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È opinione condivisa che l’apocalisse sia stata scritta per infondere coraggio alle comunità dell’asia minore Che vedevano minacciata la loro sussistenza

IL SEMINARIO DELLE TEOLOGHE ITALIANE

“Le donne, il drago, le stelle. Dentro le apocalissi di questo tempo” è stato il tema del seminario del Coordinamento delle teologhe italiane (Cti) svoltosi a Roma il 22 marzo scorso. Oltre un centinaio di studiose/i provenienti anche dall’estero si sono confrontate/i durante il seminario su un tema tanto appassionante quanto attuale: il Libro dell’Apocalisse e le apocalissi che incombono sul nostro tempo. 

Relatrici e relatori, stimolati dai simboli pregnanti e ambivalenti dell’Apocalisse, hanno illuminato da una prospettiva di genere sia il testo biblico sia le conseguenze culturali e religiose delle sue interpretazioni. 

Tali interpretazioni, sovente funzionali ai gruppi di potere, hanno condizionato l’immaginario circa l’identità delle donne. Da queste sono scaturite strutture ecclesiali legittimanti il ruolo pericoloso o altamente idealizzato ad esse attribuito.

SUL LIBRO DELL’APOCALISSE 

È opinione condivisa che l’Apocalisse sia stata scritta per infondere coraggio alle comunità dell’Asia Minore che vedevano minacciata la loro sussistenza. Molti ritengono che la minaccia provenisse dalla persecuzione dell’impero romano. Tale ipotesi però troverebbe pochi riscontri storici essendo un fenomeno posteriore, almeno nella sua forma più cruenta e sistematica. Il tono delle lettere inviate alle sette Chiese (Ap 2-3), le continue esortazioni alla fedeltà, fanno pensare a una calamità non meno funesta: l’assimilazione a Roma, ai suoi riti religiosi e alla sua logica commercialistica che produceva enorme ricchezza e non meno povertà. I cristiani si lasciavano sedurre dalla Bestia! Gli effetti si coglievano nelle violenze, nelle disuguaglianze e soprattutto nell’angosciosa impotenza di fronte a una forza soverchiante e indistruttibile.

I richiami a quanto stiamo vivendo ai nostri giorni è persino troppo scontato tanto che León Bloy scriveva ne La Femme pauvre, che lui, per avere le ultime notizie, non aveva bisogno di leggere i giornali, gli bastava aprire il Libro dell’Apocalisse. 

QUANDO LA PROFEZIA NON BASTA PIÙ

La letteratura apocalittica giudaica nasce dalla crisi della profezia, quando questa non basta più per capire la storia e per trovare in essa un rimedio al diffondersi del male. La conclusione amara a cui giunge è che la storia non è in grado di redimere sé stessa. Né la colpa dei singoli né la loro somma riesce a giustificare la presenza del caos che colpisce il mondo e la natura. Il senso di impossibilità a vincere la pervasività del male spinge così a guardare a un oltre della storia, a immaginare e preconizzare l’intervento diretto e risolutivo di Dio che spazzerà via per sempre sia il male sia i malvagi. Perché nasca un mondo nuovo il vecchio dev’essere distrutto. Non c’è posto per vie di mezzo o tiepidezze. 

Le immagini estremizzate del linguaggio apocalittico vogliono infondere speranza, esortare alla resistenza, alla “resilienza”, nella certezza che la battaglia contro le forze ostili sarà vinta da Dio. Descritto in estrema sintesi, è questo l’humus da cui scaturisce il Libro che sarà accolto come ultimo testo del Nuovo Testamento. Una delle sue novità centrali è che la vittoria sul male è già avvenuta nella morte e risurrezione di Cristo, l’Agnello immolato ma ritto in piedi, vivente, alfa e omega della storia. Chi vince è la vittima, il debole per eccellenza, rappresentato attraverso le immagini cruente dello sgozzamento e del sangue versato dall’Agnello e dai suoi martiri. È questo il registro contrastante e ambivalente che ritroviamo nelle visioni dell’Apocalisse: debolezza e violenza, vita e morte, Gerusalemme celeste e Babilonia, donna e drago.

Il settenario che si ripete per i sigilli, le trombe, le coppe, riserva per il settimo segno, dopo che si sono riversate sulla terra ogni genere di calamità, l’apertura verso un nuovo orizzonte e il rovesciamento di una situazione che pareva catastrofica. Il linguaggio è spesso truculento, comprensibile, ma non innocuo, se visto dalla parte di chi attende una giustizia che pare irraggiungibile.

