IMPARARE INSEGNANDO / DIARIO DI UN’ESPERIENZA EDUCATIVA
I diari delle esperienze educative e didattiche sono un genere letterario evergreen, che nel tempo con fortune alterne ritornano. D’altra parte l’azione educativa prima di farsi teoria conosce una lunga pratica. Il volume Quanto ho imparato insegnando che l’autore è spinto a scrivere nel ricordo di un invito di Mario Lodi ai docenti (“Gli insegnanti devono documentare il loro lavoro… lasciare traccia del proprio percorso”) si inserisce autorevolmente in questo filone.
Attraverso l’artificio letterario del diario di un anno scolastico, Danilo Amadei percorre i suoi quarant’anni di docente di lettere in varie scuole medie della provincia di Parma, organizzando le esperienze attorno ad un percorso che va dal primo giorno di scuola ai saluti di fine anno scolastico.
Il lungo lavoro educativo dell’autore ha un filo rosso, come si usa dire, che lo percorre e gli dà unità. Danilo Dolci, Lorenzo Milani, Paulo Freire, Mario Lodi e il Gruppo Scuola del quartiere Montanara di Parma fondato da una maestra di grandi doti, Maria Munarini, animano il backstage dell’esperienza che Amadei racconta.
Capitolo dopo capitolo si viene condotti attraverso le scelte di una “scuola cooperativa” dove tutti sono impegnati a dare il meglio di se stessi aiutandosi reciprocamente perché a scuola si gioca “il campionato della vita in cui tutti dobbiamo essere della partita, stare bene insieme e aiutarci, dove ognuno è il migliore, anche nel fare il tifo per chi rimane indietro” (pp. 19-20).
L’incontro del primo giorno di scuola è un conoscersi per accogliersi, l’abituare all’ascolto attraverso laboratori di lettura che portano anche ad incontrare molti autori (da Cassola ad Alda Merini, da Tonino Guerra a Daniel Pennac), gli esiti della “scrittura collettiva”, la traduzione dell’articolo 32 della Costituzione (La scuola è aperta a tutti) nella pratica dell’integrazione scolastica, l’attenzione al ruolo “diversamente educativo” di bidelli e personale di segretaria, l’importanza del dialogo maieutico, la valorizzazione dell’errore e delle sue potenzialità didattiche, l’esperienza del giornale scolastico, l’esplorazione dell’area psico-affettiva (la conoscenza di sé, il dolore, il sentimento religioso ...). Insomma, un’esperienza che intreccia in continuazione scuola, saperi e vita per intercettare, nella maniera più profonda, i bisogni degli adolescenti e aiutarli a trovare risposte vere per affrontare “il campionato della vita”. Ne sono una testimonianza la selezione delle lettere personali ai vari alunni e di una delle quattordici lettere scritte a tutta la classe a fine triennio (pp.213-223). Di grande interesse sono anche i testi degli alunni che documentano i risultati dei vari percorsi didattici presentati.
Centrale è il capitolo “Meno male che c’è il conflitto” (pp. 83-92) nel quale Amadei esprime una serie di convinzioni che riferisce agli insegnanti di scuola media, ma che a ben vedere riguarda ogni ordine di scuola. L’insegnante deve amare i cambiamenti e credere che “siano positivi e che le crisi che li accompagnano siano naturali”, accettare che “i preadolescenti non ragionino come gli adulti”, “saper stare nei conflitti”, aiutare a “vivere in gruppo come indispensabile fonte di relazioni”, avere “la pazienza del confronto con le famiglie”, essere aperto “ai cambiamenti del mondo”. E soprattutto è necessario che i docenti siano consapevoli che il ruolo della scuola va “costantemente riconquistato con il dialogo, a volte anche conflittuale, con altre realtà sociali che vorrebbero imporre il proprio modello di vita come unico” (p. 85). Per questo occorre considerare come un corollario a queste forti intenzioni i due ampi capitoli dedicati a “La storia intorno a noi” e “Il mondo in classe”.
Amadei, attraverso le duecento pagine del volume, ci consegna non solo un’esperienza didattica, ma una visione di scuola, di educazione e di formazione alla vita democratica. Una lettura che sicuramene offre molti argomenti per rimotivare la passione per l’insegnamento all’interno di un’istituzione, la scuola, che sta attraversando una grande crisi. E tutti speriamo sia solo una crisi di crescita come per i preadolescenti incontrati dall’autore.







