ITALIA, QUALE PROGETTO?
Oggi abbiamo avuto una visione articolata del modo in cui possiamo intendere il rapporto tra religioni e popoli, religioni e società – conflittuali o in trasformazione. Esso richiede approcci diversi da quelli usati finora, decostruendo la narrazione sull’altro e ascoltando la narrazione dell’altro. Questo è un elemento fondamentale, in una società plurale, in cui il testa a testa tra le religioni può deflagrare in una conflittualità infinita o portare alla faticosa strada del dialogo, che va praticata con molta accortezza.
IN SIRIA: MAR MUSA
Sulla lacerante situazione del Medio Oriente, mi limito a ricordare la figura di padre Paolo Dall’Oglio, animatore di un meraviglioso esperimento di convivenza pacifica nel deserto della Siria: il monastero di Mar Musa. Di lui non si hanno notizie da due anni e ricordarlo è doloroso, perché credo che – in questo confermata anche dagli eventi disastrosi che la Siria sta soffrendo –, la strategia di dialogo sulla quale aveva impostato la sua trentennale permanenza in mezzo a quel popolo, sia l’unica via per aver ragione sull’oscurantismo e sull’odio. Speriamo che Paolo sia ancora vivo.
IN EUROPA: LAMPEDUSA COME SIMBOLO
In Europa l’incontro tra le religioni viene vissuto in modo diverso, come ci ha descritto Naso, e non possiamo dialogare senza disporre di strumenti interpretativi seri, senza ragionare in termini di complessità: le nostre identità sono assai più composite di quello che si potrebbe credere.
Penso che sia importante rimettere a fuoco il rapporto tra religione e identità, perché le religioni possono tramutarsi in armi minacciose nelle mani di chi fissa l’identità come un baluardo contro l’altro. Questo è un rischio grave, come mostrano leghismo e “religione civile”, impugnando i simboli del cristianesimo per una rivendicazione di esclusività territoriale fondata sul suolo e sul sangue.
A una socialità così rarefatta non eravamo forse mai giunti, tanto da eliminare le panchine dai parchi per impedire ai senza fissa dimora di dormirvi. La panchina è il luogo dello scambio, della conversazione, della meditazione.
Eliminarla per affermare la legittimità di un’unica comunità a usarla è come dichiarare la morte anche di quella comunità che si crede di difendere. D’altro canto i fondamentalismi servono come comoda base identitaria, ma sono da respingere. Naso parlava del bisogno di simboli nuovi, più affini, come Lampedusa, per ricordare che la nostra umanità si riverbera nello sguardo di tutti. Nessuna cultura ha il diritto di affermare che la propria concezione di uomo esaurisce l’humanitas.
LA LEZIONE DI PANIKKAR
A questo riguardo resta preziosa la lezione di Raimon Panikkar: nessuna religione esaurisce ciò che l’umanità può dire sul sacro, così come nessuna concezione dell’umano può avere la pretesa di aver detto l’ultima parola. Siamo provocati a tornare “piccolo gregge” e ritrovare uno spirito di viandanti per affrontare da compagni di viaggio il cammino verso il mistero. Il fatto che per noi la verità non sia un concetto, ma una persona, e risieda in una relazione, dovrebbe renderci infaticabili cercatori. Quando Gesù dice “Io sono la via, la verità e la vita”, ci spalanca ambiti insondabili di esperienza.
IL DIALOGO DELLA DIACONIA
Essere “animali politici”, come dice Aristotele, significa essere “animali relazionali”, quindi abbiamo costantemente bisogno di conferma e costruzione di reti solidali. E qui diventa necessario il dialogo della conoscenza, della verità, della vita, ma anche della diaconia, della possibile costruzione di una società plurale. Le negoziazioni sono necessarie, così come acquisire una sana cultura del conflitto, che non è una patologia delle relazioni, ma il loro modo di essere, in quanto ricerca di equilibri diversi, a patto che non degeneri nella lacerazione. Non dobbiamo temerlo, perché può avere profondi risvolti generativi.
Nel dialogo bisogna tener conto che ci sono anche spazi di questo genere. È importante che l’altro sia considerato un interlocutore di pari dignità.
Johan Galtung parlava della possibilità di trascendere il conflitto, ma ciò è possibile a patto di considerare l’altro corresponsabile: un dialogo asimmetrico non risolve. E qui riprendo l’idea dello “stufato” di cui parlava Elizondo, in cui nessun ingrediente prevale sull’altro e solo dalla loro “cottura” comune emerge un piatto che non è la semplice somma degli ingredienti, ma la loro coesione, non del tutto prevedibile.
