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QUALE CONVIVENZA DEI POPOLI? Verso il Convegno di M.O.

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Bisogna saper opporre alla "differenza che separa", una "differenza della solidarietà". E' quanto sostiene il grande scrittore (ex) jugoslavo Predrag Matvejevic. - La risposta-chiave alla globalizzazione sta in una sorta di coordinata "strategia lillipuzziana" su scala mondiale, fatta di sottilissimi fili e mille iniziative.

Come fare in modo che la ricchezza culturale diventi un'autentica forza di resistenza, anzichè una forza disgregante?

Il Convegno intende anche richiamare l'attenzione sull'esperienza della chiesa algerina e cogliere le provocazioni che ci vengono dalla sua testimonianza.

Offriamo un primo contributo sul tema del prossimo Convegno di Missione Oggi. Alcuni della redazione si sono trovati, attorno ad un tavolo... E hanno cominciato a discutere. Gli interventi sono stati molto vari: da quello introduttivo di Roberto, incentrato sul bipolarismo individuo/comunità, a quelli a carattere economico-politico di Fausto, Franco, Marino, Alessandra. Meo, invece, sottolinea il perchè di tanto interesse per l'esperienza della chiesa algerina e per la sua "spiritualità delle mani vuote". Non si tratta che di spunti, di interrogativi in parte con e in parte senza risposta. La vera discussione avrà luogo sabato 17 maggio, a Brescia, nell'aula magna della Facoltà di Medicina.   


UNA DIFFERENZA DELLA SOLIDARIETA'

Nell’editoriale di aprile concludevamo con l’indicazione di due polarità, su cui ricostruire un tessuto di convivenza: il singolare ed il plurale, l'individuo e la comunità locale, ma anche la comunità nazionale e quella regionale, e questa e la comunità-mondo. Le identità ricche, aperte, dubbiose stanno dentro a questa reciprocità virtuosa, e quando la negano diventano mostri. Un po' come le bio-regioni: superare i confini politici che sono il frutto artificiale dei poteri statali presidiati dalle armi, che si riconoscono per differenza (l'altro da me, io italiano, tu sloveno, o albanese, o tunisino...), e ricercare di definire confini "deboli" che abbracciano, includono, garantiscono lo spazio dentro cui si misurano le diversità; si guardano, si incrociano, si capiscono, si contaminano.

Il grande scrittore (ex) jugoslavo Predrag Matvejevic ci dice di cercare l'identità al di là della semplice singolarità. "Colui che cerca un'identità assoluta, individuale o collettiva, finisce per cercare una purificazione etnica". Questo perchè l'identità è un caleidoscopio formato da moltissime componenti, varie, contradditorie. Così le particolarità: quando scivolano nel narcisismo delle "piccole differenze" (io sono così, tu sei così, teniamo le distanze) si finisce nella purificazione etnica, ma anche religiosa, ideologica... . "Bisogna saper opporre alla 'differenza che separa' - dice ancora Matvejevic - una 'differenza della solidarietà'. La prima è istintiva, la seconda è frutto dell'educazione, di una grande riforma intellettuale e morale". Ciò che oggi manca.

  • Roberto.

UNA GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO

Partiamo dal presupposto che l'effetto più diretto della globalizzazione - che si sta verificando - consiste nella competizione fra paesi e nel conseguente livellamento verso il basso degli standard di vita, dei salari, ecc. Dal caso del Chiapas a quello della Corea: notiamo però fermenti di opposizione e di contrasto rispetto alla globalizzazione, che tendono a collegarsi tra di loro. In sostanza, bisogna tentare di rispondere al fenomeno imperante con una "globalizzazione dal basso" (la definizione è di Jeremy Brecher e Tim Costello, autori del libro "Contro il capitale globale. Strategie di resistenza", ndr), con una tessitura di legami tra soggetti anche molto diversi. Alla fine, possono verificarsi alleanze inedite e impensabili in altri contesti. Lo scopo è quello di attivare una sorta di coordinata "strategia lillipuzziana" su scala globale, fatta di sottilissimi fili e mille iniziative.

