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LA TERRA È DEL FUTURO / L’UTOPIA DI UN GIUBILEO PERMANENTE

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Leggendo la prefazione di Paolo Farinella, si avverte un feeling particolare tra l’Autore del libro e il biblista, scrittore e saggista, parroco della comunità di San Torpete, nel centro storico di Genova. Farinella sembra sposare convintamente l’utopia di un giubileo permanente, proposta dal fondatore della casa editrice “Il Segno” (oggi “Gabrielli Editori”).

Il punto di partenza ideale del cammino culturale di Gabrielli è il discorso inaugurale del giovane rabbi Yoshua bar Joseph – Gesù figlio di Giuseppe – nella sinagoga di Nazaret, in Galilea. Si innesta lì l’utopia giubilare che l’Autore modula sull’attività pubblica del maestro itinerante di Nazaret, da comprendersi nel solco della tradizione profetica dell’Uno (Antico) e dell’Altro (Nuovo) Testamento. Partire da Nazaret, e precisamente dal passo del profeta Isaia che Gesù assume in prima persona (Lc 4,16-21; cfr. Is 61,1-2), significa per l’Autore far proprio il progetto giubilare di Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Gabrielli, attento al richiamo dello jobel (da cui deriva la parola “giubileo”), si domanda come tradurre l’utopia giubilare di Nazaret in una proposta di futuro sostenibile. 

Le parole chiave del nuovo ethos giubilare per una nuova e fraterna giustizia, secondo l’Autore, sono: “Agorà della Memoria”, come flusso di vita sempre in azione; “Agricoltura”, come fondamento della “cultura” generazionale; “Comunità”, come misura laica e anche credente del “con-vivere” e del “con-dividere”; “Ecclesialità”, come assunzione del paradigma vissuto dall’uomo di Nazaret; “Eucarestia”, come “luogo” prototipo del convivio nello “spezzare il pane”; “Giovani”, come stato di passaggio e custodi della Memoria ricevuta; “Giubileo”, come costante ritorno al “principio” nel segno della remissione di ogni debito; “Terre Picene e Valpolicella”: una macroregione per un’Europa nuova; “Territorio”, come luogo dell’anima e geografia di cultura, simbiosi tra terra e interiorità; “Economia”, come banco di prova delle prospettive precedenti. Queste parole costituiscono la grammatica esistenziale e valoriale dell’Autore. Me le sono sentite spiegare tante volte dallo stesso Gabrielli, che mi ha regalato e ancora mi regala scampoli della sua amicizia e umanità, che, insieme con la competenza professionale, ne fanno un editore appassionato, insieme con la moglie Lidia e le figlie Agnese, Maria Cecilia e Lucia. 

La via da imboccare per un giubileo permanente è, d’accordo con l’Autore, quella della sinagoga di Nazaret, inaugurata in un sabato imprecisato dell’anno 27 circa dal figlio di un falegname che intraprese la carriera di maestro itinerante; ma anche di un’altra sinagoga, quella romana, che nel 1964, a Concilio Vaticano II ancora in corso, fu indicata a Roma all’Autore da un compianto professore di Sacra Scrittura, Tommaso Federici, che fu anche il relatore della sua tesi di laurea in Teologia: “Caro Emilio, […] mi devi promettere – ebbe a dire Federici all’Autore – che ogni sabato della tua vita andrai a Nazaret, alla sinagoga, ad ascoltare la catechesi da parte di Gesù su Isaia e li troverai le radici più profonde del regno di Dio su cui lo stesso Gesù impianta, incardina la sua vita e su cui invita te, tua moglie e le figlie, ma anche me, a seguirne l’esempio e a fare gruppo con lui nell’inaugurare nell’immenso spazio e nel tempo infinito l’anno di grazia del Signore, strapieno di una giustizia gioiosa” (p. 31).

Occorre una grande intelligenza per vedere, con gli occhi dell’immaginazione, l’arcobaleno che ci vede impegnati, dal diluvio di Noè ai nostri giorni, nella costruzione della “casa comune”, di cui non siamo padroni, ma temporanei usufruttuari, col compito entusiasmante di consegnarla alle future generazioni, cui dovremmo offrirla migliore di come l’abbiamo ricevuta.
 


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