LE MANCATE RIFORME NEL GOVERNO DELLA CHIESA
Le istituzioni del governo della Chiesa cattolica paiono uscire, dopo il Vaticano II e fino ad ora, cinquanta anni dopo, sostanzialmente immutate, non tanto nella loro forma, quanto nei rapporti tra di loro, nella loro composizione e nel modo d’agire.
Il rapporto tra il papa e il collegio dei vescovi, ricevuta una definizione della loro relazione dalla costituzione dogmatica Lumen gentium e dalla Nota praevia aggiunta da Paolo VI senza l’approvazione dell’aula conciliare, non hanno conosciuto uno sviluppo teologico, canonistico o pratico nel post-concilio. Il loro rapporto, non potendo fruire di altri momenti plenari di confronto al di fuori del Concilio (chiuso nel 1965), è rimasto senza un organismo di rappresentanza reale – permanente o ad hoc – dell’episcopato presso la sede romana: in altri termini, non si è creato quel “consiglio permanente attorno al papa” richiesto da molte parti durante il Concilio, né è stato creato un organismo in grado di recepirne anche solo in parte le istanze.
Tutto questo almeno fino a papa Francesco, che esattamente un mese dopo la sua elezione, il 13 aprile 2013, ha creato il “consiglio degli otto cardinali” (oggi nove, provenienti da diverse parti del mondo) che si riunisce con lui ogni due mesi circa per governare la Chiesa al di sopra della Curia romana (cosa mai tentata prima nella storia della Chiesa).
SINODO DEI VESCOVI
La creazione del Sinodo dei vescovi da parte di Paolo VI (motu proprio: Apostolica sollicitudo, 15 settembre 1965) aveva in parte anticipato e frenato le più avanzate richieste del Vaticano II, ma anche appoggiato e consolidato un risultato allora salutato da ampi settori della maggioranza conciliare con entusiasmo.
Da allora in poi il Sinodo, non solo perché dotato di meri poteri consultivi, è però rimasto un’assemblea periodica dell’episcopato, incaricata di approvare e porre l’accento sulle linee del magistero pontificio. Sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI le risoluzioni dei Sinodi – ordinari, straordinari, continentali – sono state sovente “addomesticate” dalla Curia romana, e le esortazioni apostoliche post-sinodali non sono finora state indirizzate a valorizzare gli spunti e le proposte più originali e coraggiose provenienti dai vescovi.
Il Sinodo dei vescovi è rimasto per lungo tempo solo un simulacro delle richieste di partecipazione dell’episcopato al governo della Chiesa e di forme di governo sinodale anche per il papato. Questo è un altro dei momenti di governo che papa Francesco ha innovato, con la decisione di celebrare due Sinodi in dodici mesi (ottobre 2014 e 2015) su uno stesso tema, coinvolgendo tutta la Chiesa nel dibattito sinodale.
COLLEGIO CARDINALIZIO
Un’altra delle riforme mancate al Concilio e nel post-concilio, che vede qualche mutamento sotto Francesco, è quella relativa al collegio cardinalizio e al concistoro. Dal Concilio in poi il collegio cardinalizio ha subìto un notevole allargamento – con il nuovo limite di 120 cardinali elettori e il limite di età di ottant’anni per l’elettorato attivo in conclave, deciso da Paolo VI – e una de-europeizzazione a favore degli episcopati latinoamericani e africani, ma più lenta di quanto non dicano le statistiche ufficiali della presenza dei fedeli cattolici nel mondo.
Dopo una prima coraggiosa ripresa da parte di Giovanni Paolo II – col caso eclatante del 1994, quando una consultazione su quella che diventerà la “confessione dei peccati dei membri della Chiesa” trovò i cardinali spiazzati e impreparati alla provocazione del papa –, anche il concistoro era ricaduto nella celebrazione formalistica: la decadenza del co-governo concistoriale, avviata all’inizio del secolo XVII, non ha avuto nel post-concilio Vaticano II inversioni di tendenza, anzi ha dato segnali di un’ulteriore involuzione, di pari passo con l’aumentare della complessità del governo della Chiesa universale.
Con papa Francesco il concistoro ha trovato un nuovo ruolo: è ad un concistoro (quello del febbraio 2014) che il card. Kasper ha presentato alla Chiesa la sua proposta per una nuova prassi sacramentale per i divorziati risposati. È grazie a Francesco che ora fanno parte del collegio cardinalizio cardinali provenienti da paesi e sedi non tradizionalmente cardinalizie, e che sedi tradizionalmente cardinalizie sono (almeno per ora) senza un cardinale.
