IL VITELLO D’ORO E LA NUOVA ALLEANZA
La nostra missione: essere eredi di Dio nella storia.
I capitoli 32-34 dell’Esodo si inseriscono all’interno della seconda parte del libro (25-40), di redazione sacerdotale, in cui prima Dio dà istruzioni a Mosè sulla costruzione del santuario e sull’organizzazione del culto e dei ministri (Es 25-31), poi si ha l’esecuzione di quanto è stato ordinato (Es 35-40).
DIO SI RIMETTE SEMPRE IN GIOCO
In mezzo a questa narrazione contraddistinta da un’atmosfera di sacralità e solennità, si inserisce l’episodio del vitello d’oro, quasi a ricordare che tutta la normativa, e la volontà di bene di Dio in essa contenuta, deve fare i conti e intrecciarsi con la realtà dell’umano, sia come popolo (Israele) sia come individuo (Mosè), con la sua storia di peccato, pentimento, intercessione, desiderio di Dio. Ancora prima che l’alleanza tra Dio e Israele sia posta in atto, il popolo la tradisce. È la difficile gestione della libertà. Dio mette in conto che al cuore del rapporto con il suo popolo ci sia il peccato, ma anche l’ostinata fedeltà e la mediazione di qualcuno che collabora con Lui per portare il suo amato alla conversione. È a partire dal peccato che si fa la vera esperienza di Dio e della sua misericordia, della sua profonda identità di amore e fedeltà senza limiti. L’alleanza nasce come alleanza rinnovata, nuova alleanza: l’alleanza di Dio è sempre pronta a rimettersi in gioco per la sua fedeltà e per la conversione del cuore umano. La nuova alleanza con Gesù sarà la parola ultima e definitiva, ma in continuità con questa alleanza sempre rinnovata del Dio di Mosè e di Israele.
IL VITELLO D’ORO: PECCATO ORIGINALE D’ISRAELE
Siamo davanti a una crisi del popolo: Mosè è salito sul monte per ricevere la Legge, ma è passato molto tempo e il popolo non ha più notizie della sua guida né di Dio, ha paura, si sente perso. Allora chiede ad Aronne, fratello di Mosè e sacerdote, di costruire un dio per loro ed egli acconsente. L’immagine scelta per raffigurare questo dio è il vitello, che rimanda al toro, animale sacro a Baal, dio cananeo della fertilità, e anche al dio egizio Api, raffigurato come un bue. Dunque si riferisce a due divinità, cananaica ed egizia, che appartengono alla terra da cui Israele è appena uscito e a quella in cui entrerà. Si tratta di un peccato di idolatria, per Israele il peccato originale e originario. Ma il vitello vuole rappresentare anche il Signore, il Dio dell’esodo, come dicono gli israeliti quando lo acclamano: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto” (Es 32,4). Ogni peccato infatti rivela qualcosa di un’esigenza profonda, che viene però canalizzata e soddisfatta in modo deviato: il popolo si sente perso, desidera un Dio vicino, presente, ma questo non significa avere un Dio-a-portata-di-mano, manipolabile. Il legame che Dio sceglie con l’umano è più profondo, e soprattutto più libero di quello di un idolo, di un dio con cui mercanteggiare, o di cui essere schiavi ma che rendiamo anche schiavo dei nostri bisogni e aspettative. Dio è certo meno controllabile del vitello, ma vivo e libero nel suo desiderio di amare l’umano.
LA PREGHIERA DI MOSÈ
Dio vede il peccato di Israele e lo riferisce a Mosè. Poi gli spiega cosa intende fare, ossia due cose: distruggere il popolo testardo e ribelle, fare di Mosè un nuovo grande popolo. Qui si inserisce la preghiera di Mosè, il filo rosso che lega i tre capitoli, una preghiera intensa e incalzante che non dà tregua a Dio, e che si articola in quattro momenti: 1) “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo?” (Es 32,7-14); 2) “Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato…” (Es 32,30-35); 3) “Indicami la tua via”, “Mostrami la tua gloria!” (Es 33,5-23); 4) “Che il Signore cammini in mezzo a noi… fa’ di noi la tua eredità” (Es 34,1-10).
Questo schema ci mostra la dinamica sottesa al racconto: è un crescendo che parte dal fermare l’ira, al chiedere perdono, alla richiesta della rivelazione e della vicinanza di Dio per giungere a rinnovare la relazione tra Dio e il suo amato.
