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LA MISSIONE CON LA PAROLA E LA GENTE / INTERVISTA A PADRE CARLO UCCELLI / 2

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Il 29 novembre 2021 abbiamo chiesto al saveriano piacentino, p. Carlo Uccelli, in Casa Madre per cure, di raccontarci la sua missione e le motivazioni che l’hanno spinto a viverla in un certo modo, in Africa e in Italia. L’intervista, rilasciata pochi giorni prima della morte (5 dicembre 2021) a Teresina Caffi e rivista, su mandato dello stesso p. Carlo, da Emma Gremmo, si articola in due parti: la prima, sull’Africa, è stata pubblicata nel n. 1/2022 (gennaio-febbraio). Qui di seguito la seconda, sull’esperienza in Italia. Sono riflessioni che ci ridonano il volto della missione incarnato da p. Carlo durante tutta la sua vita. 

Quando è nata l’idea della formazione dei laici missionari?

Conoscevamo tanti volontari internazionali, con cui c’era stima e collaborazione, ma non erano i laici missionari di cui aveva bisogno un’esperienza come Bunyakiri e ai quali la stessa Chiesa italiana stava cominciando a pensare. Per cui ci siamo detti: se vogliamo dei laici missionari, dobbiamo prepararli, con lo stile giusto, rispettoso delle loro esigenze di vita. Per cui, dopo tre anni di discernimento, anche con i superiori, siamo rientrati in Italia per iniziare questa formazione, con Emma e Luisa. Nel frattempo a Bunyakiri c’erano stati avvicendamenti. Era partito p. Giovanni Montesi, eletto vice regionale dei saveriani del Congo-Zaire, ed era arrivato p. Giuseppe Mauri, che, dopo un discernimento con l’allora vescovo di Bukavu, Mulindwa, prese il mio posto come parroco. Pensavo di restare in Italia poco tempo, lo stretto necessario per avviare il progetto di formazione, per poi tornare in Africa, ma le cose sono andate diversamente.

Come si è sviluppato il progetto in Italia?

In Italia, con Emma e Luisa abbiamo cercato un posto dove vivere e avviare il progetto, sempre in dialogo con la Direzione Generale dei saveriani. È stata un’avventura, su e giù per l’Italia, fino a quando un prete di Torino ci indicò la Toscana. Avevamo preparato un “Progetto di vita”, con i punti essenziali da vivere e realizzare, quindi abbiamo chiesto udienza ai vescovi della Regione. Anche p. Meo Elia, persona aperta, intelligente e profetica, consigliere generale dei saveriani, che ci seguiva da vicino, diceva: “Ma è assurdo, un prete con due donne. E chi vi accetta?”. Invece ci hanno accolti e invitati a fermarci nelle loro diocesi. Abbiamo scelto quella che ci sembrava più bisognosa e che ci aveva spaventato di più per la situazione ecclesiale e sociale, Massa Marittima-Piombino, dove il grande vescovo Lorenzo Vivaldo ci ha accolti a braccia aperte. 

Iniziammo così a vivere nella parrocchia del Cotone, periferia di Piombino, quartiere a ridosso delle acciaierie, dove nessun prete diocesano voleva stabilirsi per l’alto tasso d’inquinamento e per la quasi nulla partecipazione ecclesiale: su tremila abitanti frequentavano sette persone anziane. Anche l’allora superiore generale dei saveriani ci scoraggiò con simpatica ironia: “Non ha senso. Quando uno vuole scegliere i cantori per la Scala, non va a cercarli tra le voci sgraziate dei bassifondi, ma dove ci sono quelle belle e promettenti. Lì non troverete mai niente!”.

Con un “Proviamoci!”, son partito per questa nuova avventura con Emma, perché Luisa nel frattempo era tornata in Congo, dove vive tutt’ora: cinquant’anni di coraggiosa presenza come missionaria laica! Il vescovo locale sapeva che non ero lì per fare il parroco tradizionale, ma per dar vita a un ambiente formativo per laici che sceglievano di donare alcuni anni alla missione ad gentes e che, quindi, la parrocchia che gestivamo doveva diventare missionaria. Ci ha lasciato fare, incuriosito, facendo discernimento con noi e approvandoci. Così si sono comportati i successori, tra aperture e fatiche, come succede di solito nella vita reale. 

Per spiegare cosa ha voluto dire far diventare missionaria la nostra prima parrocchia e poi un’altra affidataci in seguito, si potrebbe scrivere un romanzo, ma sorvolo, perché abbiamo già rilasciato tante interviste su questa esperienza. Accenno solo a un breve brano del Vangelo di Marco (3,13-15), nostro costante punto di riferimento, che descrive in embrione il sogno di Gesù sulla Chiesa: “Li chiamò, perché stessero con lui (Chiesa comunione) e per inviarli (Chiesa missione) ad annunciare e a scacciare i demoni”. A partire da qui, abbiamo sviluppato missionariamente tutta la pastorale a Piombino, durante trent’anni.

