IMMIGRAZIONE: ESPERIENZE DI DISAGIO
Dossier a cura di Franco Valenti e Alessandra Garusi. - Il cittadino straniero viene posto nella scomoda situazione di essere un ospite tollerato in base alle congiunture economiche favorevoli.
Non si può ignorare che tra le fonti di profondo disagio rientri anche la negazione alla partecipazione politica.
Il soggetto migrante non è un fenomeno che esula dalla normale esperienza umana di disagio: alle stesse condizioni, buona parte dei comportamenti umani si riproducono con le stesse conseguenze.
Molti stranieri, giunti in società non sempre amiche, hanno saputo dar fondo a risorse impensabili, fino ad imporre il diritto alla propria esistenza.
Da alcuni anni in Europa e, di recente, anche in Italia ci si pone sempre di più la domanda su quanto possa incidere il disagio collegato all’”evento immigrazione” sulla sfera psicologica, sociale e relazionale di individui e di gruppi che vanno annoverati fra le minoranze culturali e linguistiche inserite in un contesto dalle pretese socio-culturali omogenee.
Le tendenze di opinione si sgranano su diversi livelli passando da una lettura meramente casuale dell’emergenza, ad una strutturazione delle ipotetiche situazioni di disturbo relazionale fino ad affermare in modo categorico che esistono veri e propri disagi tipici della condizione di straniero o di ospite. Sulla base di alcuni riscontri oggettivi risultanti da diverse esperienze di analisi e di confronto, si possono avanzare alcune ipotesi di lettura.
LA SOMIGLIANZA
In un approccio superficiale al fenomeno della mobilità umana si è tentati di dare a tutti i disagi una connotazione di tipicità ed unicità. In altre parole il disagio psicologico, psichico o sociale esiste proprio perché esiste il trasferimento da una società omogenea ad un’altra. Il principio della relazione causa (sradicamento) - effetto (reinsediamento) sembra diventare la chiave interpretativa di tutto ciò che interviene a modificare le condizioni di vita e i nodi relazionali di soggetti emigrati.
Questo, almeno in parte, è sicuramente vero. Molteplici elementi di differenziazione possono tuttavia coesistere in un soggetto indipendentemente dalla specificità della sua situazione personale. In altre parole in un soggetto emigrato può coesistere la differenza di sesso, di ceto, di grado di acculturazione, di caratteri somatici, di lingua indipendentemente dal fatto che costui sia un immigrato. Oppure la condizione di vita di un individuo o di una famiglia autoctona socialmente svantaggiata ed inserita in un contesto urbanistico disastrato, marginale alla città che conta, avrà molte similitudini con la vita di un individuo o famiglia straniera che si trova inserita nello stesso contesto.
Tali condizioni di stress sociale, basato sulla differenziazione sociale comune ad un territorio, costituiscono le stesse premesse di disagio possibile (ma non inevitabile) di situazioni di vita condivise. È chiaro quindi che la ragione dello sradicamento/reinserimento non basta, da sola, a spiegare le origini del malessere. Questo approccio interpretativo assolverebbe ad una funzione liberatoria, utile per non porsi seriamente la questione sulle difficoltà reali del soggetto migrante.
LA DIFFERENZA
Ovviamente in ogni soggetto, e quindi anche in ogni soggetto straniero, esistono degli elementi peculiari che sono dati dalle diverse modalità dell’inculturazione e della seguente acculturazione tuttora in atto. La lingua parlata nelle relazioni familiari o amicali, con tutte le sue variabili semantiche, i codici comportamentali acquisiti, la cultura “ambientale” legata al territorio e alla comunità di appartenenza, i valori etici, l’espressione della propria religiosità, sono tutti elementi costitutivi di una personalità che emerge anche in quanto differente.
A questi si aggiungono i valori culturali ed etici, in senso lato, che il migrante porta con sé spostandosi. Sono i caratteri identitari forti su cui si edifica e si stabilizza una personalità in fase di evoluzione. In molte esperienze migratorie si è potuto verificare quanto sia importante il fatto che gli elementi costitutivi di una propria identità di origine mantengano una propria stabilità, proprio per dare le risorse necessarie all’incontro con la cultura di arrivo, senza lasciarsi scivolare in un vuoto identitario. Ed è anche su questi assi portanti che si sviluppano tutte le strategie di adattamento e di integrazione.