Gli effetti perversi della globalizzazione si stanno estrinsecando non solo a livello economico e sociale, ma anche in termini etici e culturali - soprattutto attraverso l'azione dei mass-media che sono totalmente asserviti al meccanismo economico: l'informazione è una merce come le altre e, in questa logica, il mercato non ha alcuna capacità di fare selezione fra i prodotti culturali; la frammentazione dell'universo delle merci si ripropone pari pari nella frammentazione dell'universo delle idee, delle morali, ecc. - Così come sul fronte delle merci si deve pervenire a qualche forma di sobrietà, anche sul fronte personale bisogna individuare alcuni capisaldi. Insomma, non si può pensare di fare una seria attività di resistenza al capitale globale, se non partendo dal sé personale e tentando di ricostruire l'unità del soggetto.

  • Fausto.

IL MERCATO? UN CAVO A FIBRE OTTICHE

Si va affermando sempre di più il fatto che il potere globale sarà di chi ha la finanza, il dominio delle fonti energetiche e il controllo dell'informazione/formazione. In molti periodi storici, la presenza di un movimento di "espansione dominante" ha però visto l'incunearsi progressivo di tante altre opinioni, altre forme di sviluppo che poi hanno ribaltato o aggiustato le strategie iniziali. Ora io mi chiedo se effettivamente questo "sacro mercato" - considerato fondamentale per la costruzione di un prossimo futuro - non sia una sorta di cavo a fibre ottiche in cui passano milioni e milioni di informazioni. In Africa, ad esempio, c'è un'invasione di grandi interessi ormai intersecati che giocano la partita su questi tre tavoli (della finanza, dell'energia e dell'informazione) in contemporanea, in maniera trasversale; e questo gioco tocca un po' tutte le aree indistintamente.

Non è che forse, proprio tramite tale grande penetrazione, passino anche altre informazioni? Non è che i singoli individui, le comunità, le minoranze, ecc. vengano comunque investite da una potenziale capacità di appropriarsi di alcune forme di questi elementi di potere e quindi di ritrasformarle? In altre parole, il mercato - che è così dominante, potente, pervasivo - è sostanzialmente una negatività per l'autodeterminazione dei popoli, o un trasmettitore dal quale è possibile rubare una parte del fuoco, del sole, ristabilendo così rapporti corretti fra gli individui e le collettività?

  • Franco.

COME MINARE IL GIGANTE DAI PIEDI D'ARGILLA

Il problema grosso è che da un lato il mercato tende ad omologare, a massificare, a distruggere le singole culture; dall'altro si assiste al continuo scoppio di particolarismi. Come ricostruire la convivenza dei popoli, tenendo appunto presente questi due estremi opposti? Siamo in un mondo, che vive indubbiamente una tendenza di fondo. Essa è determinata da un unico polo, basti vedere la recente elezione del segretario generale dell'Onu (sponsorizzato dagli Stati Uniti, ndr). Sul piano economico, ci troviamo poi all'interno di un unico modello di sviluppo, di produzione e di consumo; anche se poi è chiaro che esso si articola in modi molto diversi in Europa, in Nordamerica, in Sudafrica, ecc. Inoltre, assistiamo ad una omologazione culturale generalizzata. E' ovvio che è un processo in corso, per niente concluso, con in sè delle grandi contraddizioni.      

L'Europa, in un certo senso, può tentare di limitare tutto ciò. Ha infatti uno straordinario patrimonio politico, sociale, culturale, ecc. in grado di opporre resistenza. Il problema mi sembra proprio questo: se riuscissimo a far sì che i popoli ritornassero ad essere protagonisti valorizzando le proprie particolarità, le proprie culture, i propri bisogni più autentici ed evitando che queste si traducano in conflittualità (che fanno il gioco del disegno di globalizzazione). Ma come fare in modo che la ricchezza culturale diventi un'autentica forza di resistenza, anzichè una forza disgregante?  E' dando vita a forme di solidarietà, che i popoli possono davvero minare il gigante dai piedi d'argilla.

  • Marino.

LE SOLUZIONI SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI

Non si tratta di eliminare la mondializzazione, ma di contenerla. Se non lo si fa, o almeno non ci si prova, il rischio è che essa elimini tutte le nostre identità a parte quella di consumatori. Di per sè, il mercato non sarebbe contro la democrazia; semplicemente non gliene importa nulla. Ciò che è pericoloso, invece, è l'idea che l'economia di mercato e la democrazia siano la medesima cosa; che i mercati siano davvero liberi e che la libertà di mercato definisca la democrazia.

