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  • Nel prologo, I FONDAMENTI DELLA MISSIONE

Dopo gli interventi su Paolo, magistralmente curati dal saveriano Fabrizio Tosolini, missionario biblista a Taipei, che ringraziamo per il servizio reso ai lettori di MO durante il 2009, diamo ora la parola a M. Marcheselli, che ci aiuterà a scoprire la dimensione missionaria del quarto Vangelo. Fin dagli anni ’40 la missiologia parlava di due differenti modelli – centrifugo e centripeto – di missione, facendoli risalire rispettivamente a Paolo e Giovanni. In effetti, sembra che i missionari si siano ispirati più a Paolo che a Giovanni. Si tratta di modelli complementari, altrettanto necessari alla missione. Da qui l’importanza di riscoprire Giovanni, che non ci parla di grandi viaggi missionari, bensì dell’unico viaggio di Gesù di Nazaret, da Dio al mondo, paradigma fondamentale di ogni attività missionaria.

L a riflessione missionaria nel Vangelo secondo Giovanni si presenta con caratteristiche molto particolari. Chi ha familiarità con le lettere di Paolo o gli scritti di Luca (e quindi con la presentazione che Luca ci offre di Paolo) potrebbe pensare che nel quarto Vangelo (QV) la dimensione missionaria sia assente. In realtà, vi svolge un ruolo nient’affatto marginale; certo secondo prospettive che non sono paoline, ma appunto giovannee. Vogliamo cominciare il nostro percorso in compagnia di Giovanni col raccogliere qualche suggerimento sulla presenza del Logos di Dio nel mondo, precedente la missione cristiana che annuncia il Logos fatto carne, Gesù di Nazaret.

Il Prologo di Giovanni (1,1-18) parla del rapporto del Logos (un termine greco che si traduce a volte con “il Verbo, la Parola”) col mondo. Se, da un lato, questo testo non affronta in termini espliciti il tema della missione, dall’altro, esso formula delle riflessioni che hanno un carattere fondativo rispetto ad ogni discorso teologico e spirituale, anche di ambito missionario. Il rapporto originario del Logos con gli uomini, come è descritto nel Prologo, rappresenta il fondamento di ogni azione missionaria; ne costituisce anzi – più propriamente – la condizione di possibilità.

I primi due versetti di questa grandiosa composizione che apre il QV descrivono preliminarmente il Logos nella sua relazione con Dio, una relazione che esiste da prima che il mondo fosse. “In principio”, in quel principio in cui – secondo la Genesi – Dio creò il cielo e la terra, il Logos già c’era: egli non appartiene, pertanto, al novero delle creature. Questo Logos/Parola sta in relazione di prossimità con Dio (“era presso Dio”) e partecipa della natura stessa di Dio (“era Dio”). Adottando una terminologia che si preciserà solo a poco a poco possiamo dire che questo Logos/Parola è una persona divina. Il v. 3 suona così: “tutto è stato fatto per mezzo di lui”. “È stato fatto” suppone un agente che resta inespresso nel testo; come avviene tante volte nel NT, l’uso di una forma verbale al passivo consente di far riferimento a Dio senza nominarlo (espressione estrema di rispetto per il suo Nome). In questo caso, pertanto, si deve intendere che “tutto è stato fatto da Dio per mezzo di lui”. Colui “per mezzo del quale” Dio ha fatto tutto è il suo Logos, accuratamente descritto nei due versetti precedenti. Cos’è questo “tutto” che è stato fatto da Dio per mezzo del suo Logos? “Tutto” è davvero tutto: le realtà create e gli eventi della storia.

Il v. 3 rivela che non c’è assolutamente nessuna cosa che Dio faccia nei riguardi del mondo prescindendo dalla mediazione del suo Logos.

Qualunque cosa Dio compiaverso il mondo la compie per mezzo del Logos e non c’è assolutamente nulla che Dio faccia o possa fare al di fuori di lui.

Ciò significa che la creazione è venuta all’essere ed è conservata nell’esistenza per mezzo del Logos, significa che l’agire di Dio nella storia degli uomini si realizza unicamente per la mediazione del suo Logos. Dio non ha mai avuto, non avrà mai, non può avere un rapporto diretto col mondo: egli si relaziona al mondo in forza della sua Parola personale. In lui – e in lui soltanto – fa tutto. A noi interessa soprattutto il modo in cui Dio si relaziona al mondo degli uomini; questo, del resto, è anche l’orientamento del Prologo, che non si preoccupa tanto del rapporto del Logos con le cose, quanto piuttosto con gli uomini.