Un esempio è il castigo inflitto a Babilonia (Ap 17-18) la “grande prostituta” identificata sovente con Roma e la sua caduta, se non effettiva, almeno immaginata. È insufficiente definire questi simboli come prodotti del loro tempo o generi letterari che obbedivano a precisi criteri. Non si può abbandonare frettolosamente il simbolo per trasporlo a una realtà concreta, Roma, senza riflettere sul linguaggio utilizzato e sull’influsso che esso ha esercitato sull’immaginario religioso e sulla sedimentazione di ruoli di genere che ne sono susseguiti. Tali ruoli non erano assenti dal retroterra veterotestamentario di cui è intessuta tutta l’Apocalisse, ruoli che hanno subito ulteriori sviluppi con l’espandersi del cristianesimo. La destrutturazione di quei linguaggi per ricostruirne di nuovi è un compito a cui non possiamo sottrarci.

BABILONIA, DONNA O CITTÀ?

Si trovano soprattutto nei profeti città rappresentate come donne: Gerusalemme, Sion, Samaria, Ninive, Tiro, Babilonia. Queste città femminilizzate si manifestano in ruoli specifici di genere quali la sposa, la madre, la figlia ecc. I loro attributi fanno ricorso a elementi molto corporei e sessualizzati, persino pornografici. Il testo più emblematico è quello della giovane trovata nel deserto nuda e sanguinante secondo la descrizione di Ez 16 (cfr. Ger 50-51; Is 47). Israele diventa la sposa-adultera di JHWH prototipo biblico della prostituta di Babilonia.

Per quanto riguarda Ap 17 e 18, la questione fondamentale non è sapere se la “prostituta” sia Roma o Gerusalemme, ma se è o no un personaggio antropomorfico femminile la cui descrizione è chiaramente dettagliata e corporea così come lo è il castigo che le verrà inflitto da Dio stesso. Sebbene la prostituta-Babilonia non sia presentata come seduttrice attiva dei suoi amanti né come sposa adultera (cfr. Os 1-3), è comunque una donna potente, “madre di prostitute e degli orrori della terra” (17,5) che ha attirato a sé i re per prostituirsi con loro e farli ubriacare. Nella logica del testo la violenza sessuale nei suoi confronti fa parte della sua caduta e distruzione. Si tratta di un linguaggio immaginifico, funzionale a un esito liberatorio e salvifico nei confronti dei poveri e degli sfruttati. Tuttavia non si può estrarne il significato passando dalla figura alla realtà, come se la prima fosse irrilevante o neutra. Non è lo stesso comparare il regno di Dio a un piccolo seme che cresce o a un virus che si propaga con la distruttività di uno tsunami; comparare una città a una “prostituta” o a un “tiranno”.

Nell’Apocalisse troviamo anche figure femminili descritte in modo idealizzato. Basti pensare alla donna incinta, vestita di sole, del cap. 12. Perseguitata dal drago fugge nel deserto e lì viene salvata dalla terra sua alleata che vomita fiumi d’acqua per costringere il drago alla resa. Vi è poi Gerusalemme chiamata “città santa”, “nuova”, “città del mio Dio”, “che scende dal cielo”, la “fidanzata”, la “sposa” e la “donna”. La Gerusalemme escatologica preannunciata all’inizio del libro (3,12) sarà poi la fidanzata pronta per le nozze (19,7-8) che si realizzeranno solo dopo una preparazione necessaria, cioè le opere giuste (21,2). Il Libro si chiude su questa visione della Gerusalemme nuova, la sposa, il mondo rinnovato da Dio che perde sempre più i connotati femminili per assumere invece quelli architettonici della città ideale, bella e perfetta. 

DECOSTRUIRE NARRAZIONI VIOLENTE E DISCRIMINATORIE

Com’è tipico dell’Apocalisse, nella visione catastrofica spunta la luce della speranza in una liberazione ritenuta certa. Nondimeno è responsabilità dell’interprete problematizzare l’altra parte del Libro, dove le immagini violente non vengono disapprovate dal testo stesso. Non è accettabile rappresentare un abuso (una donna denudata, fatta a brandelli e bruciata) attraverso un linguaggio che in realtà lo tollera. 

In questo tempo in cui vengono prospettati scenari apocalittici è quanto mai urgente il contributo pensante delle donne per decostruire narrazioni violente e discriminatorie che pretendono di trovare una legittimazione in questi testi. Per abitare la nostra crisi epocale la Chiesa ha bisogno di sostenere una visione che apra alla speranza, che torni a raccontare che Colui che era morto, che ha conosciuto l’abisso ultimo della vulnerabilità, è vivo per sempre. Sulla strada infatti che deve condurre colei che travaglia per divenire sposa e Gerusalemme celeste, sta la minaccia dell’adorazione della Bestia o del dominio di Babilonia. Se vuole sussistere, non deve avere paura della sua vulnerabilità, perché nella debolezza sta la sua maggiore risorsa. Il corpo e l’esperienza delle donne ne sono maestre e conferma.



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