Lo scontro ... Volti di un islam democratico. Musulmani di oggi
Ci sono giunte moltissime reazioni agli attentati dell’11 settembre. Ne pubblichiamo qualche stralcio.
C’è un islam democratico, della tolleranza e dei diritti umani, che fa meno rumore ma è maggioranza. Due nostri amici ce ne parlano nelle loro lettere.
LA LOGICA DELLO SCONTRO
Sarebbe naïf non vedere che un enorme passato fatto di errori, sporchi interessi, derive ideologiche e religiose, cinismo, logica di potere – militarmente, finanziariamente e persino culturalmente – sia dietro la situazione che oggi riguarda tutti noi di questa civiltà globale dopo gli attacchi dell’11 settembre.
La nostra speranza è che il sangue degli innocenti non sia stato versato invano e che questa tragedia ci spinga a farci maggiormente carico del bene dell’umanità, lavorando duramente per un reale controllo democratico di tutte le aree di tensione e smettendo di utilizzare i conflitti locali come mezzi per espandere influenze militari e finanziarie.
L’effetto più tragico, desiderato da alcuni di entrambe le parti, sarebbe quello di entrare nella logica di uno scontro di civiltà con l’islam. Non è grazie ad equivoche alleanze con paesi islamici corrotti ed autoritari, che si può evitare lo scontro. Solo un ampio movimento democratico di condivisione culturale, solidarietà materiale ed evoluzione istituzionale può essere fonte di speranza. Le armi più pericolose nelle mani dei signori del mondo non costituiscono una fonte di sicurezza e libertà per la gente del pianeta, ma generano solamente una maggiore angoscia e rabbia.
Qualsiasi politica militare e finanziaria che faccia avvertire alla maggioranza della popolazione la sensazione di essere governata da una logica imperialistica procurerà altro terreno per nuovi attacchi terroristici, essendo questa l’arma dei più deboli e poveri.
La nostra posizione resta quella di mostrare l’efficacia della lotta nonviolenta per la giustizia. Consideriamo nostro dovere e nostra vocazione lavorare con mezzi pacifici per trovare soluzioni profonde e durature ai problemi causati da questi atti terroristici e dalla probabile risposta militare.
PAOLO DALL’OGLIO - Comunità di Deir Mar Musa - Nebek, Siria.
LA PUNTA DI UN ICEBERG
I problemi portati in superficie da questo gesto criminale sono la punta di un iceberg sommerso, una colossale mina vagante che presto o tardi dovrà pur scoppiare e fare dei danni, sono l’emergere di una rabbia accumulata e profonda contro l’arroganza, il disprezzo e il trionfalismo con i quali noi occidentali ci siamo comportati negli ultimi tempi nei confronti del Sud del mondo.
Questa mina vagante deve essere onestamente identificata, riconosciuta e disinnescata. Essa è costituita dalle ingiustizie strutturali del “nuovo ordine mondiale” ereditate dalla guerra fredda, che il processo di globalizzazione ha fatto emergere e che ora stanno scoppiando e di cui l’attentato agli Stati Uniti non è che il primo grande segno eclatante: forse solo l’inizio! Non è quindi un problema soltanto di islamici fanatici arrabbiati contro un Occidente pagano e trasgressore, ed ancor meno il contenzioso dei palestinesi opposti ad Israele per rivendicare il diritto alla loro terra.
Le reazioni dell’islam devono essere capite, confrontandole con le lentezze e le tergiversazioni dell’Occidente nel risolvere i problemi politici, con la prepotenza del mondo occidentale che impone la sua cultura umiliando sistematicamente le altre, e con l’arroganza di un mondo che decide tutto per conto proprio sulla pelle di stati indipendenti, ma poveri, come se questi ultimi fossero i servi dell’Occidente.
GABRIELE FERRARI, missionario saveriano.
VOLTI DI UN ISLAM DEMOCRATICO
Sono molti i "civilissimi" esponenti dell'islam democratico che ho potuto conoscere ed apprezzare nei loro paesi in questi anni. Fanno parte di un piccolo e personale "album di famiglia" che mi serve a capire dove, paese per paese, risiede la forza e l'autorevolezza morale. Mi servono come una bussola nel mare delle informazioni contrastanti, perché succede anche a me di decidere di schierarmi in base a convinzioni generali e frequentazioni personali, e a selezionare poi le informazioni conseguenti e confermative.
Ecco Selim Beslagic, il sindaco della Tuzla interetnica diventata oggi politicamente maggioritaria anche a Sarajevo dopo gli anni dell'ubriacatura nazionalista. Irfanka Pasagic, la psichiatra di Srebrenica che dedica tutta se stessa a curare le ferite del corpo e dell'anima degli orfani sopravvissuti. Vjosa Dobruna, medico a Pristina, ora ministra dell'Onu per la riconciliazione e la ricostruzione della società civile. Ecco in Algeria la parlamentare Khalida Messaoudi che a Bolzano ci ha raccontato di altre donne importanti della sua tradizione religiosa e della sua identità plurima: femminile, berbera, mediterranea. E Soheib Bencheikh già giovane muftì di Marsiglia, amico intimo del vescovo cattolico di Algeri, fautore di un'integrazione del popolo dei migranti in una Francia laica ma rispettosa delle differenze religiose. Infine il direttore del Prime Sami Adwan venuto a Bolzano in luglio con l'israeliano Dan Bar-On per testimoniare la volontà di pace di due popoli destinati a coesistere o a perire.