IN AMERICA LATINA: IL MARE DELLE ANTILLE
L’America latina è un laboratorio interessante. Ne La poetica del diverso Éduard Glissant metteva in risalto come il Mediterraneo sia il mare dell’uno, della convergenza, mentre quello delle Antille il mare della diffrazione di tutte le diversità, dove si anticipa un processo di creolizzazione ormai in corso in tutto il mondo. Siamo in transito anche quando pensiamo di essere fermi, ma i processi non vanno avanti virtuosamente da soli, occorre una vigilanza costante. Quando Etty Hillesum fu internata, decise di essere “il cuore pensante della baracca”. Sono questi cuori pensanti che si accorgono se stiamo tradendo le rotte. I più non se ne accorgono. Un processo che parte virtuoso, infatti, strada facendo può pervertirsi, per via dell’eterogenesi dei fini. Parto con un progetto di compartecipazione e mi trovo in una deriva totalitaria, perché non ho tenuto conto di elementi che nel cammino hanno alterato il quadro. Allora è essenziale la capacità di mantenere gli occhi e il cuore aperti.
DECOSTRUIRE IMMAGINARI ARMATI
Si è fatto riferimento in molti momenti al patrimonio di spiritualità come repertorio cui attingere per decostruire immaginari armati. Le religioni a volte si sono armate e alimentano immaginari belligeranti. Questi vanno disarmati, attingendo al patrimonio di spiritualità che ci può mostrare che l’umanità che ci anima ha lo stesso desiderio di scoperta e conoscenza e può parlare il linguaggio che è molto più comprensibile di quello delle parole, a volte usate per ferire o segregare ed emarginare. Credo che da questo vorticoso processo di coabitazione forzata le religioni possano trarre una grande ispirazione per ripensarsi.
L’altro aspetto è quello della diaconia, che non intenderei solo come forma di assistenza e sussidiarietà, ma anche come sinergia educativa, perché per educare al dialogo ho bisogno di sentire la voce dell’altro, quindi serve la sua presenza, altrimenti elaboro una mia idea, un mio vissuto. Ma l’altro è prezioso per capire chi siamo e dove stiamo andando.
IL CASO ITALIA: QUALE PROGETTO?
Un altro aspetto significativo è evitare la competitività sul numero. Non possiamo andare avanti pensando di essere più forti perché siamo numericamente più potenti. Forse questo è particolarmente importante in Italia, che non è più un paese monoreligioso e monoculturale. Ma deve rimanere un paese unito, in cui si possano inventare schemi di costruzione sociale alternativa partendo dalle reti di prossimità.
Abbiamo bisogno della laicità dello Stato, afferma il card. Angelo Scola, che non è la laïcité alla francese, non è un fondamentalismo religioso, non è una laicità antireligiosa o anticlericale, ma è quello che lo Stato può offrire ai suoi cittadini che praticano una fede affinché possano essere pienamente in grado di esercitare i loro diritti di cittadinanza ed è lo spazio in cui le fedi si possono confrontare senza sopravanzarsi e nel rispetto di un assetto di valori comuni che fondano un patto di convivenza sociale.
Questa rilevanza civile non è una “religione civile”, ma un modo di costruire una società in cui le religioni possano interagire per un bene comune che coincide con quello che dovrebbe essere negli intendimenti di una politica sana, che costruisce una polis inclusiva, plurale, disposta ad affrontare i cambiamenti.
Io penso che abbiamo la possibilità di costruire una società diversa. La via italiana all’interculturalità forse è questa, non è il multiculti alla tedesca, in cui le tante comunità convivono ciascuna con la propria esistenza monadica, non può essere l’assimilazionismo, ma deve essere una via di costruzione.
Il fatto che non abbiamo finora elaborato modelli né siamo stati particolarmente segnati dal vissuto coloniale, è alle nostre porte la possibilità di pensare la convivenza tra culture in maniera diversa, anche in vista delle nuove generazioni. Non esistono le seconde generazioni, esistono gli italiani, i nuovi italiani, ed esiste la possibilità di rendere tutti partecipi ed egualmente cittadini.
Questo è un patto di cittadinanza che si deve fondare su un patto condiviso, un complesso di valori nel quale tutti ci riconosciamo. Questa credo sia la sfida più urgente da affrontare.







