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Il 5 giugno di ogni anno si celebra la Giornata mondiale dell’ambiente, iniziativa sorta dalla prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente (Stoccolma, 5-7 giugno 1972), cui ha partecipato anche una delegazione della Chiesa cattolica, colmando un ritardo rispetto ad altre Chiese cristiane. Una partecipazione più organica della Chiesa cattolica alla riflessione e mobilitazione per la cura dell’ambiente è arrivata solo nel 2015, con la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. 

Oggi, dopo oltre cinquant’anni dalla Conferenza di Stoccolma, le condizioni ambientali del pianeta sono drammaticamente peggiorate, al punto da far dire allo stesso Francesco che il mondo “si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura” (Laudate Deum 2). 

Gli effetti sono evidenti anche in Indonesia, per esempio nelle Isole Mentawai, che fanno parte della mia diocesi. Il degrado ambientale aumenta man mano che si distruggono le foreste tropicali, che sono come i polmoni del mondo. Secondo l’Indonesian Forest Watch, solo fino agli anni 2000 sono stati distrutti circa 10 milioni di ettari di foresta. Questa devastazione è visibile nelle piantagioni a monocoltura, per esempio delle palme da olio, responsabili della distruzione della biodiversità, ma pure nelle attività minerarie predatorie dell’ambiente. 

A questo si aggiunga l’inquinamento dei mari, che ha raggiunto livelli preoccupanti nell’arcipelago, non solo a causa della distruzione delle barriere coralline, ma anche perché i rifiuti sparsi distruggono la vita marina, con effetti nocivi sulle popolazioni. Non manca nemmeno l’inquinamento atmosferico, evidente anche nelle Mentawai, dove lo sviluppo delle infrastrutture stradali ha fatto lievitare in maniera incontrollata il numero dei veicoli a motore. E come se non bastasse, ormai dobbiamo fare i conti con l’inquinamento dell’acqua, non solo a causa di reti fognarie fatiscenti, ma anche dell’infiltrazione nel sottosuolo delle acque marine per l’eccessiva estrazione di acque dolci. 

La distruzione dell’ambiente è senz’altro un riflesso della nostra ignoranza, che va a braccetto con l’avidità, come stigmatizza Francesco nella Laudato si’, denunciando la cupidigia come peccato ecologico (cfr. LS 8). Per cui la “conversione ecologica” per i credenti non è un’opzione tra le altre, ma una necessità. E poiché la vita umana è connessa con le altre creature – viventi e non – impossibile preservarla senza la cura dell’ambiente. Di modo che il comandamento biblico dell’amore di Dio e del prossimo dev’essere integrato dalla cura per l’ambiente. Non possiamo, infatti, amare Dio senza amare il prossimo, e non possiamo amare il prossimo senza curarci del mondo che ci ospita. La cura del creato fa parte della vocazione cristiana. 

In buona sostanza, dobbiamo a riscoprire l’autenticità più radicale della fede cristiana, che illumina il nostro rapporto con Dio, con gli altri e con il creato, abbracciando tutti con uno spirito di fratellanza e parentela, perché, come recita il Levitico, la terra non è nostra, ma di Dio, e noi l’abitiamo come forestieri e ospiti (cfr. Lv 25,23). 

Accogliamo dunque come un soffio dello Spirito i tanti movimenti e iniziative ecologiche, provenienti anche da religioni e culture diverse: sono un invito a essere più responsabili nei confronti della nostra Madre Terra e del suo grembo vitale, assicurando così futuro ai nostri figli e al pianeta. Non siamo padroni a casa nostra!



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