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Oggi, nei dibattiti sull’immigrazione, non si parla più degli immigrati solo come individui o aggregati di individui, in rapporto alla loro presenza nel mondo del lavoro o come consumatori di beni e servizi. Di essi si comincia a parlare anche in termini di gruppi, di associazioni, di comunità, cioè in termini di attori sociali collettivi che si organizzano, fanno sentire la propria voce e sono percepiti come realtà concrete che hanno una loro specifica identità, interagente con quelle degli autoctoni. L’una e l’altra dimensione, quella dell’integrazione individuale e quella del radicamento collettivo e dell’istituzionalizzazione, sono decisive.

Il caso dell’islam non fa eccezione. Quando si parla di musulmani, non è possibile parlare di essi solo in termini di individui, maschi e femmine, che vivono un processo di inserimento nella società, o talvolta magari ne rifuggono. Nello stesso tempo non si può parlare solo di comunità musulmana, per giunta al singolare (come se costituissero una sola comunità): perché queste comunità e le identità che rappresentano, non sono né statiche né rigide, ma soggette a un processo storicamente e socialmente evolutivo, mobile per definizione, e anche assai rapido nel suo mutare.

I musulmani, come gli altri immigrati, soprattutto attraverso il passaggio generazionale, ma anche prima, vivono processi complessi di trasformazione della loro identità individuale e collettiva: di individualizzazione delle coscienze come di costruzione delle comunità e delle identità collettive, per non fare che un esempio molto dibattuto.

E trattandosi di identità anche religiose, sappiamo che il tema è “sensibile”, e di indubbia importanza.

UN ISLAM PIÙ EUROPEO E MENO ETNICO

Possiamo parlare di de-etnicizzazione dell’islam, cioè di suo progressivo anche se non ineluttabile e certamente non completo distacco dalle proprie radici etniche, nazionali e linguistiche. E contestualmente di sua europeizzazione. Stiamo infatti assistendo al passaggio da un islam che è solo fisicamente in Europa a un islam che è un prodotto dell’Europa. Dire europeizzazione vuol dire che c’è un cambiamento in corso di portata straordinaria. Cito solo alcuni aspetti fondamentali.

Primo: il passaggio generazionale, ovvero il passaggio dalla prima alla seconda generazione di immigrati. Dire seconda generazione degli immigrati è già un non-senso concettuale, perché non si sono mai mossi: si tratta infatti di persone per lo più nate in Europa, quindi semmai più correttamente definibili come la prima generazione di musulmani autoctoni. È da loro, da questi giovani, da come pensano, come si pensano, come ci pensano, e naturalmente come agiscono, anche ma non solo sul piano religioso, che dobbiamo partire per capire come l’islam si evolverà in Europa: non foss’altro perché in essi vediamo più chiaramenti processi che in parte già coinvolgono i loro genitori.

Già all’inizio degli anni 80, le prime ricerche in Francia e in altri paesi notavano quanto fosse cruciale questo passaggio, e quanto esso fosse culturalmente “trasformativo”. Perché emergeva un evidente processo di secolarizzazione per alcuni membri di queste generazioni nuove, ma anche di re-islamizzazione da parte di altri. Ma quando si parla di re-islamizzazione non si intende essere musulmani come i propri genitori: re-islamizzarsi vuol dire diventare un’altra cosa, in parte diversa dalla propria origine (sempre più lontana, peraltro, col passare del tempo e delle generazioni), e che tiene conto del contesto europeo e dei suoi valori.

Facciamo un esempio, quello della trasformazione dei ruoli di genere. Nella percezione comune si integrano meglio i maschi, mentre le donne sono o sarebbero “ostaggio” della comunità, costrette a indossare simboli islamicamente visibili, e in qualche modo maggiormente prigioniere di questa identità collettiva. Bene, già questa osservazione, che per i più è senso comune, non corrisponde sempre alla verità, stando almeno ad alcuni tentativi di verifica empirica. Da alcune ricerche risulterebbe che sono invece proprio queste giovani donne, pure più islamicamente visibili, che si integrano meglio sia nella scuola sia nel mondo del lavoro. Più che perdersi, dunque, il riferimento all’islam si trasforma, e finisce per svolgere magari anche funzioni diverse rispetto ai paesi d’origine.