È uno degli aspetti della globalizzazione del cattolicesimo grazie al primo papa non europeo. In questo senso, le nomine cardinalizie di Francesco sono una sorta di riforma del conclave, che sia Paolo VI che Giovanni Paolo II che Benedetto XVI – come tutti i papi del Novecento – hanno modificato e reso più aggiornato alle esigenze di un’elezione papale nel mondo del post-concilio (esclusione degli ultraottantenni da parte di Paolo VI) e della società dei mass-media (rafforzamento del segreto da parte di Giovanni Paolo II).
Francesco intende amplificare, in quel momento centrale nella vita della Chiesa che è l’elezione del papa, la rappresentanza e la voce delle nuove realtà ecclesiali emerse durante il percorso post-conciliare.
CURIA ROMANA
Il nodo più difficile da sciogliere è quello della riforma della Curia. La riforma del 1967 di Paolo VI aveva rafforzato i poteri di governo della Segreteria di Stato, mentre con Giovanni Paolo II la Congregazione per la dottrina della fede ha assunto un ruolo centrale. Il resto della Curia si è sviluppato come potere quasi indipendente e sottratto ad ogni controllo (come si è visto durante il pontificato di Benedetto XVI).
A confermare l’impressione di un rafforzamento delle tendenze centripete hanno contribuito anche scelte minori e prassi ordinaria del governo ecclesiastico mondiale, che ha fatto dell’accentramento di poteri sempre maggiori nella Curia – a scapito delle istanze locali – una delle sue insegne. Alle riforme teologiche del Vaticano II, infatti, non si è accompagnata una significativa riforma delle procedure di nomina episcopale, in cui il ruolo delle conferenze episcopali è formalmente rilevante, ma in realtà nella gran parte dei casi scavalcato dal ruolo dei nunzi e soggetto alle direttive di politica delle nomine del pontificato.
Una funzione centrale, quella della diplomazia pontificia, non ha conosciuto soluzioni di continuità significative, mentre il livello di autorità delle conferenze episcopali ha visto, dopo l’espansione al concilio e sotto Paolo VI, una evidente contrazione: non a caso questo della decentralizzazione è uno dei temi ecclesiologici di papa Francesco nell’esortazione apostolica (con valore programmatico) Evangelii Gaudium.
CHIESA LOCALE
Ancora più complessa è la questione del governo della Chiesa a livello locale. Se è stato rafforzato il legame tra il vescovo diocesano e il suo presbiterio, con l’istituzione del consiglio presbiterale, nondimeno l’obbligo per i vescovi di presentare le dimissioni al compimento del 75° anno di età ha sortito effetti contraddittori. Da una parte, il limite di età ha accelerato il globale ricambio dell’episcopato, dall’altra ha reso più instabile e incerto il munus episcopale – quanto più prossima è l’età alla scadenza – la possibilità dell’ordinario diocesano di incidere a fondo sul governo della sua Chiesa.
D’altra parte, a seconda delle diverse diocesi si hanno modelli diversi di consultazione del clero e dei laici da parte del vescovo, come anche molto diverso è il livello di partecipazione del clero e dei laici alle attività dei sinodi diocesani e consigli pastorali (ove essi funzionino veramente).
LA RIFORMA PIÙ DIFFICILE
Come per paradosso, la Chiesa cattolica non è mai stata così centralizzata come nel periodo successivo al Vaticano II. Ma un cattolicesimo globalizzato come quello di oggi richiede evidentemente un ringiovanimento e snellimento dell’istituzione ecclesiastica. In questo senso, il Sinodo dei vescovi in corso a Roma è importante non solo per i contenuti in discussione, ma anche come esercizio in vista di un modello meno monarchico di Chiesa.
La riforma delle istituzioni della Chiesa è una delle scommesse del pontificato di Francesco, ed è la riforma più difficile perché richiede un complesso di teologia, diritto, cambiamento di mentalità, e disponibilità a soluzioni diverse dal passato ma anche diverse tra di loro in una Chiesa sempre più globale e multiculturale.
Grazie a Francesco ci sono già evidenti segnali di movimento in direzione di una Chiesa maggiormente conciliare e sinodale.