E i saveriani come hanno visto questa esperienza?

Tutto ciò che vivevo, lo facevo d’accordo con la mia famiglia religiosa, prima con la Direzione Generale, alla quale rendevo sempre conto, poi con i responsabili della Regione saveriana italiana. Ho sempre cercato di partecipare agli eventi principali della vita saveriana in Italia per stare vicino e dialogare. C’è sempre stato un dialogo fraterno e anche se alcuni confratelli non hanno capito e mi hanno criticato come uno sempre fuori dagli schemi, altri e tutti i superiori mi hanno sorretto e così ho/abbiamo potuto continuare questa avventura. Emma, soprattutto, ha sempre creduto che la mia vita religiosa fosse da vero figlio del Conforti, pastore di una Chiesa diocesana e padre di missionari. Lo spero anch’io, credo di essere stato sempre onesto con me stesso, ma lascio ad altri il giudizio finale.

Che tipo di laici missionari avete formato?

Ci siamo accorti presto che non ci bastavano tre anni per formare una comunità cristiana e accompagnare dei laici. Siamo arrivati alla conclusione che tre anni di formazione erano il minimo indispensabile, senza la convivenza con noi a Piombino, perché i laici avevano i loro impegni specifici di vita e lavoro. Venivano da noi un week-end al mese, da venerdì sera a domenica pomeriggio. L’esperienza formativa ci ha fatto capire anche che i giovani che si presentavano dovevano fare, prima della partenza, una scelta definitiva di vita, per cui ci siamo ritrovati poi a far partire per la missione ad gentes solo coppie di sposi. 

A quel tempo eravamo invitati sovente al Cum (Centro unitario missionario) di Verona, col quale c’è sempre stato un forte legame, per contribuire alla formazione dei missionari rientrati, aiutandoli a ripensare e reinventare in Italia, senza scoraggiarsi, la loro esperienza missionaria. Tra i partecipanti ci fu anche un prete di Milano, don Aldo Farina, che ascoltandoci disse: “Quello che proponete come partenza missionaria ai vostri laici lo desidero anch’io. Il card. Martini mi invia in Ciad, a N’Djamena, ma la situazione è difficile e da solo non ce la faccio. Potrei partire con le vostre coppie?”.

Ci siamo dati appuntamento in Africa per valutare con lui e l’allora vescovo Vandam, il quale, intuendo che i nostri laici non erano volontari internazionali, disse: “Venite, proviamo!”. È partita così la prima coppia, Marco e Marta di Milano, formati da noi e inviati dalla Chiesa ambrosiana. L’esperienza con questa grande diocesi è stata molto bella e ci è servita di modello per le altre partenze con diocesi diverse. Intanto stavano nascendo i Laici saveriani, comboniani, della Consolata ecc., ma le nostre coppie erano laici cristiani delle loro diocesi e basta, supportati dall’impegno formativo e accompagnamento del nostro Cfm (Centro fraternità missionarie), legalmente fondato allo scopo. Per tutto questo cammino delle nostre coppie con le rispettive Chiese di origine, siamo stati negli anni punto di riferimento per diverse diocesi italiane e qualcuna ha anche iniziato un percorso autonomo sulla nostra falsariga. 

Ritorno un attimo a Milano, come esperienza ecclesiale significativa. Sposando la nostra modalità di formazione e invio, la diocesi ci ha pure sostenuto coprendo il 50 per cento delle spese in tempi in cui i laici missionari non avevano ancora alcun contributo dalla Cei. Da Milano son partite due coppie, per scelte fatte direttamente da questi giovani sposi, che vedevano nella nostra modalità di partenza la risposta ai loro desideri di missione, vissuta in fraternità tra laici e preti e con uno stile semplice di vita, totalmente inserito tra la gente. 

Dopo il Ciad si è aperta la Cina: una famiglia di Cremona con un padre saveriano, tre anni significativi, tra positività e grandi fatiche. Poi è arrivato il Mozambico con una coppia di Piombino, insieme a p. Giuseppe Mauri e un prete diocesano di Pitigliano. Coppie e preti hanno poi continuato a formarsi e partire per il Ciad, il Mozambico e la Tunisia, fino al 2015.

Perché avete privilegiato le Chiese locali?