Non per nulla una delle reazioni più diffuse è proprio quella dell’incapsulamento geloso e nostalgico che serve, almeno all’inizio, per riconoscere i nuovi confini di relazione con l’esterno e per dotarsi di una nuova modalità di rapporto alla nuova situazione. Emblematico di tale fenomeno è l’insorgere di conflitti generazionali nel momento in cui i figli - proiettati per necessità anagrafica e formativa alla scoperta e all’interiorizzazione di nuovi codici di comportamento e di nuove possibilità di organizzazione di vita - operano un’operazione di distacco dall’ambiente familiare e dalle regole vigenti al suo interno, mettendo in seria crisi le cosiddette “tradizioni”.
E’ l’esperienza quotidiana di diversi strati giovanili di seconda o terza generazione presenti in tutte le società di immigrazione. Il superamento di questo anacronistico attaccamento agli usi e costumi della società di partenza, da parte delle prime generazioni, non è facile anche perché non è ugualmente facile stabilire una situazione di equilibrio tra passato a presente.
LA TRANSIZIONE
Il punto di sutura tra i successivi momenti legati all’esperienza migratoria è dato dal dinamico evolversi di un processo di transizione socioculturale costantemente indirizzato verso una nuova modalità di essere. E’ bene precisare che tale processo non concerne solo le nuove componenti che vengono ad insediarsi in un contesto di pretesa omogeneità socioculturale, ma innesca, nelle relative proporzioni, un cambiamento anche su questo. Inizia un processo di trasfusione e di pervasione delle culture che costituisce un “novum“ socioculturale tipico di tutte le società meticciate. E’ l’evento che passa sotto il nome di “interculturalità”, termine che intende superare il concetto statico della contiguità definito da “multiculturalità”.
IL DISAGIO SOCIALE
Per scendere nel concreto, è opportuno prendere in considerazione alcuni luoghi in cui il “disagio migrante” diventa riconoscibile determinando delle condizione di sofferenza aggiuntiva. È un dato di fatto che le società opulente del mondo moderno tendano a mantenere distanti dal proprio benessere società e popoli interi in cerca di mera sopravvivenza o di un miglioramento delle proprie condizioni economiche, sanitarie e formative. La paura di perdere lo standard di vita acquisito getta le società di potenziale o reale immigrazione in uno stato di angoscia permanente.
Di fronte all’impossibilità di bloccare, quantomeno con metodi democratici, i movimenti umani in atto sul pianeta, gli stati a sviluppo avanzato inventano continuamente nuovi tipi di confini simbolici quali: la negazione dell’accesso ai servizi sanitari sociali e formativi di chi si sia introdotto clandestinamente su un mercato del lavoro altrettanto clandestino (come prevede la legge sull’immigrazione dello stato della California); o l’adozione di principi di diritto diversificato, uno per i cittadini e uno per coloro che non possono essere definiti tali, avallando così discriminazioni giuridiche ed istituzionali che non violano la Carta Universale dei Diritti dell‘Uomo sottoscritta da tutti gli stati in questione. Tale condizione di “deregulation” giuridica rappresenta la dotazione legislativa, in fatto di immigrazione, di quasi tutti gli stati ricchi.
Il cittadino straniero viene posto nella scomoda situazione di essere un ospite tollerato in base alle congiunture economiche favorevoli. L’ospite straniero, non cittadino, viene accolto in funzione di un meccanismo di sviluppo economico vantaggioso per la società di arrivo, indipendentemente dalle condizioni o dalle necessità di sviluppo della società di partenza. Tale presenza “funzionale” incide in modo non indifferente sull’auto-percezione del cittadino straniero costretto a vivere in una continua tensione tra l’accettazione, per interesse, e il rifiuto. Le sue peculiarità personali, al di fuori della sua forza lavoro e della sua eventuale professionalità, in un primo momento, non interessano per nulla il luogo di arrivo: il suo cuore, la sua mente, i suoi sentimenti, la sua cultura, la sua religiosità sono funzionali alla compatibilità o meno con le funzioni economiche che deve assumere.
