LE RAGIONI ECONOMICHE CHE STANNO SOTTO I CONFLITTI
Più di un miliardo di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile. Ogni giorno almeno 5 mila bambini muoiono per infezioni causate dall’uso di acqua non potabile. Nei paesi occidentali, invece, l’acqua è un bene disponibile e di largo consumo: una famiglia europea ne consuma mediamente 165 litri al giorno, contro i 20 di una famiglia africana. Dei 3.500 miliardi di chilometri cubi di acqua utilizzati nel mondo, il 70% è destinato all’agricoltura, il 23% alla produzione industriale e l’8% agli usi domestici.
Oggi l’acqua sta diventando un bene ancora più prezioso e nuovi “conflitti per la sete” sono in agguato e si possono sovrapporre a tensioni già esistenti o vanificare precari equilibri politici faticosamente raggiunti. Tipica è l’area mediorientale ma non solo. A 10 Km da Quetta (Pakistan), c’era un lago, Honna Lake. Le guide turistiche continuano a segnalarlo, ma da un paio d’anni è scomparso; È il segno tangibile della siccità che da tre anni attanaglia tanto il Pakistan quanto l’area circostante, l’India occidentale fino all’Afghanistan, l’Asia centrale: da quasi quattro anni, le piogge si sono ridotte del 60%. I sistemi di irrigazione sono a secco e la produzione agricola è crollata.
La Fao ha lanciato un grido di allarme: milioni di persone in Asia non hanno abbastanza cibo e in Afghanistan, dove alla siccità si è aggiunta la guerra, 7 milioni di esseri umani dipendono dagli aiuti internazionali. Ma nemmeno in Medio Oriente, Iraq, Siria, Giordania, c’è acqua a sufficienza per far crescere il grano.
IN QUESTO DOSSIER
Si è voluto dare ampio spazio all’Asia centrale, e in particolare alla regione transcaucasica e zone limitrofe, evidenziando le problematiche geostrategiche dell’area e il ruolo giocato da Stati Uniti, Russia, Unione Europea, Iran, Turchia.
Si è parlato dell’importanza dell’acqua, ma anche del problema del petrolio e del gas naturale, evidenziando come le risorse energetiche costituiscano spesso un handicap, invece che un vantaggio.
Quanti conflitti ci sono stati fatti nel mondo in nome del petrolio? Pensiamo al Medio Oriente, ma anche all’Africa. Per il suo controllo si combatte, si chiude un occhio su minacce, violazioni di diritti umani, si penalizzano e marginalizzano gruppi etnici.: è il caso ad esempio, degli Ogoni in Nigeria, ma anche di popolazioni del sud del Sudan. In nome della “sicurezza degli approvvigionamenti” per l’Occidente si compromettono equilibri precari.
Pensiamo al golpe in Venezuela dello scorso aprile. Se il Medio Oriente non avesse monopolizzato l’attenzione dei media di tutto il mondo, del Venezuela si sarebbe parlato di più. Chissà se chi ha progettato il colpo di stato si proponeva di sfruttare al massimo la distrazione dell’opinione pubblica per un’operazione che, se fosse andata a buon fine, avrebbe costituito una svolta decisiva per la storia latino americana contemporanea. Il Venezuela è il quarto esportatore mondiale di petrolio, fondamentale per gli approvvigionamenti energetici degli Stati Uniti (ne è il terzo fornitore) e il secondo paese nel mondo, dopo l’Arabia Saudita, per l’entità dei suoi giacimenti.
Oltre ad alcune problematiche dell’Asia centrale, si è voluto affrontare la questione dei “diamanti insanguinati”, per evidenziare il ruolo che tali pietre giocano nei conflitti, in particolare in Africa, le varie connivenze e come attraverso campagne internazionali si possa contribuire ad un cambiamento.
“Dal 1989, fine della guerra fredda, ci sono stati circa 60 guerre nel mondo, che hanno causato centinaia di migliaia di morti e più di 17 milioni di rifugiati”, Scriveva Ignacio Ramonet sul bimensile Marière de Voir di gennaio-febbraio 1999. Un caos generalizzato che non cessa di allargarsi. All’inizio del nuovo secolo, i conflitti e le violenze non sono soltanto militari. Altre guerre, con il loro carico di vittime, si presentano su scala planetaria; il fossato fra ricchi e poveri si allarga e le grandi multinazionali occupano un posto di sempre maggiore rilievo sulla scena.
Sul piano geopolitico gli Stati Uniti dominano il mondo, esercitando la loro supremazia in cinque campi: politico, economico, militare, tecnologico e culturale. La supremazia militare non si traduce più, automaticamente, in conquiste territoriali, diventate politicamente ingestibili e finanziariamente troppo costose.
“Che Guevara guardava le stelle in Bolivia, ma i suoi piedi erano per terra”, ricordava al Convegno di Mani Tese l’economista malese Martin Khor. Di fronte ad un mercato che soffoca la vita, è importante non tacere. "“Arriva un momento, in cui il silenzio diventa tradimento”, diceva Martin Luter King. Oggi bisogna agire partendo dalle conseguenze del sistema, mettersi accanto al dolore umano.
Bisogna impegnarsi a partecipare, per garantire a tutti la sicurezza, quella umana e non quella militare.