Perché sono esse che devono diventare missionarie e noi, religiosi missionari ad vitam, dobbiamo aiutarle. Noi religiosi specificamente missionari saremo sempre necessari, ma non possiamo esimerci da questo lavoro con le Chiese locali, che anzi dovremmo fare insieme, anche con e tra le varie famiglie laicali degli istituti missionari. Un sogno da perseguire e che fatica a diventare realtà. Siamo andati avanti così per trent’anni, fino a quando ci siam detti con Emma: “Abbiamo quasi ottant’anni, è difficile continuare, dobbiamo obbedire anche al tempo che passa”. Era un lavoro impegnativo, sia per la formazione, sia per il tipo di contatti che dovevo tenere tra le diocesi di provenienza dei partenti con quelle di destinazione missionaria, con continui viaggi, incontri, dialoghi, mediazioni. Abbiamo deciso di sospendere la nostra attività, sia parrocchiale sia del Cfm e ci siamo affidati ai superiori saveriani, che sono venuti a trovarci nel 2018 con cuore aperto e fraterno. Poi è arrivata la decisione: io sono stato destinato a Modica ed Emma è rimasta a Piombino come responsabile e animatrice della parrocchia, su mandato ufficiale dell’attuale vescovo.

Perché proprio a Modica?

Ho accolto la proposta dei saveriani in Italia e nel 2019 sono andato in Sicilia, a Modica, in una comunità missionaria intercongregazionale, per una presenza e un servizio fra i migranti. Agli inizi ho fatto molta fatica, perché mi sembrava una presenza da assistenti sociali: con la Caritas, con chi sperava di trovare un lavoro, o accompagnando in fabbrica chi l’aveva già trovato, tanti problemi a cui rispondere. Tutto bello e necessario, ma, a mio avviso, noi missionari dovevamo fare qualcosa di più e di diverso: “Perché non cominciamo a stare con loro – chiedevo agli altri membri della comunità – a parlare, dialogare e cercare insieme”. “Ma non è possibile – ribattevano – hanno i loro lavori, le loro cose, non si fermano per noi!”. Alla fine, pian piano, ci siamo indirizzati bene, anche per nuovi arrivi in comunità. Stavamo incominciando a lavorare in questo senso e a sognare anche lì… quando è arrivata questa malattia che ora mi blocca in Casa Madre a Parma. È stato come avere una bella e potente auto tra le mani con la quale sono andato a sbattere violentemente e mi sono fatto molto male. So che la mia vita sta per finire, ma continuo a sognare, fidandomi di Lui…

Perché la missione senza la donna è incompleta?

L’ho visto anche a Modica, davanti a un problema io avevo una soluzione, ma subito sr. Dorina un’altra, anche più bella e logica della mia, sulla quale dialogavamo e trovavamo un’intesa. Ho conosciuto Emma in Africa e la sintonia non è stata immediata! Col passare del tempo, però, ci siamo capiti e abbiamo affrontato assieme tante cose. In Italia son tornato con lei anche contro chi diceva: “Non è possibile, così ti stacchi dalla congregazione”. “Ci proviamo – rispondevo – e dialoghiamo!”. Col dialogo si arriva dove sembra impossibile. Infatti, abbiamo ottenuto tutti i permessi, sia dai superiori sia dalle diocesi. Certo, in Toscana su noi due all’inizio han detto quel che han voluto, ma poi sono arrivati rispetto e stima a tutto campo. Tra noi c’è stato un legame di dialogo, profonda amicizia e riflessione, inseriti nella vita della gente e animati dall’approfondimento della Parola di Dio, continuando la consuetudine acquisita in Africa. Ci siamo aggiornati, insieme alle nostre comunità parrocchiali, con biblisti e bibliste, teologi e teologhe… avanzati. Una vita intensa e vivace quella con Emma!  Credo che questo tipo di rapporto con la donna sia fondamentale: non è più possibile fare altrimenti. Poco tempo fa a Modica sr. Dorina mi diceva: “Ma come è diverso vivere solo tra donne! Qui in comunità mista è tutta un’altra cosa, più semplice, vivere assieme, dialogare e affrontare comunitariamente i problemi”. Vero o no, se una donna che ha avuto il primo incarico dell’annuncio della risurrezione, Maddalena, è l’apostola degli apostoli, perché non possono esserlo anche tante altre donne oggi?

Insomma, una vita sempre un po’ ai margini della congregazione...

Sì, è stata la mia sofferenza, ma ho sempre fatto tutto con il permesso dei superiori. A Piombino, quando mi chiedevano di decidermi sul da farsi, rispondevo: “O da saveriano o niente! Se non vi garba, vengo via”. Mi hanno sempre lasciato andare avanti, però con l’impressione che avessi sempre un’idea di troppo, esagerata e troppo avanzata rispetto ai tempi che non erano maturi. Ma quando mai lo saranno? I tempi sono maturi quando noi cominciamo! 

A Modica erano finalmente maturi, perché mi avevano mandato loro. Malgrado queste incomprensioni, però, Modica è stata per me un’esperienza bellissima, con questo stare insieme, progettare e lavorare tra famiglie missionarie diverse. Spero che continui, che qualcun altro, anche tra i saveriani, continui a buttarsi in questa significativa avventura. Sarebbe bello che i giovani da noi vedessero gente che vive radicalmente il Vangelo e forme concrete di vita che lo realizzano. Ho solo cercato di vivere questo, pur con tutti i miei limiti e povertà.



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