MAFIA E VANGELO SONO INCONCILIABILI
Il 9 maggio scorso, anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II (1993) ad Agrigento, è stato proclamato beato il “giudice ragazzino” Rosario Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990, all’età di 37 anni. Il riconoscimento del martirio in odium fidei (in odio alla fede) è stato possibile grazie anche alle dichiarazioni di uno dei mandanti, che ha testimoniato che chi ha ordinato il delitto conosceva quanto il giudice fosse retto, uomo di fede, e per questo incorruttibile. Livatino, infatti, amministrava la giustizia come esigenza intrinseca della sua fede. Questa coerenza piena, senza zona grigia tra Vangelo e vita, convinse “i suoi avversari – ha detto nell’omelia della beatificazione il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro – che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano”.
Per questo la Chiesa oggi lo celebra come martire, per aver testimoniato fino in fondo la radicale inconciliabilità tra mafia e Vangelo. “Un messaggio potentissimo – ha ricordato il coordinatore del neonato Gruppo di lavoro sulla scomunica alle mafie, Vittorio Alberti, presso il Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale del Vaticano – per affermare che la mafia non ha nulla a che vedere con il Vangelo e quindi con la Chiesa”. Di modo che è impossibile appartenere alla mafia e alla Chiesa.
Era quanto denunciava al terzo Convegno delle Chiese di Sicilia nel novembre 1993 l’allora procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli, di fronte alla mentalità mafiosa che in Sicilia – ma non solo – era riuscita a deformare alcuni valori cristiani, insinuandosi in alcune parrocchie e appropriandosi in qualche caso delle stesse feste religiose, abusando dei sacramenti per legittimare la condotta dei mafiosi. Ebbene, nel suo intervento, fatto non tanto come magistrato, ma come cristiano, Caselli, dopo aver citato i nomi di Falcone, Borsellino e don Puglisi, aggiunse: “Se sono morti è stato certamente perché lo Stato – ma anche noi, noi cristiani, noi Chiesa – non siamo stati sino in fondo quel che avremmo dovuto essere: Stato, cristiani, Chiesa. Questi uomini sono per noi segno di riscatto civile, morale, religioso. Ma sono anche una condanna. Essi non hanno visto, nel loro tempo, quello in cui speravano”. In buona sostanza, l’allora procuratore di Palermo poneva alla Chiesa la scomoda questione della credibilità: “Una presenza significativa esige coraggio. Il coraggio dell’autocritica. Il coraggio di rinnovare, di permeare di audacia la propria testimonianza. Occorre superare un agire a volte troppo vecchio, oppure troppo timoroso, rinchiuso nelle sacrestie […]. L’identificazione esclusiva del cristiano nella prassi liturgico-sacramentale non apre al coraggio dell’autocritica”.
Oggi in Sicilia non ci sono più vescovi, come negli anni ’70, che osano affermare che nella loro diocesi non c’è la mafia. La Chiesa siciliana è senz’altro cambiata, ha preso posizione in documenti forti, che sono stati ripresi anche dalla Chiesa italiana, visto che la mafia non riguarda solo il Meridione d’Italia, ma anche il Centro e il Nord, dove, senza violenze eclatanti, essa pratica la via della corruzione con operatori economici, amministratori, funzionari pubblici. Gli esempi di don Pino Puglisi e di Rosario Livatino interpellano tutta la Chiesa italiana, non solo quella siciliana, che fatica ad essere all’altezza dell’eredità di tali testimoni. “Quando moriremo – diceva Livatino – nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma credibili”.