Ma non occorre andare lontano per capire la grandezza di altre culture. Basta conoscere un po' da vicino l'arcipelago dell'immigrazione insediata nella nostra piccola provincia, per scoprire i quotidiani eroismi delle donne e degli uomini che, come le nostre madri e i nostri padri, se ne sono andati dai loro paesi con una valigia in mano allo sbaraglio, in cerca di fortuna.
EDI RABINI - Fondazione Alexander Langer, Bolzano.
MUSULMANI NEL MONDO D’OGGI
Sempre più urgente si fa la necessità di interpretare le contraddizioni sociopolitiche e i drammatici conflitti, anche di natura violenta e armata, del nostro mondo. Gli usuali schemi di analisi appaiono spesso obsoleti, inefficaci nel comprendere e spiegare gli eventi e incapaci di fornire soluzioni.
L'Islam da tempo occupa in questo una centralità per vari motivi, ma soprattutto in quanto una buona componente della realtà islamica rappresenta un'area sociale ed economica marginale nella globalizzazione attuale. Divario economico, conflittualità ed instabilità politica danno luogo in queste aree a movimenti radicali – anche come risposta alla propria condizione di marginalità – che fanno riferimento alla religione islamica per acquisire una legittimità politica, alla cultura e alla civiltà islamica per affermare una compattezza identitaria, da contrapporre al processo di disgregazione in atto.
Di fatto, però, non è difficile rintracciare nella religione islamica, ma anche nella costituzione normativa di questa civiltà, dei contributi e dei riferimenti espliciti al tema della tolleranza e ai diritti umani. Elementi fondamentali nella riflessione dell'islam e anche nella prassi storica della realizzazione della civiltà islamica, sono quelli relativi al diritto alla vita e alla libertà di credo. Quando i musulmani entrarono a Gerusalemme (638) il secondo califfo 'Umar stipulò con il patriarca della città un trattato in cui si impegnava a proteggere il popolo e a salvaguardarne il credo: "Ha garantito le loro vite, la proprietà, le chiese, le croci: le loro chiese non saranno abitate da stranieri, né saranno distrutte, né rovinate in alcuna parte; e così le loro croci o proprietà. Non saranno perseguitati per la loro religione, né molestati".
Una riflessione si rende opportuna per fare un po' di chiarezza sul termine jihad. Si può partire dal significato letterale del termine, che può essere tradotto come “sforzo”. Nella tradizione musulmana, il detto jihad fi sabil Allah significa “impegnarsi sulla via di Dio” e non contiene alcuna implicazione di natura violenta o aggressiva. Lo sforzo, il jihad, maggiormente gravoso, è quello richiesto dal vivere in armonia seguendo gli insegnamenti religiosi. Recitano due hadith del Profeta Muhammed: "Il jihad più meritevole è un pellegrinaggio compiuto piamente" e "Il più eccellente jihad mira alla conquista di se stessi". L'eventuale difesa della comunità da aggressioni esterne è anche jihad, ma meno gravoso rispetto al precedente. Il che significa dunque che l'impegno più faticoso è quello individuale, e in particolare è quello richiesto a se stessi, mentre lo sforzo minore è quello dato dall'azione collettiva.
La concezione originaria del jihad si riassume dunque nell'impegno con cui i musulmani mettono in pratica l'insegnamento di Dio. Quello che alcune traduzioni del termine jihad nel Corano spesso rendono erroneamente come combattimento, va invece concepito come sforzo.
Oggi, molti giudizi nei confronti dell'islam sono basati su degli avvenimenti che testimoniano in realtà la profonda frattura storica, culturale e politica, sperimentata dai popoli dei paesi islamici. Certo l'islam non rimane estraneo né silenzioso di fronte a questo vissuto. Esiste al suo interno un fiorente dibattito sul significato odierno dell'islam: per i musulmani, per i non musulmani, per le minoranze islamiche presenti in altri paesi; tema quest'ultimo quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei movimenti migratori verso aree a sviluppo capitalistico avanzato. Una riflessione certo difficile e complessa, poiché consapevole dei mutamenti radicali in atto, così come delle grandi sfide poste dalla modernità, delle sue potenzialità e dei suoi rischi.
A fronte della consapevolezza che le condizioni economiche, politiche e culturali dettate dall'Occidente sono realtà con le quale oggi è necessario confrontarsi, vi è anche la coscienza dei limiti intrinseci a questo modello egemone, alla sua idea di libertà, definita da Mohammad Khatami come un'idea «rigida e unidimensionale», che «continua ad esigere un prezzo pesante dall'umanità». Soprattutto vi è la coscienza diffusa di un ruolo culturale che proprio l'islam – con la sua visione del mondo, con la sua concezione etica – può dialetticamente proporre, non con la forza o con la violenza, ma attraverso la conoscenza, la critica e il rigore intellettuale.
ADEL JABBAR - Sociologo immigrazione e relazioni interculturali, Università Ca' Foscari di Venezia.