Per dirla con un po’ di rudezza, i genitori, la prima generazione, sono musulmani perché sono marocchini, senegalesi, egiziani, ecc.; mentre i figli, quando e se sono musulmani, lo sono in un certo senso perché non sono più marocchini, senegalesi, egiziani, ecc., o lo sono in maniera diversa. Non voglio dire con questo che non conti più niente la tradizione: tutt’altro, e non basta certo una sola generazione a far perdere ad essa peso e significato. Tuttavia è evidente che il riferimento alla tradizione si trasforma, e molto, nel nuovo contesto europeo. Per i musulmani autoctoni accade che il riferimento all’islam, come già anticipato, almeno in parte – e in parte spesso significativa – si de-etnicizza.

Ai musulmani d’origine occorre aggiungere un numero non travolgente, ma che comincia a essere significativo di convertiti europei, il cui ruolo e la cui funzione, in alcuni paesi tra cui l’Italia, è più importante di quanto non indichino le evidenze statistiche.

E poi vi sono i luoghi di incontro e di reciproca “contaminazione” culturale, che producono nuovi modi di vivere e di interpretare la propria situazione: dalla scuola al mondo del lavoro, fino ai momenti topici della sfera privata – basti pensare al fenomeno dei matrimoni detti misti.

Inoltre nelle comunità islamiche sono in corso forti processi di transnazionalizzazione, di apertura ai flussi di informazione, attraverso i media (e non solo i mass media), di sviluppo di network (da quelli economici a quelli religiosi), che producono processi completamente nuovi, che superano le rigidità e i confini dell’attuale dibattito, ancora impostato su concetti come quello di in-group e di out-group, di “dentro” e di “fuori”, largamente superati dalla realtà. Le comunità stesse sono sempre più “porose”, aperte ad influssi provenienti sia dai paesi d’origine che da quelli di inserimento, e diventano sempre più capaci di assorbire la diversità, adattandosi in qualche modo – più o meno bene, naturalmente, secondo anche le realtà che trovano e con cui si confrontano – al cambiamento, e comunque cambiando, volenti o nolenti. In sostanza, sta avvenendo un processo di co-inclusione dell’islam in Europa.

AL DI LÀ DEI CONFLITTI

Questo processo naturalmente è conflittuale, come tutti i processi profondi e che modificano davvero il paesaggio sociale, precisamente perché non è indifferente né rispetto alla società di inserimento né alle comunità che si inseriscono, dato che cambia entrambe, nel profondo, inclusa la loro stessa autopercezione e autodefinizione. Tuttavia occorre anche uscire dalla sterilità di un dibattito culturale che, in quest’ultimo periodo, ha avuto come oggetto di discussione il conflitto, sì, ma in termini rigidi e tutto sommato assai astratti. Almeno chi fa ricerca empirica, e i sociologi in primo luogo, non può accontentarsi di questi modi di procedere. Perché dalla ricerca empirica risultano altre evidenze empiriche. E occorre tenerne conto. Soprattutto, bisogna imparare a leggere, attraverso l’altro, la nostra società.

Scopriremmo allora che è successa una cosa fondamentale, e che è questa che facciamo fatica a concettualizzare e forse non riusciamo a metabolizzare: si sta infatti perdendo quell’identificazione, che abbiamo sempre considerato a torto o a ragione come implicita, tra gli elementi costitutivi dello stato – ordinamento, popolo e territorio – e l’identità culturale e religiosa. Un cambiamento, e una perdita, che ci costringe a elaborare nuovi strumenti di ricerca e anche di definizione delle nostre stesse società.

STEFANO ALLIEVI.


LE MILLE RAGIONI DEL VELO

Facciamo l’esempio della moglie di un marocchino o di un egiziano immigrato in Italia, che indossa il foulard (quello che per i musulmani arabi è l’hijab). Perché lo fa? Spesso la risposta è molto semplice: perché al suo paese d’origine si faceva così. O magari, talvolta, solo come “identità reattiva”: perché talvolta al paese di origine non lo portava, ma è proprio qui, in Europa, in un contesto di confini identitari deboli, di non chiarezza del proprio ruolo, e in mezzo a gente diversa, che diventa importante, in un certo senso necessario.

Ma se lo porta la figlia, o un’italiana convertita all’islam, il motivo non è più che lo fanno tutte, perché qui la situazione è l’opposto; né quello di un’identità reattiva, visto che non c’è una situazione passata con cui confrontarsi: e allora, se lo fa, diventa una scelta, spesso anche ben motivata – in ogni caso più motivata, fondata e pensata di quella della madre, immigrata di prima generazione.

Lo stesso comportamento dunque, che noi interpretiamo con le stesse categorie, di fatto, ha origini e ragioni profondamente diverse. E questo accade in molti ambiti. Ecco perché spesso non ci sfuggono le dinamiche più profonde.

S.A.



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