La memoria di tale fase iniziale viene tramandata ai posteri e costituisce una “memoria culturale” che, a seconda delle fasi evolutive della società e dei suoi rapporti interni, si radicalizza o si stempera nelle sue potenzialità conflittuali. Le “fratture etniche” (la definizione è del presidente francese Chirac, ndr) vengono codificate e programmate dalle condizioni vissute alle origini degli insediamenti. Tutte le migrazioni dell’ultimo secolo, che hanno voluto e saputo far memoria del proprio destino di migrazione, continuano ad andare alla ricerca delle proprie origini. Queste non sono più tanto reperibili in una collocazione geografica ben definita, ma possono essere “localizzate” in una memoria che costituisce un patrimonio di riferimento della propria famiglia o comunità. La riscoperta di lingue e tradizioni che non potranno più essere riprodotte nella loro genuina originalità, e che sottostanno alla trasformazione di un luogo simbolico di identificazione, è un impegno generalmente assunto dalla collettività emigrate da tempo. E’ la memoria della nostalgia.
Tale percezione memorizzata condiziona in modo non indifferente la costruzione delle relazioni sociali del soggetto migrante. I suoi nodi relazionali si svilupperanno dunque in funzione di una strategia di difesa, di rafforzamento identitario proprio e di riconoscimento tra soggetti simili. E’ la strategia posta in atto dagli italiani emigrati oltreoceano e, in modo meno accentuato, anche da quelli emigrati all’interno dei paesi dell’Unione Europea.
L’atteggiamento invece delle società di arrivo è spesso caratterizzato da una schizofrenia sociale: mentre da una parte si invita il nuovo arrivato ad assumere dei caratteri di omologazione affievolendo il più possibile le proprie differenze, fino ad annullarle, dall’altra gli si fa capire che la sua presenza è dovuta solo ad una benevola concessione e che, in caso in recessione economica, è meglio che rifaccia le valige e se ne vada.
IL DISAGIO CULTURALE
Parlando di cultura si rischia di avventurarsi in un cammino di cui non è facile capire la direzione. Vale comunque la pena di accennare ad un disagio culturale coniugato più al quotidiano che all’eccezionale.
Solo da circa dieci anni la società italiana è seriamente interessata al fenomeno immigratorio e durante questi anni sono aumentate le opportunità di conoscenza e di studio delle culture altre. Ma dare cittadinanza a queste nuove espressioni culturali non risulta un’impresa facile. In Italia, al di là di qualche eccezione collegata soprattutto al mondo missionario e ad alcune università, non si sono ancora sviluppate delle reti articolate per raccogliere e far circolare sia le informazioni che le conoscenze delle altre culture cittadine del pianeta.
L’atteggiamento diffuso è quello di avvicinarsi ai gruppi stranieri, portatori di altre culture, con diffidenza o curiosità esotica. Si dà per scontata la supremazia dei nostri punti di vista ed è ovvio che “loro” devono parlare e comportarsi come “noi” proprio perché se noi andassimo da loro faremmo lo stesso. Ma la volontà di omologazione culturale così espressa non è che la spia di un disagio identitario ben più diffuso. E il voler stigmatizzare la differenza dell’altro, quella più evidente, diventa un palliativo per mettere in sordina le contraddizioni e i relativi elementi di disgregazione del gruppo sociale di appartenenza. Ciò non toglie che esternare la propria identità sia con il comportamento che con la lingua parlata o l’abbigliamento rappresenti un metalinguaggio in attesa di un vera e propria legittimazione.
Tuttavia, nella fase attuale dell’immigrazione in Italia, il vero luogo del confronto e del metabolismo culturale è dato dai luoghi di formazione. Le vecchie generazioni non hanno avuto molte opportunità di confrontarsi con altre realtà, mentre quelle odierne possono attingere a piene mani a diverse fonti informative. Una grossa responsabilità nella trasmissione degli stereotipi del pregiudizio va quindi individuata nella incapacità di proporre programmi formativi o didattici in grado di fondare una nuova mentalità.
IL DISAGIO POLITICO
Per concludere, non si può ignorare che tra le fonti di profondo disagio rientri anche la negazione alla partecipazione politica. Ogni individuo che vive, agisce e annoda relazioni in un determinato territorio, desidera partecipare alla gestione e all’economia della vita sociale. L’obbligo del silenzio partecipativo imposto allo straniero non fa altro che spingerlo in un processo di marginalizzazione accentuando la percezione di un rifiuto nei propri confronti.
