MARTIRIO: UNA GRAZIA PER LA MISSIONE
“Il sangue dei martiri è seme di cristiani”, scriveva Tertulliano. Non possiamo negare che, per quanto dolorosa e paradossale, l’affermazione dello scrittore del III secolo contenga una indubbia verità. Ne è ben consapevole anche l’evangelista Luca che, riportando la scena della morte di Stefano, scrive una delle pagine più drammatiche e profonde della teologia del martirio (cfr. At 7,54-8,4). Come è noto, la storia del cristianesimo confermerà tale intuizione.
Martirio e sacrificio sono alla base dell’incremento della missione e del progresso della fede, riproponendo un dato che già era emerso chiaramente nella vicenda di Gesù, e cioè che si perviene alla gloria della risurrezione solo attraverso la via della croce.
LA TESTIMONIANZA DI STEFANO
Il racconto del martirio di Stefano segue immediatamente il discorso pronunciato da quest’ultimo davanti al Sinedrio, un discorso che sarebbe dovuto essere di difesa, ma che alla fine suona come un atto di accusa rivolto a coloro che hanno rifiutato di riconoscere in Gesù di Nazareth il Messia d’Israele: “Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata» (At 7,51-53).
La reazione non può che essere negativa: “All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti in cuor loro” (v. 54). Facendo ricorso ad un vocabolario che nell’Antico Testamento designa solitamente la cattiveria degli empi nei confronti del giusto, Luca mostra come la testimonianza di Stefano si scontri brutalmente contro un muro fatto di odio e cattiveria: non si dimentichi che l’espressione “digrignare i denti” indica normalmente coloro che si trovano all’inferno, tra i tormenti della dannazione. A ben vedere, è la reazione tipica di chi, messo “alle strette” dalla lucidità della testimonianza evangelica, rifiuta caparbiamente di intraprendere un cammino di conversione. Davanti a un testimone così scomodo, non si può far altro che eliminarlo.
LA VISIONE DEL FIGLIO DELL’UOMO
A questo punto emerge un particolare della vicenda che riempie il cuore – di Stefano e dei lettori degli Atti – di grande consolazione. Quando ormai l’odio violento sta per esplodere, il primo martire vede “la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio”. Tale visione è talmente importante che Luca la fa descrivere allo stesso Stefano: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Delle tante sottolineature che si potrebbero fare, ne evidenziamo due.
La prima: questo è l’unico passo al di fuori dei Vangeli in cui compare il titolo “Figlio dell’uomo”; il lettore dell’opera lucana non deve dimenticare che Gesù, durante il suo processo davanti al Sinedrio, aveva affermato: “D’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio” (Lc 22,69). La parola del Maestro, dunque, si compie in una maniera tutta singolare.
La seconda sottolineatura la si coglie andando a vedere da vicino il testo greco, dove leggiamo che Stefano vede il Figlio dell’uomo “in piedi” alla destra di Dio, particolare che la traduzione italiana non lascia intuire. Le interpretazioni dello stare “in piedi” sono molteplici. Certamente si tratta della posizione del giudice che pronuncia la sentenza (cfr. Sal 7,7; 82,1; 94,2; Is 3,13), riconoscendo l’innocenza di Stefano, ma può anche significare che il Signore è pronto per accogliere Stefano, che attraverso il martirio corona così la propria vocazione, sigillandola con il dono totale della vita, proprio come aveva insegnato Gesù.
LE ANALOGIE CON LA MORTE DI GESÙ
Le parole di Stefano scatenano l’ira furibonda degli avversari: “Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo” (vv. 57-58a). Il lettore del Vangelo ricorda che qualcosa di simile accadde a Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,29) e che, nella parabola dei vignaioli omicidi, il figlio del padrone viene “gettato fuori” per essere ucciso. Lo stesso Gesù si era lamentato, piangendo su Gerusalemme, che uccide i profeti e “lapida” coloro che le sono inviati (cfr. Lc 13,34). Insomma, i riferimenti alla vicenda di Gesù sono – e saranno sempre di più – frequenti, a conferma del fatto che il destino del Maestro si ripropone in quello dei discepoli (cfr. Gv 15,18-21). Tale considerazione deve però infondere nel cuore dei credenti sentimenti di grande speranza, perché la vicenda di Gesù, per quanto segnata dalla sofferenza e dalla morte, si è conclusa con la vittoria sulla sofferenza e sulla morte. Questo i discepoli non dovranno dimenticarlo mai. Non lo ha certo dimenticato Stefano, che mentre viene lapidato, proprio come Gesù mentre veniva inchiodato alla croce (cfr. Lc 23,34), «pregava e diceva “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”» (vv. 59-60). Le analogie con la morte di Gesù sono molte, anche se non sfugge una differenza sostanziale: Gesù si rivolge al Padre, il discepolo invece al Maestro. Si comprende così il tono parenetico del racconto, che consiste nel mostrare Stefano come modello per eccellenza del discepolo-martire, che vive e muore come il suo Maestro.
I FRUTTI DEL MARTIRIO
La morte di Stefano – come quella degli innumerevoli martiri che seguiranno nella storia del cristianesimo – non è affatto inutile. Due sono i frutti che scaturiscono immediatamente.
Il primo, anche se ancora “acerbo”, concerne la conversione di un personaggio assolutamente singolare: Saulo-Paolo, il persecutore dei cristiani che presto diverrà intrepido missionario del Vangelo di Gesù Cristo: “E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo” (v. 58b); “Saulo approvava la sua uccisione” (At 8,1). È proprio vero, “il sangue dei martiri è seme di cristiani”: ciò vale per Saulo, ma non solo, perché, come riferirà Luca nei versetti successivi, la persecuzione innescatasi con la morte di Stefano provocò paradossalmente la dispersione (lett. “la semina”) del Vangelo al di fuori della Giudea: “Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola” (At 8,4).
Il secondo frutto è il perdono degli uccisori, il che ci impedisce di attribuire alla durezza del racconto toni antisemiti che certamente Luca non intese affatto attribuirgli. Si noti a questo proposito la sequenza non casuale: Stefano chiede al Signore di “non imputare loro questo peccato” e vede il Figlio dell’uomo alzarsi per accoglierlo e giudicare: se accostiamo questi due dati, il Signore che si alza per giudicare e Stefano che si presenta davanti a lui invocando il perdono per i persecutori, allora diventa chiaro che il martire viene accolto con la sua preghiera, e dunque i persecutori, grazie ad essa, vengono graziati. Il cristiano non deve perciò nutrire rancori verso nessuno, nemmeno verso coloro che, in odio alla fede, cercano di togliergli la vita. Se non altro perché, per il credente, la morte non è la fine, ma paradossalmente il compimento dell’esistenza e l’inizio dell’eternità. Tale considerazione emerge da un dato assai consolante. Di Stefano non si dice che “morì”, come vorrebbe la traduzione italiana, ma che “si addormentò” (ekoiméthe, dal greco koimáomai, da cui deriva il termine “cimitero”: là “riposano” i morti nell’attesa del loro risveglio, la risurrezione). Come rileva opportunamente Daniel Attinger: «Da qui si comprende che chi “è assomigliato” a Gesù non muore più, come egli aveva promesso: “Chi crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11,25-26)».
IL MARTIRIO NUTRE LA MISSIONE
A conclusione del nostro breve percorso, non possiamo negare che, per quanto drammatico, il racconto del martirio di Stefano sia circonfuso da un’aurea di grazia, quella stessa grazia che, nutrendo la missione, le garantisce un autentico successo.







