Skip to main content

LA “MAXIMUM ILLUD” SOTTO LA LENTE DELL’ANTROPOLOGO

Condividi su

La lettera apostolica si rivolge al mondo missionario in generale e offre indicazioni per l’azione apostolica presso “gli infedeli”. Invita i superiori a dirigere le missioni con saggezza e lungimiranza, raccomanda la formazione dei missionari, auspica la costituzione di un clero indigeno, invita i missionari ad essere colti e soprattutto virtuosi, chiede contributi economici per le missioni, ricorda le istituzioni create per la diffusione della fede cattolica. Introduce le sue raccomandazioni ricordando i grandi evangelizzatori, tra i quali Bartolomé de Las Casas, che “si consacra alla protezione di poveri indigeni, contro l’infame tirannia degli uomini”.

TRE ELEMENTI IMPORTANTI

Tre elementi assumono un significato importante se si pensa al contesto socio-culturale nel quale la lettera è maturata: l’insistenza sull’idea che i missionari debbano attenersi all’evangelizzazione; la necessità di una formazione adeguata; la convinzione che i popoli indigeni potessero esprimere loro pastori e, in prospettiva, essere in grado di governarsi. 

PRIMO: PER UNA MISSIONE DECOLONIZZATA

L’Europa usciva da una guerra che aveva lasciato segni nelle stesse missioni e nelle colonie, alcune delle quali scosse da fermenti di ribellione. Missionari “nemici” erano stati espulsi, i bianchi, che si presentavano come “civilizzatori” si erano resi responsabili di distruzioni e stragi. Occorreva riguadagnare terreno tra i nativi, i quali non dovevano più coltivare il sospetto che la predicazione missionaria fosse veicolo per trasmettere la cultura europea e neppure modo per coltivare interessi economici. Davanti all’evidenza della crisi postbellica e alle deviazioni che anche il mondo missionario aveva sperimentato, il papa afferma che occorre ritornare al kerigma originario di Gesù Cristo e null’altro. Scrive: “Ricordatevi che voi non dovete propagare il regno degli uomini ma quello di Cristo, e non aggiungere cittadini alla patria terrena, ma a quella celeste. Da qui si comprende quanto sarebbe deplorevole se vi fossero missionari i quali, dimentichi della propria dignità, pensassero più alla loro patria terrestre che a quella celeste; e fossero preoccupati di dilatarne la potenza e la gloria al di sopra di tutte le cose”Una preoccupazione squisitamente teologica, che porta però con sé profonde conseguenze politico-culturali. Separa, anzitutto, la pratica missionaria dal colonialismo e dai nazionalismi. Lo spirito nazionalista non ha diritto di cittadinanza in una Chiesa che non è “straniera” in nessun luogo. Il superiore della missione, scrive Benedetto XV, «se occorre chiama cooperatori da ogni parte perché lo aiutino nel suo santo ministero, senza badare se essi siano di un altro ordine o di diversa nazionalità, ”purché ad ogni modo sia annunziato Cristo“». Universalità della Chiesa e della missione, dunque, superano qualsiasi chiusura nazionale. 

SECONDO: LA FORMAZIONE CULTURALE DEI MISSIONARI

Il secondo aspetto riguarda la formazione culturale, dottrinale e morale dei missionari. Le ragioni sono molteplici: il missionario deve saper parlare agli umili, ma anche ai dotti e potenti; deve essere in grado di rispondere alle eventuali obiezioni; la sua formazione non può essere inferiore a quella dei “ministri dell’errore”. 

