L’EGOISMO NEMICO DELLA MISSIONE
Leggendo i primi capitoli degli Atti degli apostoli emerge un’immagine per certi versi idilliaca della prima comunità cristiana, soprattutto per quanto riguarda la coesione che la caratterizza e la sostiene dall’interno. Certamente non mancano le difficoltà, le sofferenze e persino le persecuzioni, ma tutte provengono da fattori esterni. Ma l’iniziativa disonesta di una coppia di coniugi mette in crisi il quadro idilliaco della situazione. È l’episodio di Anania e Saffira (At 5,1-11).
Fino al termine del cap. 4, tra i primi cristiani domina l’ottimismo del sommario di At 2,42-47, ripreso in At 4,32-35.
“La moltitudine di coloro che erano divenuti cristiani aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.
Deporre il ricavato della vendita dei beni equivale a consacrare la propria ricchezza a vantaggio della comunità, di cui gli apostoli sono responsabili.
L’AZIONE DI ANANÌA E SAFFIRA
Fin qui tutto sembra andare dunque per il verso giusto, quando l’iniziativa disonesta di una coppia di coniugi mette pericolosamente in crisi il quadro idilliaco della situazione: “Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffira, vendette un terreno e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli”. L’azione delittuosa è ben evidenziata dal ricorso al verbo “tenere per sé” che, nella lingua greca, ha un significato decisamente negativo, poiché indica un atto di appropriazione indebita. Luca non dice nulla riguardo al motivo per cui Ananìa e Saffira hanno deciso di tenere per sé una parte del ricavato, tuttavia risulta abbastanza evidente che essi hanno compiuto tale scelta per un vantaggio personale.
LA REAZIONE DI PIETRO
La reazione di Pietro è immediata e sorprendente. Portavoce del collegio apostolico, guida carismatica della comunità e dotato dello spirito di profezia, Pietro riconosce subito la frode posta in atto dai due coniugi. Rivolgendo ad Anania tre domande, l’apostolo smaschera non solo la menzogna dell’uomo, ma anche la strategia di un altro soggetto che si cela dietro l’agire meschino dei diretti interessati: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo?” (At 5,3; cfr. la domanda rivolta a Saffira in 5,9, dove compare il verbo della prova/tentazione). L’espressione “Satana ti ha riempito il cuore” non può non impressionare il lettore, che in 4,31 ha avuto modo di constatare che a “colmare” l’anima e il cuore dei primi cristiani era piuttosto la presenza dello Spirito santo. Dalla domanda di Pietro emerge chiaramente che la vicenda è attraversata da un doppio livello di intenzionalità, come rileva bene Luke T. Johnson nel suo commento agli Atti: «A un primo livello la lotta è tra le forze cosmiche dello Spirito santo (che guida alla condivisione) e Satana (che guida alla frode); le persone sono “impossessate” dall’uno o dall’altro. A un altro livello, si fa appello alla libertà umana: Ananìa avrebbe potuto trattenere la sua proprietà, ma “ha pensato a quest’azione” con sua moglie». Il rimando all’azione di Satana non deve però essere frainteso, quasi costituisse una giustificazione per diminuire la responsabilità degli uomini, come confermano le domande che seguono: “Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?” (At 5,4). Tra le due domande che riguardano la decisione di Ananìa e la precedente che chiama in causa Satana non c’è contraddizione, come nota Daniel Marguerat: “l’antropologia biblica considera il mondo il teatro di una lotta fra Dio e il male, ma non per questo esonera l’essere umano dalla sua capacità di decidere”.
UN PECCATO DI MENZOGNA
A questo punto, però, è utile chiarire in che cosa è consistita concretamente la colpa di Anania e della moglie. Ad una lettura attenta emerge che la gravità dell’azione non riguarda propriamente l’aver tenuto qualcosa per sé – ne avevano la libertà, come riconosce lo stesso Pietro –, bensì l’aver cercato di apparire per quello che non erano. A ben vedere, infatti, il principio enunciato in 4,32 (“la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma tutto fra loro era in comune”) non è poi così assoluto. Solo Barnaba aveva avuto concretamente il coraggio di tale azione, narrata appena prima il nostro episodio: «Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli» (At 4,36-37). La colpa di Anania e Saffira, come dicevamo sopra, è consistita nell’essere voluti apparire come Barnaba, mentre in realtà avevano l’intenzione di coltivare i propri interessi. Chiaramente si tratta di un peccato di menzogna che non solo minaccia l’equilibrio della comunità, ma si illude anche di ingannare Dio: “Non hai mentito agli uomini, ma a Dio” (At 5,4).
UNA SCIMMIOTTATURA DI “UN’ANIMA SOLA”
Anania muore sul colpo. Si noti bene che Pietro non maledice Anania né emette un verdetto di condanna. La morte sopraggiunge come inevitabile conseguenza del peccato. Tale è il motivo per cui, essendo stata la scelta di Anania condivisa con la moglie, anche quest’ultima è andata inesorabilmente incontro al medesimo destino. Si noti che l’armonia dei due coniugi – al v. 2 leggiamo “d’accordo con la moglie” – è una scimmiottatura di “un’anima sola”, principio che deve guidare la comunità nella condivisione dei beni.
LA SOMIGLIANZA CON ADAMO ED EVA
Certamente ci troviamo dinanzi ad una delle pagine più drammatiche – e difficili – degli Atti degli apostoli: come si concilia l’insistenza sulla misericordia di Dio tipica del terzo Vangelo con la severità del giudizio terribile cui Ananìa e Saffira vanno incontro? Giustamente molti esegeti, tra cui Daniel Marguerat e Daniel Attinger, hanno fatto notare la somiglianza con la ben nota e triste vicenda di un’altra coppia conosciuta nella Scrittura, Adamo ed Eva. Sembra perciò che Luca voglia ricordare che nonostante l’annuncio del Vangelo e l’avvento dell’era messianica, il peccato serpeggia ancora nelle trame della storia e minaccia la comunità cristiana. La descrizione della terribile sorte cui Ananìa e Saffira sono andati incontro serve non solo a denunciare quest’oscura presenza, ma anche a mettere in guardia da un esercizio egoistico – e perciò stesso contrario alla volontà di Dio – della libertà da parte dei cristiani. Gesù stesso l’aveva detto: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Lc 16,13).
PERCHÉ LA MISSIONE NON FALLISCA
Lo scopo del racconto della tragica morte di Anania e Saffira è, in ultima analisi, didattico, come si può dedurre dal versetto conclusivo: “Un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa”. È la prima volta che nel libro degli Atti compare il termine “Chiesa”, e questo deve far riflettere. Sembra quasi che Luca voglia dire che la Chiesa, qui rappresentata dalla comunità di Gerusalemme, giunge paradossalmente alla piena consapevolezza di sé mediante la drammatica presa di coscienza della possibilità di fallire. Certo, la Chiesa nasce nel fuoco e nel vento della Pentecoste, ma gli uomini e le donne che la compongono non devono dare per scontato di essere per ciò stesso immuni dai morsi velenosi dell’egoismo e del peccato. Se la Chiesa vuole davvero essere autentica, non può ignorare tale pericolo, ma anzi, conoscendolo e riconoscendolo, lo deve combattere a tutti i costi, pena il misero fallimento della missione affidatale dal Risorto.