Quanto alle soluzioni, sono in parte da inventare e in parte sotto gli occhi di tutti. In generale, è chiaro che bisogna far precedere l'economia e il mercato dalla società e dalla politica. Se la degenerazione è avvenuta in ambito economico, è lì che bisogna cominciare ad agire: moltiplicando i rapporti di cooperazione transnazionali e riducendo contemporaneamente l'entità dei soggetti (dal macro al microcredito, l'unico che crea vero sviluppo).

Emblematico è il vertice sul microcredito, che si è tenuto recentemente negli Stati Uniti; ed emblematico è anche il caso del Sudafrica, che sta tentando di resistere alla tentazione di chiedere prestiti alla Banca mondiale e non vuole "fare il passo più lungo della gamba". Dobbiamo poi renderci conto, che come consumatori abbiamo un potere enorme (vedi l'arma dei boicottaggi, ndr) e che proprio in forza di questo potere possiamo tentare di riappropriarci dello status di "cittadini".

  • Alessandra.

LA VIA DELLA CONDIVISIONE E DELL’INCONTRO

Il Convegno di M.O. intende, tra l'altro, richiamare l'attenzione sull'esperienza della chiesa algerina, sottolineando un cammino che da due-tre anni proponiamo ai lettori, "la missione nella debolezza", "la spiritualità delle mani vuote", proprio a partire dalla sua testimonianza.

Sarà, quindi, un'occasione unica per interrogare uno dei principali esponenti di questa chiesa su cosa hanno imparato a vivere "nel tempo della prova" che si è abbattuta su tutta la società algerina: "tempo di resistenza" della maggioranza di fronte a quanto alcune minoranze vogliono imporle; "tempo di contestazione" pacifica dei mezzi di violenza e dell'esclusione.

In questi anni la chiesa d'Algeria non si è ripiegata su di sè, ma ha accettato come un dono il cammino di purificazione e di spogliamento che le era richiesto e ha approfondito la sua vocazione in rapporto all'Islam, si è aperta all'incontro con tutta la società algerina, pronta a farsene modificare: senza la pretesa di guidare o di condizionare, ma con l'unica volontà di condividerne la vita, nella testimonianza della fraternità.

Facendoci interrogare dai valori di fondo che reggono l'esperienza della chiesa di Algeria e dallo stile del suo rapporto con la comunità musulmana, penso che il Convegno di M.O. potrà trarre una lezione fondamentale per tutta la missione e per la presenza dei cristiani nella storia che siamo chiamati a vivere.

  • Meo

IL NUOVO DISORDINE DOPO LA TEMPESTA

L'Iraq e la guerra del Golfo, il Medio Oriente e la pace fra palestinesi ed israeliani: sta uscendo la terza edizione del libro di Igor Man, "Diario arabo", pubblicato nel '91. E' il tentativo di dare un bilancio, a sei anni dal "trionfo senza vittoria" della coalizione arabo-occidentale scatenata contro Saddam Hussein dal presidente Bush. E il bilancio è fallimentare: la tanto esaltata "vittoria del Bene sul Male" è un fantasma e la pace ancora un miraggio. L'unico a godere una forma davvero eccellente - fra i protagonisti d'allora - è l'uomo che Le Monde ribattezzò il Ladro di Baghdad.

E Arafat? E' stanco il padre della nazione palestinese, anche se continua a combattere la sua battaglia con l'ottimismo di sempre. Inutile negarlo: l'ultimo, enfatizzato accordo (quello di Hebron) con Netanyahu anzichè rafforzare l'idea del Nuovo Ordine la allontana. Intanto, Hebron non è stata evacuata del tutto: i coloni vi rimangono, potenziale mina vagante. Va detto poi che, forte il consenso degli Stati Uniti, Israele restituirà entro l'aprile '98 solamente due decimi di quel 70% del territorio rurale noto come Zona C.

Nel postfazione, l'autore conclude: "Ma se il Nuovo Ordine in qualche modo cerca di affermarsi in Palestina, altrove non solo è assente ma troviamo un (preoccupante) Nuovo Disordine: dall'Albania alla Bosnia, dal Kossovo alla Cecenia, dalla stessa Russia al Sud-Est asiatico. Dall'Africa dei Grandi Laghi alla Liberia, per non parlare della Somalia. Come altrettanti personaggi di Godot siamo sempre in attesa del Nuovo Ordine. Che tipo di 'ordine'?"



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