NON C’È GIUSTIZIA SENZA VITA CONTRO LA PENA DI MORTE
Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte. Quest’anno oltre 2000 città nel mondo hanno illuminato i loro monumenti più iconici per dire “no” alla pena capitale. Si tratta di una campagna che mobilita migliaia di persone e che, con un paziente lavoro di lobbying presso i governi, è riuscita a diminuire il numero dei paesi con la pena di morte.
Secondo la Comunità di Sant’Egidio – che negli ultimi anni ha promosso una campagna di moratoria universale della pena di morte –, si può, anzi si deve fare ancora tanto “contro questo strumento disumano oltre che inutile, di cui non si è mai dimostrata l’efficacia come deterrente, mentre degrada la dignità degli Stati, riducendoli a meri esecutori di ingiustizia”. Per questo è necessario continuare con tenacia e creatività la lotta per l’abolizione, in favore della vita, della civiltà, dicendo basta a una cultura di morte.
Ai primi di marzo 2023, a nome della Conferenza episcopale indonesiana, ho partecipato al XIII Congresso Internazionale dei ministri della Giustizia organizzato da Sant’Egidio a Roma. Nel mio paese, infatti, è ancora in vigore la pena capitale e dai primi anni 2000 la locale Comunità di Sant’Egidio si batte contro la pena di morte. Anche a partire dal caso di violenza razziale di Poso, Celebes centrale, che ha coinvolto tre membri della Chiesa cattolica, Fabianus Tibo, Domingus da Silva e Marinus Riwu, tra i principali indagati per un reato passibile di pena capitale. Questo ha intensificato la campagna per l’abolizione. Cosa ardua per la minoranza cattolica di fronte all’opinione pubblica di un paese a stragrande maggioranza musulmana. Tuttavia, la Chiesa cattolica è stata vicina a Tibo e i suoi compagni, attraverso l’invio costante di lettere, Sant’Egidio si è data da fare anche presso il governo indonesiano, con alterne vicende. Nei primi anni della presidenza di Joko Widodo, noto come Jokowi, la pena di morte è stata applicata tra l’altro ai trafficanti di droga. Alla fine del suo secondo mandato, la campagna per l’abolizione ha guadagnato consensi, anche a livello di Codice penale che, se non ha abolito la pena di morte, ne ha rimandato l’esecuzione per 10 anni, tempo sufficiente per ricevere la grazia in caso di buona condotta. Il nuovo Codice, che intende “decolonizzare” il vecchio, introdotto dagli olandesi, entrerà in vigore nel 2026. Un segno di speranza in più per chi lotta per l’abolizione, come sta facendo la Chiesa cattolica anche attraverso il dialogo interreligioso con i principali esponenti dell’islam nazionale.
Nella campagna per l’abolizione è importante l’approccio della Giustizia riparativa. Detto altrimenti, la pena non deve avere solo un obiettivo punitivo proporzionato al crimine commesso, ma anche educativo, che aiuti cioè il reo a ritrovare la propria dignità. Insomma, la pena deve avere anche uno scopo riabilitativo, capace di rendere il colpevole consapevole dei delitti commessi, fornendogli l’opportunità di riabilitarsi.
Questo approccio riparativo, in un paese a maggioranza musulmana, sembra paradossale. Tuttavia, la buona notizia – il Vangelo – è sempre paradossale. Basti pensare al mistero dell’Incarnazione di Dio, il quale, diventando uno di noi, nostro fratello, ci insegna ad essere più umani. Il contrassegno del discepolo di Gesù è la scelta dell’ultimo posto (cfr. Lc 14,8-11). Tale scelta non è vittimistica, frutto di complessi d’inferiorità, ma lo stile stesso, interiore, del discepolo, che proprio per questo si sente più gradito e amato da Colui che l’ha invitato.







