LA PREGHIERA ANIMA DELLA MISSIONE
Se da un lato l’arresto consente a Pietro di pronunciare un discorso molto efficace (celebre l’affermazione: “se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”), dall’altro proprio la sua franchezza costerà a lui e ai compagni ulteriori vessazioni, che culmineranno con il martirio di Stefano. Eppure, nonostante la recrudescenza delle ostilità e delle persecuzioni, gli apostoli non mostrano alcuna esitazione nell’annunciare con grande coraggio il Vangelo di Gesù.
LA FORZA DEI MISSIONARI
Ciò non significa che gli apostoli siano assimilabili a supereroi impavidi e incuranti dei pericoli cui vanno incontro. In più occasioni, infatti, l’evangelista ricorda ai lettori che la forza dei missionari scaturisce da due fattori concomitanti: la fede in Dio e il sostegno solidale della comunità cristiana. Riguardo al secondo fattore, è importante rilevare che, appena usciti dal carcere, Pietro e Giovanni cercano l’ascolto e l’affetto dei “fratelli”: “Rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani” (At 4,23). Mi piace pensare che questa ricerca dei fratelli non risponda solo al desiderio di informare, ma anzitutto al bisogno di essere ascoltati, confortati e sostenuti dopo un’esperienza non propriamente gratificante.
L’ASCOLTO SOLIDALE E LA PREGHIERA UNANIME
Dall’ascolto solidale non può che nascere la preghiera unanime: “Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio” (At 4,24). Dal versetto in questione emerge un grande insegnamento, e cioè che il modo migliore per affrontare le difficoltà e le paure è pregare, possibilmente “insieme”. Non a caso Luca utilizza un avverbio greco assai significativo, reso in italiano dall’espressione “tutti insieme”: homothymadón, che significa “di un sol cuore, unanimemente, in blocco”, perciò “tutti insieme”. Si tratta di una formula cui l’evangelista ricorre spesso per indicare l’unione fraterna dei credenti, dalla quale si comprende bene che l’unanimità comunitaria non corrisponde semplicemente a un’uniformità di opinioni, quanto piuttosto ad un sostanziale accordo nella preghiera. Così la comunità si stringe attorno agli apostoli in pericolo e, in loro difesa, chiama Dio a testimone.
UNA PREGHIERA-TIPO
Viene in questo modo introdotta la preghiera più lunga riferita nel Nuovo Testamento (vv. 24b-30). Si tratta di una preghiera-tipo, che trae la propria fonte di ispirazione dalle sacre Scritture (in particolare viene qui ripreso il Salmo 2), indispensabili per comprendere il senso degli eventi alla luce della volontà di Dio. Nella preghiera della prima comunità cristiana Dio è anzitutto invocato con un titolo che nei lettori moderni suscita un certo disagio: despótes, che in greco significa “padrone”. Ovviamente non si vuole affermare che Dio sia un “despota” nel senso moderno del termine; semplicemente, si afferma che i credenti occupano una posizione di assoluta dipendenza davanti a Lui (cfr. il termine “servi” al v. 29).
Dio è anzitutto riconosciuto come Creatore e Signore della storia. Si tratta di una premessa importante, perché solo a partire da tale presupposto i cristiani possono guardare al male che è presente nel mondo e nella storia con fiducia e speranza. Anche se il comportamento ostile delle nazioni e dei loro re spaventa (cfr. vv. 25-26), come già accadde con Erode e Ponzio Pilato alleati contro Gesù (cfr. Lc 24,12), i discepoli non hanno tuttavia di che temere. Il Maestro l’aveva predetto (“un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, Gv 16,20), non con l’intento di spaventarli, ma per indicare loro la via per uscire vittoriosi dalla lotta contro le forze del male: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò da Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza” (Gv 16,26-27).
COME PARTECIPAZIONE ALLE SOFFERENZE DI CRISTO…
Certamente nell’antichissima preghiera di At 4 è presente un particolare sorprendente: l’attualizzazione del Salmo 2 non avviene riguardo alle sofferenze patite dai missionari del Vangelo, ma concerne la sofferenza subita da Gesù durante la passione. In altre parole, con grande maestria e profondo intuito Luca assimila la sofferenza degli apostoli a quella del Signore, come osserva bene L. Monloubou: «Poiché la comunità riconosce lo stretto rapporto che unisce le sofferenze di Gesù e quelle della Chiesa, cerca nella passione di Gesù la spiegazione delle “minacce” che ha sopportato; pregando per farvi fronte, essa non sente il bisogno di descriverle. È inutile che la comunità parli delle sue pene, perché esse corrispondono a quelle di Gesù, sono incluse nelle sue e trovano in esse la loro espressione». Il fine di questa singolare sovrapposizione non è difficile da intuire. La partecipazione alle sofferenze di Cristo consente infatti ai credenti di accedere anche alla sua vittoria sul male e sulla morte. Riguardo a tale tema il passo di At 4,23-31 è affine a 1Pt 4,12-14: “Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi”.
E PROFONDO DESIDERIO DI RICONCILIAZIONE E SALVEZZA
Nell’antica preghiera degli Atti, quindi, non si chiede di essere liberati dalla persecuzione, ma di ricevere la forza per perseverare nell’annuncio fedele e coraggioso del Vangelo, perché in questo mondo, tristemente segnato dal male, continuino a compiersi i prodigi nel nome “del tuo santo servo Gesù” (At 4,30). Con il titolo di “servo” la comunità cristiana primitiva associò Gesù alle grandi figure dell’Antico Testamento – Abramo, Mosè, Davide erano definiti “servi di Dio” – e, soprattutto, alla misteriosa figura del Servo del Signore di Is 42-55, la cui sofferenza e morte acquistano un valore salvifico universale. È importante rilevare che la mano di Dio non viene invocata perché punisca e distrugga i nemici, ma perché sostenga i missionari del Vangelo nella prosecuzione dell’opera salvifica di Gesù. Sul modello della preghiera di Gesù in croce, la preghiera dei discepoli non deve mai essere animata da sentimenti di vendetta, ma da un profondo desiderio di riconciliazione e di salvezza.
LA MISSIONE È TALE SE ALIMENTATA DALLA PREGHIERA
Siffatta preghiera, ispirata alla Parola di Dio, non può che ottenere un esito favorevole, che in questo caso consiste in una rinnovata Pentecoste: “Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la Parola di Dio con franchezza” (At 4,31). Tuttavia, rispetto alla Pentecoste descritta in At 2 emerge una novità: la cerchia dei beneficiari si allarga sempre di più, coinvolgendo non solo gli apostoli, ma anche tutti i membri della comunità. In tal modo, negli Atti lo Spirito dimora nel cuore dei credenti come forza che alimenta una testimonianza tutt’altro che superficiale, secondo quanto attesta l’imperfetto “proclamavano”, utilizzato per indicare l’effetto permanente dell’azione dello Spirito. Insomma, attraverso questa stupenda pagina, Luca ricorda a tutti noi che la missione, per essere veramente tale, deve essere costantemente alimentata dalla preghiera e dalla carità solidale, premesse indispensabili affinché lo Spirito possa manifestare ancora oggi la sua potenza salvifica.