Il dibattito attuale sulla riformulazione dei codici della cittadinanza tende a superare le appartenenze convenzionali spesso determinate solo dalla nazionalità, dalla lingua parlata e dalla geografia, per esplorare gli spazi più veri di una cittadinanza “aperta” o di “prossimità” : individui che partecipano alla costruzione sociale di uno stesso territorio e che si basano su un nuovo patto di solidarietà, che non trova più la sua ragion d’essere nella nazione, costituiscono di fatto un nuovo rapporto di cittadinanza. L’esclusione dalle due cittadinanze di riferimento, quella del paese di origine, che rappresenta il luogo degli affetti, delle radici, ma che non sempre corrisponde alle proprie aspettative di tutela, e quella del paese di arrivo che resta inaccessibile per il suo carattere “nazionalista”, fanno del cittadino straniero un apolide di fatto. La soggettività politica, spesso negata al paese a causa di regimi antidemocratici, non trova espressione neppure nei paesi democratici, in cui tutti i riferimenti dei valori civili si rifanno ai principi di democraticità.
Il disagio della non partecipazione attiva e passiva possono dare come risultato l’apatia delle comunità straniere per tutte quelle iniziative messe in campo, anche da parte amministrazioni oculate, “per loro “ o “con loro” , dove però quei “loro” sono solitamente degli invitati.
La nuova legge quadro sull’immigrazione prevede ancora che il riferimento fondamentale del cittadino straniero rimanga l’autorità di polizia, relegando le autonomie locali, i Comuni, al ruolo di meri erogatori di servizi socio-assistenziali. E questo nonostante molti Comuni italiani abbiano chiesto a più riprese di poter sovrintendere, in modo più celere e rispettoso dei diritti della persona, sia alle procedure di proroga del permesso di soggiorno che alle pratiche di ricongiungimento familiare. Probabilmente avremo un ulteriore atteggiamento schizofrenico, qualora venisse concesso (come previsto) il diritto di voto amministrativo: e cioè mentre lo straniero potrà sedere tra i banchi del Consiglio comunale, in contemporanea, per tutte le documentazioni che lo potrebbero riguardare, dovrà far riferimento alla questura locale e non al suo Comune.
RIFLESSIONE CONCLUSIVA
Pur riconoscendo la specificità scientifica di tutte le discipline che studiano i fenomeni “patologici” dell’immigrazione, è innegabile la necessità di leggere l’evento in tutta la sua complessità ed unitarietà. Il soggetto migrante non è un fenomeno che esula dalla normale esperienza umana di disagio: alle stesse condizioni, buona parte dei comportamenti umani si riproducono allo stesso modo e con le stesse conseguenze.
La sofferenza della migrazione coatta si aggiunge ad altre sofferenze e, sicuramente, un atteggiamento tenace di rifiuto e di discriminazione, che può avere come teatro il quartiere della città, la scuola o il posto di lavoro, non fa che aggravare una situazione di precarietà. Una maggiore percezione di questo surplus di disagio sia da parte delle istituzioni che della comunità civile potrebbe favorire un miglioramento generale delle relazioni umane e diventare una nuova possibilità di vera cittadinanza, anche per gli esclusi locali.
Ma, accanto alle eventuali debolezze elencate, bisogna tenere presente che le difficoltà affrontate dal migrante lo forgiano e lo temprano in una impellente necessità di riscatto sociale; molti stranieri, giunti in società non sempre amiche, hanno saputo dar fondo a risorse psicologiche, sociali ed economiche impensabili, fino ad imporre il diritto alla propria esistenza.
FRANCO VALENTI, Responsabile dell’Ufficio immigrati del Comune di Brescia.
I MASS MEDIA CHE “BUCANO” I CONFINI
La globalizzazione dell’informazione rende porose tutte le frontiere e tale continua sollecitazione informativa raggiunge non solo gli strati più acculturati delle società del pianeta, ma apre potenzialità anche per i ceti meno abbienti e meno scolarizzati.
Diventa quindi necessario sviluppare nel prossimo futuro delle piste di riflessione sulla portata e sulle eventuali stratificazioni, in termini di qualità e quantità, che verranno espresse da questo processo di globalizzazione.
Oltre le cosiddette culture di origine e quelle di arrivo, in quanto luoghi dello sviluppo delle molteplici identità, non si può ignorare l’influsso potenzialmente e talvolta volutamente “correttivo” dei mezzi di comunicazione di massa. Tale eventualità accomuna ancora una volta per similitudine, pur agendo su codici culturali molteplici, la comunità o i soggetti di arrivo con la comunità o i soggetti autoctoni.
