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Papa Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio (RMi) afferma che lo Spirito Santo è l’agente principale della missione. E Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, ribadisce che la missione è “scoprire dove opera lo Spirito Santo e unirsi alla sua azione” (K. Kirsteen, Joining in with the Spirit, Epworth Press, London 2010, p. 1).

Entrambe le affermazioni sono strettamente collegate all’idea che la missione è prima di tutto la missio Dei (missione di Dio), che riceve il suo slancio dalla missio Spiritus (missione dello Spirito).

La missione di Dio è guidata dallo Spirito, inviato dal primo momento della creazione, che si concretizza nella missione del Figlio, Gesù di Nazaret, nella “pienezza dei tempi” (Gal 4,4) ed è “affidata a noi” (2Cor 5,19). Inoltre, parlando delle “vie della missione”, Giovanni Paolo II, ancora nella RMi, descrive la missione come una realtà unica, ma complessa. Nel mio lavoro con Roger Schroeder (Teologia per la missione oggi. Costanti nel contesto), ho interpretato il poliedrico significato della missione attraverso sei elementi base:

  • 1) Testimonianza e annuncio;
  • 2) Liturgia, preghiera e contemplazione;
  • 3) Giustizia, pace e integrità del creato;
  • 4) Dialogo interreligioso e con la società laica;
  • 5) Inculturazione;
  • 6) Riconciliazione.

La missione, infatti, non può essere ridotta a uno qualunque di essi, essendo ciascuno costitutivo della stessa. Volendo riflettere sul modo in cui è vissuta oggi la missione, alla luce dell’azione dello Spirito Santo, questi sei elementi possono fornire un buon quadro di riferimento intorno al quale organizzare le idee. Quanto segue è una riflessione su come lo Spirito opera e si manifesta in ciascuno di tali elementi, e su come questa azione venga sperimentata e riceva risposte in varie parti del mondo.

TESTIMONIANZA E ANNUNCIO

Il giornalista statunitense John Allen scrive che “le future storie del cristianesimo probabilmente presenteranno la fine del XX secolo come l’era dell’esplosione pentecostale” (The Future Church. How Ten Trends Are Revolutionizing the Catholic Church, Doubleday, New York 2009, p. 378). È risaputo che il pentecostalismo è il movimento religioso che oggi cresce più velocemente (da meno del 6% negli anni ‘70 del XX secolo a circa il 20% nel primo decennio del XXI). Allen fornisce molte ragioni sociologiche plausibili di questa crescita, ma afferma che, dal punto di vista dei pentecostali e carismatici, la ragione fondamentale è lo stesso Spirito Santo.

In altre parole, la vitalità tanto evidente nelle comunità pentecostali e carismatiche è una prova dell’opera dello Spirito. Queste comunità testimoniano ciò che la fede in Cristo può essere: sono gioiose, offrono una buona assistenza pastorale, leggono e studiano la Bibbia insieme, manifestano un senso di responsabilizzazione (empowerment) del laicato e una crescita del ruolo delle donne nella Chiesa. In India un sondaggio sul perché le persone sono attratte dalle Chiese pentecostali ha concluso che esse vogliono integrarsi in una comunità calda e accogliente e desiderano una maggiore cura pastorale per sostenere la loro vita spirituale (Office of Theological Concerns, “The Spirit at Work in Asia Today”, in Franz-Josef Eilers, ed., For All the Peoples of Asia. Federation of Asian Bishops’ Conferences, Documents from 1997 to 2001, Claretian Publications, Quezon City / Philippines 2002, p. 317). Lo Spirito opera per rendere la comunità ecclesiale testimone della potenza del Vangelo. Molto spesso è la forza di attrazione di questa testimonianza a persuadere i cattolici a entrare nelle Chiese pentecostali, come nota la Conferenza di Aparecida, del 2007.

I cattolici farebbero bene a unirsi all’opera dello Spirito Santo e a far sì che le loro comunità siano vivaci quanto le pentecostali (cfr. Aparecida 285).

LITURGIA, PREGHIERA E CONTEMPLAZIONE

Liturgia, preghiera e contemplazione non vengono considerate immediatamente elementi della missione. Se ne riconosce l’importanza, ma sono viste più come azioni per il bene della Chiesa che come azioni della Chiesa verso l’esterno. Tuttavia, da anni, il pensiero missiologico le vede come contributi preziosi all’azione missionaria e la riflessione su questi temi costituisce l’avanguardia del medesimo pensiero. Liturgia, preghiera e contemplazione sono atti missionari, modi per unirsi all’opera dello Spirito.

Anni fa un missionario della Papua Nuova Guinea mi disse che era quasi impossibile svolgere un’azione missionaria efficace in quel paese senza essere in qualche modo carismatici; per molti versi questo è vero anche in altre parti dell’Asia, in America latina e Africa, dove la gente vuole liturgie vivaci, belle, gioiose, dinamiche, piene di Spirito e di preghiere, meno preghiere formali e prestabilite e più invocazioni spontanee. Forse con queste richieste lo Spirito ci dice che abbiamo bisogno di essere più vivaci quando celebriamo la liturgia; che la nostra musica deve essere più adeguata alle culture locali e avere una maggiore base biblica; che le nostre preghiere devono essere più sincere e più libere.

La preghiera nello Spirito è un atto missionario.

