Conforti Santo, Una profezia per la Chiesa
Il 23 ottobre Guido Maria Conforti sarà proclamato santo. A 80 anni dalla morte (1931), la sua figura di fondatore di un istituto missionario (i Saveriani) e membro della gerarchia ecclesiastica (vescovo di Ravenna e di Parma), brilla di una luce nuova, profetica per la Chiesa.
In primo luogo, per la sua passione missionaria, scoperta fin da ragazzo, leggendo una biografia di S. Francesco Saverio, e maturata come amore per Gesù Cristo annunciato a tutti: In omnibus Christus (Cristo tutto in tutti) è il suo motto episcopale. Una passione che nemmeno la salute precaria riesce a frenare. Non potendo partire in missione, ancora giovane prete, egli fonda una congregazione di missionari e, ormai vescovo di Parma, anima la Chiesa italiana con l’Unione Missionaria del Clero, per risvegliare in tutto il popolo cristiano la cooperazione missionaria. Un’intuizione di Paolo Manna, missionario del Pime, che Conforti fa propria e presenta al Papa (1916), che a sua volta propone a tutta la Chiesa nella lettera Maximum illud (1919).
Una passione, quella di Conforti, che suona come profetica per la Chiesa oggi in Italia, troppo preoccupata di se stessa, della sua identità, spesso rappresentata da una cristianità senza cristianesimo, in cui manca il respiro evangelico e missionario.
E ancora, per il suo ideale di missionario/a, che riflette quello apostolico. Per cui, a dispetto dei pareri giuntigli da Roma, egli insiste nel fondare una congregazione religiosa, pensando che l’opera missionaria non possa fare a meno della consacrazione totale, allo stesso modo degli apostoli, che hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Ne è conferma la professione perpetua dei voti religiosi, emessa in forma privata lo stesso giorno dell’ordinazione episcopale (11 giugno 1902). Sicché accettando l’episcopato, Conforti non si dispensa dai voti, già professati alla vigilia della fondazione dell’istituto (15 novembre 1895), ma stabilisce un nuovo vincolo tra vita consacrata e vita apostolica.
Povertà, castità e obbedienza sono, per lui, condizioni fondamentali per attuare la missione.
È eloquente la sua insistenza sulla povertà: “Amiamo la povertà, che è la prima rinuncia che Cristo esige da coloro che vogliono essere perfetti e si propongono di seguirlo da vicino” (Lettera Testamento 4). Un ideale di missionario/a, quello di Conforti, che oggi sembra dissolversi nel grigiore di una Chiesa per definizione tutta missionaria, ma che di fatto rischia di perdere l’audacia profetica della missione ad vitam (per tutta la vita), secondo il modello paolino. In questo contesto, pure gli istituti missionari, drasticamente ridimensionati dall’invecchiamento del personale e dal calo di vocazioni, sono chiamati a riscoprire la radicalità del loro carisma: tutta la vita (ad vitam) per la missione (ad gentes).
Infine, per la sua intuizione dell’unità della famiglia umana, tema frequente nei discorsi ai missionari partenti per la Cina, ai quali Conforti raccomanda di non contentarsi di piantare la Chiesa (plantatio ecclesiae), ma il Crocifisso, segno di fraternità universale: “Siete chiamati ad attrarre attorno al trono e alla cattedra della sua croce i popoli, perché abbiano a riconoscere il suo dominio, ad accogliere i suoi insegnamenti, a gustare i dolci frutti di quella fratellanza che egli ha suggellato con il suo sangue divino” (Parma, 13 marzo 1927).
È forse l’intuizione più bella di Conforti, ma anche la più difficile da decifrare. Essa diviene più evidente col passare del tempo e con l’apparire di fenomeni nuovi – segni dei tempi –, indicatori del futuro e di un ethos rinnovato per tutta l’umanità. Un’unità, quella auspicata da Conforti, per raggiungere la quale è sempre più importante che la missione si sviluppi nella prospettiva di un ministero della riconciliazione a servizio della pace fra le religioni e i popoli.
La missione è lontana dal suo compimento, è ancora agli inizi!






