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LA CHIESA CHE VERRÀ / CONVEGNO O SINODO?

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Preoccupati del cambiamento epocale in atto, i vescovi italiani, senza abbandonare il prezioso cammino della Chiesa in Italia dopo il Concilio, stanno elaborando gli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025. L’ispirazione di fondo viene dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, da cui è tratto anche il tema: Condividere la gioia del Vangelo. Il documento sarà all’ordine del giorno della prossima Assemblea Generale della Cei, nel mese di maggio, non prima di essere passato al vaglio delle Conferenze episcopali regionali. I nuovi “orientamenti” intendono recepire le attese e le sfide che oggi interpellano una società non più cristiana, che deve fare i conti con i fenomeni della secolarizzazione, della globalizzazione e delle nuove scienze e tecnologie, che stanno drasticamente mutando gli scenari pastorali italiani. In questa loro opzione pastorale, i vescovi sono animati dalla buona intenzione di indicare le azioni più idonee e alcune scelte prioritarie per condividere la gioia del Vangelo in una società da qualcuno definita come postcristiana. Inoltre, si propongono di adottare un linguaggio meno criptico-teologico e più dialogico-narrativo, che cioè tenga conto dei destinatari, che vivono in condizioni di sempre maggior analfabetismo rispetto alla loro fede (cristiana). E ancora, prospettano, come modalità di presenza nella società, uno stile di fraternità e sinodalità, inteso anche come metodo di riforma della stessa Chiesa. Di fronte a questa scelta dei vescovi, mi chiedo – soprattutto come missionario che ha vissuto da vicino l’esperienza della Chiesa latinoamericana (e brasiliana) –: basteranno i nuovi Orientamenti pastorali a far trovare alla Chiesa italiana strumenti e metodi adatti per “graffiare” la realtà, coinvolgere maggiormente i laici e i religiosi e offrire prospettive comuni in grado di sostenere il cammino delle Chiese locali, a livello diocesano? Non sarebbe più opportuna, utile – e forse necessaria – l’opzione per un Sinodo della Chiesa italiana piuttosto che per un nuovo Convegno nel 2025? L’esperienza dei Convegni non è bastata finora a scuotere la Chiesa dal suo torpore, dalla sua confusione e rassegnazione pastorale. I Convegni lasciano il tempo che trovano. Quali ricadute ha avuto Firenze 2015 a livello nazionale e locale? Non bastano più, a mio modo di vedere, nemmeno gli “orientamenti pastorali” calati dall’alto, sebbene frutto della collegialità episcopale. C’è ormai bisogno di “orientamenti” frutto della sinodalità di tutto il popolo di Dio, dal basso e dall’alto. È il messaggio che papa Francesco ha lanciato alla Chiesa italiana a Firenze, invitandola a mettere in moto i suoi doni, le sue competenze e il suo impegno nella costruzione della società, senza inseguire “forme superate, oggi neppure culturalmente significative”. Gli ultimi Sinodi – sulla famiglia, sui giovani e sull’Amazzonia – indicano, nonostante le loro evidenti fatiche, forme nuove e culturalmente più significative di stare nella storia e nella società da parte della Chiesa. I Convegni da soli non riescono a mettere in moto tutta la sinodalità di cui è capace e di cui ha bisogno la Chiesa per riformare se stessa, discernere e leggere la storia, tracciare camminÈ per uscire dalla crisi. È chiaro che l’opzione sinodale è una via più esigente e stretta, perché reclama il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i battezzati – uomini e donne – alla vita e alla missione della Chiesa. Inoltre, essa postula un tale cambiamento di paradigma nel vivere la fede cristiana, che si misura sui tempi lunghi, che non sono quelli di un Convegno, per quanto ben organizzato. I vescovi italiani, come lo scriba sapiente del Vangelo di Matteo, devono estrarre dal loro tesoro pastorale “cose nuove e cose antiche”. Il nuovo è senz’altro la sinodalità.



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