DIALOGO INTERRELIGIOSO E CON LA SOCIETÀ LAICA

L’insegnamento della Chiesa pone coerentemente in rilievo che lo Spirito diffonde i “semi del Verbo” nelle culture del mondo, e ispira tutti “gli sforzi dell’attività umana tesi alla verità, al bene, a Dio” (RMi 28). Nelle varie religioni del mondo è possibile discernere raggi della verità che è pienamente rivelata in Cristo. La Chiesa riconosce che chiunque segue sinceramente i dettami della coscienza può ricevere la salvezza (NAe 2 e LG 16). Infatti, lo Spirito Santo dà a tutti “la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (GS 22).

È il riconoscimento dell’attività dello Spirito nelle religioni del mondo, e persino tra sinceri non credenti, a spingere i cristiani a cooperare con lo Spirito nelle varie forme di dialogo: di vita, di azione, di scambio teologico, di esperienze spirituali (Dialogo e Annuncio 42). Questo dialogo fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa (RMi 55). La Federation of Asian Bishops’ Conferences (Fabc) conduce un’ampia riflessione sulla presenza dello Spirito nelle religioni asiatiche, incluse le cosiddette religioni primitive (Fabc 1997, pp. 238-266), e definisce il dialogo “il lavoro dello Spirito” (Ibid., p. 307).

Collaborare con lo Spirito richiede apertura, umiltà, pazienza, ma anche il coraggio di proclamare la propria fede cristiana quando se ne presenta l’opportunità.

INCULTURAZIONE

Come hanno affermato i teologi della Fabc, “lo Spirito ci unisce in maniera meravigliosa a tutti coloro che hanno lasciato l’impronta indelebile dei loro spiriti, cuori e menti, in forme innumerevoli, nelle nostre culture e tradizioni” (Fabc 1997, p. 237). È questo legame con la cultura e la tradizione, dicono anche i vescovi latinoamericani ad Aparecida, a rendere possibile l’inculturazione. Dobbiamo “valutare positivamente ciò che lo Spirito Santo ha già seminato” (Aparecida 262), e così quando parliamo dell’inculturazione che purifica e perfeziona la fede in un determinato contesto o cultura, riconosciamo che non partiamo da un’assenza dello Spirito, ma dalla sua costante presenza nella storia e nella cultura. La teologia aborigena australiana afferma questa presenza (Rainbow Spirit Elders, Rainbow Spirit Theology. Towards an Australian Aboriginal Theology, ATF Press, Hindmarsh/S. A 2007, pp. 29-41).

È nel discernimento dello Spirito nelle culture e nei contesti locali che si trova la “stoffa” per realizzare un’autentica inculturazione del Vangelo.

Lo Spirito non è mai uno spirito di uniformità, ma opera sempre per l’unità nella pluralità. La pluralità non è semplicemente un dato provvisorio, una tappa sul percorso verso una sola teologia “universale”. La pluralità stessa è opera dello Spirito, deve essere riconosciuta in quanto tale e celebrata dalla Chiesa in missione.

RICONCILIAZIONE

Nei suoi numerosi scritti sulla missione come riconciliazione, Robert Schreiter insiste particolarmente su due elementi del processo di riconciliazione. Prima di tutto, dice, la riconciliazione è possibile solo perché è Dio a prendere l’iniziativa, a offrire a una particolare vittima o gruppo di vittime la comprensione e il coraggio di perdonare la violenza che è stata commessa contro di loro. In secondo luogo, mostra che la riconciliazione non ripristina lo stato di cose che c’era prima, lo status quo ante; piuttosto, trasporta sia la vittima che il reo della violenza in un luogo nuovo, una situazione nuova creata dalla grazia (cfr. R.J. Schreiter, “Globalization and Reconciliation: Challenges to Mission”, in R.J. Schreiter, ed., Mission in the Third Millennium, Orbis Books, Maryknoll/NY 2001, pp. 121-143).

Schreiter parla in termini generali di “Dio” quale agente di questa opera di riconciliazione, ma sarebbe più appropriato dire che questa è opera dello Spirito Santo, soprattutto perché la guarigione, la riconciliazione e la novità sorprendente sono sempre segni della sua azione. Nel mondo violento di oggi la riconciliazione va cercata a vari livelli, ed è chiaramente una priorità della missione evangelizzatrice della Chiesa, perché la possibilità di riconciliarsi è davvero una buona notizia, spesso sorprendente. Kirsteen Kim immagina lo Spirito all’opera nella riconciliazione come “una colomba colorata e forte” (The Holy Spirit in the World, Orbis Books, Maryknoll/NY 2007, p. 179).

Spesso la colomba come rappresentazione dello Spirito diventa un’immagine sviante, che ricorda “il tacchino ingrassato del consumismo” o “l’aquila dell’impero” (Ibid., p. 180).

Perché la colomba sia una vera rappresentazione dello Spirito, dobbiamo riconoscere che la riconciliazione “ha luogo sotto le ali del dinamico e vigoroso Spirito di Dio, che aleggiava sulle acque per dare alla luce la creazione, e si libra in volo ancora oggi” (Ibid., p. 181). Lo Spirito guida l’umanità nella vera lotta per la riconciliazione, che richiede forza e coraggio, e che unifica l’umanità in tutta la sua colorata varietà.

La partecipazione a questa opera dello Spirito è il compito della missione oggi.


(Riduzione e adattamento di Mario Menin)



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