della Chiesa in missione in un luogo. Servirebbero in moltissime comunità - in Brasile sono oltre 70.000 quelle senza la possibilità di celebrare regolarmente l’eucaristia - ministri eletti dalla comunità e ordinati presbiteri per presiedervi l'eucaristia.
Nella logica della Chiesa antica, studiata dall’ecclesiologo francese p. Hervé Legrand, chi presiede la comunità ne presiede pure l'eucaristia. La comunità lo eleggeva, i vescovi lo ordinavano, egli diveniva presidente-pastore di quella comunità e, quindi, della sua eucaristia. La celebrazione dell’eucaristia è fonte e culmine della sua vita cristiana ed ecclesiale. Non può essere celebrata, come avviene in tante comunità, solo una volta all'anno o ogni due o tre anni. Mons. Lobinger propone che i nuovi ministri appartengano alla stessa comunità, eletti direttamente da essa, non uno per comunità, ma in un piccolo gruppo (due o tre), celibi o sposati, e conservino la famiglia, il lavoro, ecc. Siccome la comunità è piccola, essi vi parteciperanno intensamente, ma il loro servizio come ministri ordinati sarebbe part-time. Si otterrebbero così una maggiore partecipazione, che farebbe emergere doni e carismi più specifici (capacità di lavorare coi bambini, gli anziani, le coppie, gli immigrati...), e minor sovraccarico su una persona.
Il modello non è la grande parrocchia, territoriale, anonima, sacrale, centralizzata nel parroco da cui dipende tutto, ma la comunità "a misura d’uomo”, composta da gente che si conosce, una comunità accogliente, aperta, partecipativa, missionaria. Mons. Lobinger non parla di viri probati, ma di communitates probatae che hanno bisogno di diventare communitates plenae, cioè in grado di celebrare l’eucaristia sotto la presidenza di propri ministri. Il suo punto di partenza non è scarsità di preti né l'abolizione del celibato, ma la comunità ecclesiale, il suo cammino, la sua legittima autonomia, la molteplicità di ministeri per la vita e la missione della Chiesa, la centralità dell'eucaristia per la vita cristiana e la costruzione di autentiche comunità cristiane al servizio il Regno. Mons. Lobinger parla di due tipi di presbiteri: diocesani: e “di comunità”. I primi sarebbero quelli che conosciamo oggi: formati in seminario, con molti anni di studi di filosofia e teologia, celibi, ecc. Nel nuovo modello, passerebbero a svolgere una nuova funzione "quasi episcopale" - come diceva dom Valfredo Tepe, un francescano tedesco che ha lavorato tutta la vita in Brasile, divenendo vescovo di Ilheus - di motivazione, animazione, sostegno, formazione continua, consulenza e coordinamento tra le comunità e tra queste e i loro ministri. Quelli “di comunità” riceverebbero una formazione continua più adattata all'ambiente in cui compiono la loro azione pastorale e potrebbe essere molto più numerosi e vicini alla cultura locale.
Il fatto che la maggior parte dei diaconi si dedichino solo alla liturgia va cambiato. Ci sono anche la diaconia della parola e quella della carità. Sarebbe sbagliato ordinare preti i diaconi indiscriminatamente, ma lo potremmo fare con alcuni che hanno una storia di impegno comunitario, un vissuto familiare positivo, una buona testimonianza del Vangelo nella vita civile. Perciò guarderei, ad esempio, ai diaconi indigeni sposati di San Cristóbal de Las Casas. E la proposta di mons. Lobinger calzerebbe a pennello all’esperienza dei delegati della Parola centramericani.
IL RUOLO DELLE DONNE
La comunità non vive senza le donne. Esse sono responsabili della maggior parte dei servizi della comunità.
La catechesi, per esempio, è quasi interamente in mano loro. Molte lavorano nelle equipes di liturgia, pur non potendo essere ufficialmente "istituite" lettrici e accolite. A questo proposito, bisognerebbe rivedere il canone 230 del Codice di diritto canonico, che di fatto non è rispettato, perché le donne fungono abitualmente da lettori e accoliti nelle celebrazioni. Nella Curia romana, molte funzioni svolte dal clero potrebbero essere affidate a laici e laiche. Lo stesso nelle Curia diocesane.
Papa Francesco ha detto che la porta all’ordinazione presbiterale delle donne è chiusa. Ma non lo sarebbe quella per discutere, per esempio, il diaconato femminile. Paolo VI l’ha lasciata aperta nella dichiarazione Inter Insigniores del 1976.