Il Logos di Dio viene come luce e come carne

Secondo il Prologo c’è una doppia modalità con cui il Logos di Dio è presente o viene nel mondo: come luce e come carne. A questo proposito si deve necessariamente tener conto del fatto che, secondo la Bibbia (AT e NT), il mondo degli uomini è articolato in due gruppi: Israele e le genti; circoncisi e non circoncisi; ebrei e non ebrei. La venuta del Verbo nella carne (cioè la presenza del Logos in Gesù di Nazaret) rappresenta la forma più elevata di presenza del Logos divino in mezzo agli uomini; essa, tuttavia, non è l’unica. Indubbiamente, ogni altra forma è orientata verso l’incarnazione e non si deve pensare a modalità di presenza che non hanno alcuna connessione tra loro o che si pongono semplicemente come possibilità alla pari.

In ogni caso il prologo riflette su una doppia modalità di presenza, come luce e come carne.

Il Logos di Dio viene nel mondo anzi tutto come luce e questa modalità non è semplicemente assorbita dall’incarnazione; essa continua a restare operativa, per quanto senza alcun dubbio l’incarnazione (oramai avvenuta quando Giovanni scrive il suo Vangelo) rappresenti una forma più elevata e piena di presenza del Logos. Secondo il v. 9, il Logos è la luce vera che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo. La sua venuta come luce trova una doppia ricezione, rifiuto (vv. 10- 11) e accoglienza (vv. 12-13). Il Prologo parla anzi tutto dell’eventualità negativa che il Logos luce sia rifiutato (vv. 10-11); poi, però, aggiunge subito quella positiva (vv. 12-13), che esso sia accolto e introduca gli uomini nella condizione filiale. Si può rendere esplicito il messaggio del v. 10, traducendo così: “Il Logos era nel mondo perché il mondo fu fatto da Dio per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe”. Anzi tutto il Logos divino è presente nel mondo, perché il mondo è stato fatto per mezzo di lui (come dice già il v. 3) e pertanto ne reca l’impronta (v. 10).

La tradizione biblica afferma più volte che il mondo creato reca l’impronta del creatore e che, tuttavia, gli uomini si sono mostrati incapaci di riconoscere l’opera di Dio nella realtà creata: “Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice. […] Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore. […] se sono riusciti a conoscere tanto da poter esplorare il mondo, come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?” (Sap 13,1.5.9). Il Prologo non fa che declinare questo grande tema biblico in termini cristologici: siccome Dio ha creato il mondo per mezzo del suo Logos, non riconoscere il creatore a partire dalle creature implica non riconoscere il Logos di Dio.

Questo discorso vale evidentemente per l’umanità in senso generale o, meglio, per i gentili non circoncisi.

Il Logos di Dio e Israele

Il Logos divino è, poi, presente tra gli uomini perché la rivelazione divina a Israele non è avvenuta senza di lui (v. 11): come è stato affermato una volta per sempre al v. 3, non c’è nulla, ma proprio nulla, che Dio faccia verso il mondo degli uomini al di fuori del suo Logos. Pertanto, quando Dio parlava a Israele e si faceva conoscere al popolo eletto nel contesto dell’antica economia, era il suo Logos che già veniva nel mondo come luce. E quando Israele ha rifiutato gli inviati di Dio, rigettando i profeti che portavano la rivelazione divina al popolo, ha inevitabilmente rifiutato il Logos di Dio perché nulla avviene tra Dio e il mondo al di fuori di lui.

Questo significa il v. 11: quando Dio si è rivelato a Israele all’epoca dei patriarchi (Abramo) e poi attraverso Mosè e per mezzo dei profeti, il suo Logos veniva in mezzo a ciò “che era suo”. Israele, infatti, è la proprietà di Dio tra tutti i popoli della terra (Es 19): il Prologo specifica semplicemente che è inevitabilmente anche la proprietà del Logos di Dio. Eppure questa venuta del Logos luce in Israele ha conosciuto spesso il rifiuto. Il Prologo non parla soltanto della dimensione dolorosa e negativa del rigetto; anche nel caso del Logos che viene come luce, si trovano persone che lo hanno accolto:

queste persone aperte alla rivelazione che Dio fa di sé o attraverso il creato o attraverso la storia di Israele e le sue Scritture sono già introdotte in una incipiente condizione filiale.

Il Logos di Dio e la missio ad gentes

La missio ad gentes si svolge in luoghi in cui il Logos venuto come carne non è ancora riconosciuto come tale, luoghi in cui Gesù di Nazaret non è ancora identificato e accolto come la manifestazione più alta del volto di Dio. Questa missio può e deve svolgersi nella consapevolezza che davanti le sta un mondo in cui il Logos è già venuto come luce. Prima di venire annunciato come Logos fatto carne egli, misteriosamente ma realmente, ha già incontrato gli uomini, perché egli è presente nel mondo come luce.

La missione che annuncia Gesù di Nazaret non ha davanti un uomo neutro, ma si confronta sempre con un uomo che, più o meno consapevolmente, è venuto già a contatto con il Logos di Dio e ha preso una qualche posizione davanti a lui:

questa Parola, infatti, è da sempre presente nel mondo, perché non c’è assolutamente nulla che Dio faccia nei riguardi degli uomini a prescindere dal suo Logos.



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