La formazione era, del resto, l’impegno che alcuni settori del mondo missionario stavano già coltivando, a partire da una visione nuova dei “primitivi” e, soprattutto del loro mondo religioso. A Vienna, il padre verbita Wilhelm Schmidt, aveva fondato nel 1906 la rivista Anthropos, e costituito la sua scuola storico-culturale centrata sull’idea del monoteismo originario. Elaborando antropologicamente una concezione teologica classica, egli, nella sua monumentale opera, L’origine dell’idea di Dio (12 vol., 1912-1955), affermava che il monoteismo derivava da una sorta di “rivelazione originaria”. L’idea di Dio non era frutto di una elaborazione culturale ma un vero e proprio “riconoscimento”. Nel 1912 a Lovanio istituiva le “Settimane di etnologia religiosa” con lo scopo di addestrare i missionari a comprendere la mentalità religiosa dei nativi. Sotto il pontificato di Pio XI, l’antropologia della scuola storico-culturale venne sostanzialmente adottata dalla Chiesa cattolica e a padre Schmidt vennero affidati incarichi di prestigio, anche al fine di opporsi alle visioni laiciste prevalenti nel mondo intellettuale.

Come ricorderà Guglielmo Guariglia, primo docente di Etnologia all’Università Cattolica di Milano, gli studi etnologici avevano contribuito a rendere familiari le nozioni di “animismo”, “feticismo”, “sciamanesimo”, “mana”, concetti sui quali si sarebbe costruita l’etnologia religiosa (cfr. G. Guariglia, Problemi e compiti dell’etnologia religiosa. A proposito di una recente pubblicazione, in Vita e Pensiero, Anno 32, Fasc. 5/6, set.-dic., 1958, pp. 447-461). Già gli evoluzionisti ottocenteschi avevano posto la questione religiosa al centro dell’analisi interpretativa, ritenendo che le convinzioni “primitive” non fossero delle mere superstizioni (come pensavano alcuni missionari) ma dei passaggi dotati di senso: dall’animismo al politeismo al monoteismo per Edward B. Tylor o dalla magia alla religione per James G. Frazer. Anche in Italia avanzavano gli studi antropologici dedicati alle popolazioni lontane e ai settori popolari della società: nel 1910 era nata la Società di Etnografia Italiana, l’anno dopo si sarebbe svolto a Roma il primo Congresso di Etnologia. Si confrontavano, in tema di religione, le posizioni confessionali di Rudolf Otto e padre Schmidt con quelle laiche e francamente anticlericali dello storico delle religioni Raffaele Pettazzoni.  

Non ci sono nella lettera apostolica, riferimenti a questo contesto vivace e polemico ma non è difficile immaginare che l’insistenza sulla formazione “adeguata” risenta delle suggestioni che gli studi sociali stavano proponendo circa il modo di considerare i “primitivi”. 

TERZO: CREAZIONE DI UN CLERO INDIGENO

Ma soprattutto, il papa insiste nella creazione di un clero indigeno, non subalterno ai missionari occidentali: un principio del tutto rivoluzionario per l’epoca e che guiderà anche la politica missionaria del successore, Pio XI. Scrive: “Infine, chi presiede alla missione deve rivolgere le sue principali premure alla buona formazione del clero indigeno, sul quale specialmente sono riposte le migliori speranze delle nuove cristianità”. E aggiunge: “Insomma, non si deve formare un clero indigeno quasi di classe inferiore, da essere soltanto adibito nelle mansioni secondarie, ma tale che, mentre si trovi all’altezza del suo sacro ministero, possa un giorno assumere egli stesso il governo di una cristianità”. È qui che si individua il suo orientamento. Pur usando un linguaggio che abbonda di definizioni non positive (popoli rozzi, incivili, selvaggi, infedeli guidati più dall’istinto che dalla ragione, sotto la tirannia del demonio…), il papa riconosce dignità di civiltà alle popolazioni interessate all’azione missionaria: ritiene che sappiano ben riconoscere le intenzioni del missionario, specie se non riguardano la salvezza delle anime; afferma che sanno apprezzare il suo sapere e la sua formazione (specie in quei popoli “che hanno in pregio e in onore lo studio e il sapere”); valutano attentamente il suo spessore morale.  Saranno quindi in grado di accogliere, conservare e far crescere il messaggio evangelico loro trasmesso dai missionari. Sono, in altre parole, interlocutori, ed hanno il diritto di ricevere quanto di meglio il mondo missionario può loro offrire.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito