In cerca di donna "Sophia"
Laureato in Fisica all'Università di Firenze, Simone Morandini è docente presso l'Istituto di Studi Ecumenici "S.Bernardino" di Venezia. è coordinatore del Progetto Etica, Filosofia e Teologia della Fondazione Lanza di Padova. È anche membro del Gruppo di lavoro per la responsabilità verso il creato della CEI.
L'articolo, non rivisto dall'autore, è tratto da un suo intervento al convegno interdio-cesano di Padova sui nuovi stili di vita.
Cercare la sapienza? Davvero dovremmo riflettere su un tema così? Ci sono due domande che mi vengono incontro e che vorrei condividere con voi lettori.
Dovremmo chiederci anzitutto a cosa dovrebbe servirci qualcosa come "la sapienza". A noi interessa rinnovare le pratiche di comportamento, trasformare gli stili di vita. A questo scopo non ci basta forse quella descrizione del mondo che ci viene offerta dalle scienze, da quelle sociali come da quelle naturali? Perché mai dovremmo aggiungervi una realtà vaga come "la sapienza"?
Probabilmente vi siete accorti di quanto tendenziose siano le questioni che ho posto, di quanto parcellizzante sia l'immagine del nostro essere nel mondo a esse sottesa. Ma la realtà che abitiamo non è mai composta di semplici dati che le scienze registrerebbero e descriverebbero in modo neutro, offrendoceli pronti per l'uso. Per il nostro stare nel mondo è altrettanto importante lo sguardo che volgiamo su di esso, la prospettiva in cui ci collochiamo, le parole con cui esprimiamo ciò che vediamo.
Non è fatta solo di scienza la prospettiva che ci guida nell'orientare le nostre pratiche e nell'abitare il mondo. Non è vero che dovremmo orientarci solo sulla base di quanto è scientificamente dimostrabile. Non è così che orientiamo le nostre vite, non è così che piangiamo o gioiamo per quanto ci accade, non è così che compiamo le nostre scelte. Non è così, né sarebbe giusto che lo fosse: la vita è più grande della scienza che possiamo averne, anche se, sia chiaro, considero la scienza preziosa ed insostituibile. C'è un sapere più grande, di cui la vita ha bisogno per essere vissuta, per essere goduta appieno, per essere interpretata in modo fedele alla sua realtà complessa, ed è proprio ciò che diciamo "sapienza".
SAPIENZA? NON BASTA LA FEDE?
Potrebbe sembrare che siano la nostra fede e la Scrittura in cui confidiamo a costringerci a guardare in altra direzione. Come teologo, mi trovo quasi costretto, in particolare, a fare i conti con Paolo: non avrebbe forse avuto qualcosa da ridire sull'idea di comunità cristiane in cerca di sapienza? Perché dovremmo perder tempo in una ricerca della sapienza, quando la Scrittura ci invita piuttosto a guardare all'essenzialità della tradizione di fede, ad una prassi rinnovata? Perché comunità, che confessano in Cristo la pienezza della rivelazione, dovrebbero ancora aver bisogno di cercare la sapienza? In realtà, lo stesso Paolo, proprio quando parla di pratiche da rinnovare, dice anche altro (Rm 12, 2). L'esigenza è in primo luogo quella di rinnovare il cuore e la mente per ricercare la volontà di Dio e quindi, alla sua luce, esaminare ciò cui attingiamo per orientare la nostra vita e darle senso, per verificare se realmente corrisponda a ciò che è giusto, a ciò che Dio desidera da ognuno di noi e dalle comunità cui apparteniamo, a ciò che Dio ci promette ed a ciò che ci invita a sperare. Insomma, Paolo è convinto che vi sia una sapienza da ricercare, il problema che egli ci pone è di quale sapienza si tratti. Proviamo, allora, a porci assieme in ascolto dello Spirito, per comprendere cosa sia questa sapienza - inedita, sovversiva, liberante - che ci è donata e che insieme siamo invitati a ricercare.
LA SAPIENZA CHE CERCHIAMO
Si tratta di una sapienza pratica, lontana dall'intellettualismo: è una sapienza che parla alla vita e della vita; una sapienza che cambia la vita. Non ha però un profilo semplice, monodimensionale: si tratta di una realtà complessa, che può essere incontrata solo attraversando l'intreccio delle sue caratteristiche. È in primo luogo una sapienza radicata in profondità. Essa nasce, da un lato, dalla meditazione della storia e delle pratiche di Gesù, che chiamano alla radicalità di scelte forti, alla concretezza di una sequela personale e comunitaria, una sequela che certo non è caratterizzata dalla comodità della vita quieta, ma dalla promessa del Regno; dall'altro lato, essa nasce dalla nostra esperienza del mondo, dalle gioie e dalle speranze di felicità con cui guardiamo ad esso, dal disagio e dalla sofferenza che vi sperimentiamo, dai saperi (scientifici e non) con cui lo indaghiamo. Un'autentica sapienza sorge quando siamo capaci di riflettere "alla luce dell'Evangelo e dell'umana esperienza" (Gaudium et Spes, 46). Sorge quando siamo capaci di leggere i segni dei tempi, interpretando la storia alla luce della Parola.
C'è, dunque, una sapienza di Dio - una sapienza efficace, potente nella sua capacità vivificante - ma anche nascosta, paradossale, che occorre cercare con attenzione. È anche una sapienza che ha un volto personale, ma - ed è questo un dato di grande interesse - si tratta di un volto complesso, che comprende componenti femminili. Il dato è particolarmente chiaro nei testi sapienziali del Primo Testamento che parlano di Donna Sapienza, che invita a partecipare alla sua festa gioiosa (Pr 9, 1-6), che chiama a costruire la vita assieme a lei. È Donna Sophìa, che si offre come compagna per un'esistenza benedetta, felice, a chi desidera accoglierla come "consigliera di bene" (Sap 8, 9).
LA DONNA FORTE
La ricerca teologica delle donne ha molto valorizzato questa figura femminile, sottolineando come anche per parlare di Cristo nei primi secoli i cristiani hanno certo utilizzato l'immaginario del Verbo di Dio, ma anche quello della Sophia - la Donna Sophia, la donna forte, che offre parole sagge e vivificanti a chi vuole ascoltarle e condividerle. La sapienza ha molto a che fare con la creazione: ancora nel libro dei Proverbi essa narra della sua presenza accanto a Dio "prima che..." egli creasse (Pr 8, 22-31).
Una sapienza, dunque, che ci colloca in un orizzonte cosmico, a disegnare un Dio che le sta accanto come presso un'amica e si delizia sul globo terrestre - come a ricordarci la realtà della creazione, sette volte buona, preziosa ai suoi occhi (Gen 1). Una sapienza che pure, contemporaneamente, parla del limite che caratterizza l'umana esistenza, di una soglia che va custodita per trovare la vita e per poterci anche noi deliziare di essa, godendo della beatitudine promessa (la parola biblica che più si avvicina alla nozione di felicità). Nella prospettiva della Scrittura, infatti, proprio un vero sapere della creazione capace di coglierne tutta l'ampiezza diviene anche richiamo alla necessità di misurarci con la finitezza della vita e con quella delle nostre forze: "Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore" (Sal 89, 12). È un richiamo a un sapere del limite e dell'armonia che evita di sopravvalutare noi stessi ed i nostri progetti, per considerare piuttosto con attenzione la presenza d'altri accanto a noi e prima ancora quella presenza stessa del mondo creato, che ci precede e sostiene le nostre vite.
Proprio tale attenzione alla creazione - nella sua relazione qualificante con la redenzione - conferisce alla sapienza biblica un forte senso di concretezza, che si esprime in alcune caratteristiche di particolare rilevanza. È una sapienza prudente: una saggezza vitale, che ben conosce anche la paura, giacché "l'accorto vede il pericolo e si nasconde, gli inesperti vanno avanti e la pagano" (Pr 22,3; 27,12). Non si tratta della pavidità che rifugge dalla novità, ma dell'attenzione vigile, che sa riconoscere ciò che minaccia la vita (propria ed altrui) per farvi fronte. In un tempo di crisi ecologica, di mutamento climatico, non è difficile comprendere l'attualità di tale prospettiva: la qualità della nostra vita, ma anche la possibilità della vita tout court, dipende da quei beni comuni che ci vengono dalla terra, quando essa è in salute. La capacità di percepire una minaccia che tocca le generazioni future, ma anche molti di quella presente (i poveri in primo luogo), costituisce una dimensione importante di ciò che è sapienza oggi.
La sapienza biblica è profondamente relazionale, attenta al valore della condivisione e dell'amicizia: "Meglio essere in due che uno (...) una corda a tre capi non si rompe tanto presto" (Eccle 4, 9.12). Per questo, in particolare, essa è solidale ed attenta ai poveri: "Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero lo onora", (Pr 14, 31), giacché presso il Signore non c'è preferenza di persone: "Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell'oppresso" (Sir 35, 12.13). È, dunque, una sapienza capace di riconoscere nei beni della terra dei doni per la vita, fatti per essere condivisi nel segno della giustizia; che sa indicare, anzi, in tale universale destinazione dei beni della terra il senso stesso del loro possesso.
LA DONNA SOBRIA
Ma la sapienza biblica è anche sobria ed educatrice alla sobrietà; per chi sa gustarlo, ciò che è essenziale è dolce, capace di conferirle sapore: "O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti" (Is 55, 1-2).
Chi abita lo spazio della sapienza, dunque, sa comprendere che cosa dà sapore alla vita e cosa invece non può farlo. Sa che non è l'abbondanza dei beni che garantisce felicità - anche se certo una penuria che sfiori la miseria può renderla quasi impossibile. Capisce che - se usate con sapienza e giustizia - le risorse della terra possono trasformarsi in un banchetto per tutti. Intuisce che il modo in cui viviamo il nostro rapporto con i beni nelle nostre pratiche trasforma anche la nostra mente: "Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore" (Lc 12, 34). Il discernimento non riguarda solo gesti, azioni o pratiche specifiche, ma interessa soprattutto il nostro cuore, il nostro sguardo sul mondo, il nostro modo di abitarlo. Potremmo riassumere in una parola tutto questo, dicendo che la sapienza insegna un modo di stare sulla terra nel segno della responsabilità, dell'attenzione per gli altri, per la generazione presente come per le future, come per la terra e per i beni comuni che essa ci offre.
IL NOME SEGRETO DI "SOPHIA"
Ecco alcune coordinate che la Scrittura ci propone sul tema della Sapienza:
- - la sua valenza teologica e la sua rilevanza per le pratiche di uomini e donne;
- - il suo riferimento cristologico, ma anche la concretezza amante della vita di Donna Sophìa;
- - il suo amore per la terra, che sa custodirla e coltivarla, che sa gustare tutto il sapore dei suoi beni e che proprio per questo sa pure ascoltare il richiamo di chi manca di ciò che è necessario alla vita;
- - la sua prudenza, che sa riconoscere il pericolo, ma anche il suo coraggio nell'intraprendere le scelte necessarie.
Tra tali polarità, va sottolineato che la sapienza non è semplicemente quella del giusto mezzo, ma vive tenendo assieme istanze che solo a prima vista possono apparire contrapposte. C'è un versetto caro alla tradizione rabbinica secondo il quale "una parola ha detto Dio, due ne ho udite" (Sal 61, 12a): solo se il nostro sguardo sul mondo è all'altezza della complessità semplice della vita, esso potrà scoprire quella via di benedizione che della sapienza è il grande dono. D'altra parte, solo se il modo in cui abitiamo il mondo si lascia guidare da essa, fino a rinnovare in profondità i nostri stili di vita possiamo sperare in quella vita felice che è la vera, fondamentale promessa di Sophia. È una sfida che interessa la nostra spiritualità personale, ma anche per lo stile pastorale delle nostre comunità, chiamate a ripensare aree critiche come la catechesi e la predicazione, come pure il loro modo di usare i beni e di consumare.
È in tale percorso che possiamo comprendere il nome più autentico, segreto di Donna Sophìa. Quella "compagna di vita" di cui abbiamo cercato di far conoscenza, infatti, si chiama semplicemente carità - quell'agape donata e rivelata in Cristo, quel divino amore-creatore, quello Spirito-amore, fuoco che brucia e trasforma che desidera abitare le nostre vite. Che le nostre labbra e le nostre pratiche imparino sempre più a sillabare questo nome, nella storia e nella creazione.
SIMONE MORANDINI.