IL VOLTO, LA GLORIA E IL NOME DI DIO
Non abbiamo lo spazio per analizzare questa lunga preghiera, ma vorrei fermarmi su tre aspetti presenti nel testo che ci indicano le vie per accedere alla relazione e conoscenza di Dio: il volto, che cammina e non si può vedere (cfr. Es 33,14 e 23); la gloria, che passa davanti a Mosè quando Dio lo mette al riparo nella cavità della rupe, e che il profeta può vedere solo di spalle, non di fronte (cfr. Es 33,22-23); il nome proclamato in Es 34,6-7.
A proposito del volto e della gloria riprendo uno stupendo commento di Alberto Mello: «Antropomorficamente si afferma che la sola parte visibile di Dio è il dorso, la schiena, cioè la parte posteriore, proprio per negare che egli sia visibile di faccia, in maniera diretta. Secondo me, questa è una precisazione, e insieme una sottolineatura, dell’affermazione precedente, che qualifica la divina Presenza come un “volto che cammina”, dunque che precede, che passa avanti, che si può solo seguire. Il vocabolo tradotto con “schiena” o “dorso” (“spalle”: Cei), in ebraico è formato dalla radice ’āḥār, che ha un doppio valore: spaziale (dietro) e temporale (dopo). Va notato che, in ebraico, non esiste un verbo per “seguire”, ma si deve ricorrere alla circonlocuzione “camminare dietro”: quindi questo Dio che si vede solo di spalle è un Dio che si può solamente seguire, che ci precede sempre, che ci previene in ogni cosa. Perciò non si deve escludere del tutto neppure il valore temporale, “dopo”: noi arriviamo sempre “dopo” di lui, non possiamo mai anticiparlo, passargli davanti.
La Bibbia parla delle “vie” di Dio, molto più che dei suoi “progetti” o “disegni”: ci dice, in altri termini, dove Dio è passato, le tracce che ha lasciato, affinché possiamo seguirlo, piuttosto che rivelarci quello che lui ha intenzione di fare. Le vie di Dio sono il suo “dopo”: quello che lui ha già fatto, oppure quello che lui ci ha chiesto di fare (i precetti della legge, che ebraicamente sono una “via”, la halakà); mentre i suoi disegni, quello che ha in mente di fare nel futuro, sono il suo “davanti”, ciò che precisamente ancora non vediamo, e che sarebbe temerario cercare di capire» [“Il volto di Dio” (Es 33,18-34,9), in P.L. Ferrari (a cura di), Il libro dell’Esodo, Messaggero 2012, pp. 241-242].
QUANDO SI DICE “DIO” SI DICE “MISERICORDIA”
Il nome di Dio è costituito da ben 13 attributi (le 13 middôt “misure” in ebraico): il Signore; Dio; misericordioso; compassionevole; lento all’ira; grande nell’amore; (grande) nella fedeltà; che conserva l’amore per mille (generazioni); toglie/perdona la colpa; (toglie) la trasgressione; (toglie) il peccato; ma non lascia impuniti; castiga (lett.: “visita”) l’iniquità dei padri nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta (generazione). È interessante che ci siano undici attributi che esprimono la misericordia e due la giustizia. Appare poi evidente la sproporzione, amplificata anche da una sorta di “matematica irrazionale” quando si dice che l’amore di Dio si conserva per 1000 generazioni, mentre visita la colpa fino alla terza e quarta generazione! L’intento però potrebbe essere anche quello di mostrare come l’amore di Dio non possa coprire la libertà umana che sceglie il male e pur venendo incontro al peccatore, non nasconde la gravità e la ferita che il male provoca.
LA NOSTRA MISSIONE: CONTINUARE NELLA STORIA
Mosè allora può tornare a supplicare: “Cammina in mezzo a noi!” (Es 34,8), facendo eco alla richiesta iniziale del popolo ad Aronne: “Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!” (Es 32,1). Bellissimo l’esito di questo lungo tragitto: da un Dio che cammina alla testa del popolo a un Dio che cammina in mezzo ad esso, indissolubilmente legato da amore per questo popolo così testardo, volubile, eppure così bisognoso di cura e relazione. Ed ecco l’altra invocazione, ancora più ardita: “Fa’ di noi la tua eredità”, cioè sceglici come eredi, coloro che ereditano il tuo amore e lo portano nel mondo, perché sanno che senza di esso non è possibile vivere. In un mondo segnato sempre da tanta violenza e morte questa è la missione che anche noi chiediamo al Signore di avere la forza e il coraggio di continuare nella storia.