F.V.
IL DISAGIO ECONOMICO DEI MIGRANTI
L’individuo o la famiglia che decide di tentare un miglioramento delle proprie condizioni socioeconomiche generalmente si lascia alle spalle una situazione piena di difficoltà. L’economia di molti paesi del pianeta è soggetta agli umori delle borse di Chicago, Londra ecc. e cioè ai luoghi dove si giocano le speculazioni e dove i prezzi delle materie prime vengono definiti in base alle necessità dei paesi dominanti, spesso con la connivenza di governanti addomesticati da mazzette o consegne di armi. Coloro che non possono prendere parte a questo benessere, cercano di andare alla fonte affrontando prima spostamenti interni, per poi passare oltreoceano.
E’ stato verificato da diverse ricerche sul campo che ad emigrare sono soprattutto le persone in grado di orientarsi con una certa capacità economica e con una formazione di base o avanzata. Lo spostamento di tali categorie rappresenta quindi una perdita di potenzialità da parte del paese di partenza mantenendo però intatto, da parte del partente, un progetto di miglioramento che ha inizio proprio con lo spostamento.
L’illusione di poter godere della stessa considerazione del paese di partenza va subito a naufragare: ad un sicuro trattamento economico, che in termini di quantità è certamente superiore a quello lasciato, corrisponde una qualità del lavoro ben più bassa rispetto a quello precedentemente svolto. Dal confronto fra le due occupazioni risulta infatti una netta regressione in termini di qualità e di prestigio. L’occupazione disponibile è quella lasciata libera dalla forza lavoro locale. La conseguenza è che lo straniero, pur preparato ed occupato in posizioni di lavoro discrete nel proprio paese, si adatta a svolgere mansioni ben più pesanti e a bassa valenza professionale. Il sacrificio fatto permette una più agevole vita economica per sé e la famiglia rimasta al paese, ma per l’individuo comporta una rinuncia ad una legittima aspirazione di poter esprimere il meglio di se stesso e di esserne conseguentemente riconosciuto.
In molte pubblicazioni, anche italiane, si parla dell’avvenuta acquisizione di una “cittadinanza economica” da parte dello straniero. E tale risultato verrebbe classificato quale primo passo per l’accesso ad altri gradi superiori di cittadinanza. Ma non si sottolinea a sufficienza le deficienze di tale affermazione in quanto l’homo aeconomicus straniero è sostanzialmente soggetto a volontà produttiva altrui e le condizioni delle sue prestazioni sono generalmente inferiori per qualità a quelle dei suoi colleghi di lavoro autoctoni. Inoltre la libertà di impresa non viene concessa al nuovo arrivato, in quanto non è cittadino soggetto di diritti e di doveri come qualunque altro cittadino. Il suo status di straniero lo limita nella sua sfera di diritti. Gli albi e i registri professionali, sottoposti al regime di cittadinanza oltre che a quella della reciprocità, escludono il cittadino straniero dal libero esercizio delle proprie capacità economiche.
Quando poi la legittimazione alla permanenza, sostanzialmente data da un rapporto di lavoro in atto e quindi di riconosciuta utilità economica, viene indebolita da una situazione di disoccupazione o di malattia, spesso causate proprio dalle precarie condizioni di lavoro, allora l’intolleranza, il pregiudizio trovano il giusto “humus” per irrobustirsi. I tassi di disoccupazione che oggi interessano paesi come la Francia, la Germania e la stessa Italia, fanno gridare più di una volta al lupo straniero che viene a scippare posti di lavoro agli autoctoni. E queste non sono solo opinioni espresse al bar, ma patrimonio demagogico di diversi rappresentanti di stato.
Il dover continuamente legittimare la propria presenza, in funzione della propria economicità, non aiuta certamente ad aver un rapporto rilassato con l’ambiente che ti circonda. E se poi tale legittimazione ti costringe a dover rendere il doppio o il triplo a bassa remunerazione, allora viene proprio da chiedersi in che cosa consista la cosiddetta “cittadinanza economica” se non nella mera capacità di guadagnare e consumare. Il disagio del lavoratore o del disoccupato straniero, oltre che raccogliere le stesse preoccupazioni dell’operaio locale, ha anche l’aggravante di dover giustificare il proprio titolo di soggiorno.
F.V.







