Il racconto di Natale
Cari amici e care amiche, il mio nome è Ezechiele. Lavoro da tanti anni assieme a Giuseppe, un falegname di Nazaret. Giuseppe ha la piccola bottega che si trova in via dei Fichi Secchi, proprio all'inizio del paese. Giuseppe è il padrone della bottega: era già di suo padre e prima di suo nonno, e prima ancora del nonno di suo nonno... e io sono il suo bocia - ma in realtà siamo più che altro buoni amici: possiamo considerarci quasi soci, più che padrone e lavorante.
GIUSEPPE DECIDE DI SPOSARSI
La nostra storia inizia il giorno in cui Giuseppe decise di sposarsi: era un po' che ne parlava, da qualche mese non aveva più tanta voglia di uscire con me e con gli altri amici per osterie. Insomma avevo capito che qui “gatta ci covava”.
Poi, un bel giorno mi disse: “Caro Ezechiele, ti devo dare una grande notizia: mi sono fidanzato”.
“Davvero? – dissi io, facendo finta di non aver immaginato niente – e chi è la fortunata che dovrà spazzare via i trucioli della tua bottega?”
“Mah, forse la conosci: si chiama Maria. È una ragazza del quartiere orientale; sai, su su in cima al villaggio”.
“Ah sì, ne ho sentito parlare. Ma è un po' giovane... tu hai già 23 anni, lei, se non sbaglio, ne avrà al massimo sedici!”
“Quindici e mezzo, per l'esattezza” – rispose Giuseppe, colto sul vivo.
Da questo capii che Giuseppe faceva le cose sul serio: nel nostro villaggio non si sanno certe cose sulle ragazze se non te le vengono a dire loro o addirittura i loro genitori. Per qualche tempo non ne parlammo più: Giuseppe era chiaramente innamorato e usciva con lei quasi tutti i pomeriggi, appena chiusa la bottega. Anzi, a volte, mi piantava in asso, per salire al quartiere orientale: inventava tutte le scuse più strane per andarsene.
Prima il padre gli ha chiesto di andare dal fabbro per lui: “Ma come! siamo sempre andati dal vecchio Elia, qui all'angolo, e adesso vai fin da Menahem, dall'altra parte di Nazaret!” - lo prendevo in giro. Un'altra volta era sua sorella Sara che voleva un nastro per i capelli che si trovava solo in una certa bottega... che naturalmente era nel quartiere orientale! Io me la ridevo e gli dicevo sempre: “Giuseppe, amico mio, chi non ha testa ha gambe; tu la testa l'avevi, ma adesso l'hai proprio persa!”.
RUTH E SUA FIGLIA HULDA
L'unica nella via dei Fichi Secchi che non era contenta del fatto che Giuseppe stesse per sposarsi era la signora Ruth. È la donna più antipatica del rione: non le va mai bene niente, protesta per qualsiasi stupidaggine, è più pettegola di uno scoiattolo... E poi ha una figlia, Hulda, bruttissima, con tutti i difetti della madre – e Hulda è innamorata di Giuseppe da anni. Fate due più due: se Giuseppe è innamorato di Maria, cosa rimane alla povera signora Ruth e alla sua figliola?
Comunque sia, signora Ruth o non signora Ruth, Giuseppe stava per sposare questa famosa Maria. Tutto era quasi a posto: i due piccioncini erano già stati a parlare col rabbino, tutti i parenti pensavano a cosa avrebbero regalato agli sposi novelli ed io mi pregustavo già il pranzo alla festa. Giuseppe ed io avevamo scommesso da anni che il primo che si sposava chiedeva all'altro di fargli da testimone; Giuseppe aveva già parlato a un suo cugino che ha una trattoria a Cana...
Quando avvenne una cosa terribile.
Lo so che non si dovrebbe dire in giro, lo so che è una faccenda privata, ma ve la racconto lo stesso, tanto siamo tutti grandi e poi sono passati quasi trent'anni da allora: in poche parole Maria, dopo essersi consigliata con sua cugina Elisabetta, confessò a Giuseppe che aspettava un bambino. E – pensate allo scandalo! – aspettava un bambino non solo prima che i due si sposassero, ma addirittura da un altro.
Vi assicuro che la cosa fu sconvolgente quando si seppe in giro, io naturalmente lo venni a sapere prima degli altri perché Giuseppe me l'aveva raccontato quasi subito. Chi fino a ieri era felice del matrimonio faceva finta di essere sempre stato contrario o non si faceva vedere in giro per niente; la signora Ruth non stava più nella pelle dalla felicità e si portava in giro la povera Hulda come se fosse un cagnolino. Figuratevi, la signora Ruth aveva il coraggio di dire a destra e a manca che lei lo sapeva, lei, e che nel quartiere orientale ne succedono di tutti i colori e che non per niente c'è un proverbio che dice “mogli e buoi di quartieri tuoi”.
La situazione era veramente insostenibile: Giuseppe non lavorava più, non mangiava più, non parlava più. Si vedeva che la faccenda con Maria lo faceva soffrire tantissimo. Io, suo padre, sua madre, le sorelle, tutti cercavamo di tirarlo un po' su, di farlo ridere, di distrarlo, ma i nostri sforzi erano inutili: Giuseppe non aveva che in mente Maria e lei l'aveva tradito. Gli avevamo detto di salire ai quartieri orientali per parlarle, per farsi spiegare, ma non era servito a niente. O meglio, era successa una cosa abbastanza strana: un pomeriggio, il giorno dopo il sabato, Giuseppe aveva preso il coraggio a due mani ed eravamo saliti fin là.
La casa di Maria era bellina, come tutte le nostre case: bassa, bianca, col terrazzo dove la mamma di Maria stendeva la biancheria ad asciugare. Giuseppe era entrato in casa, mentre io m'ero fermato a giocare a biglie con i fratellini e le sorelline di Maria.
“GLI ANGELI METTONO INCINTE LE RAGAZZE?”
Quando Giuseppe uscì la sua faccia era un misto di speranza e di delusione. Mentre tornavamo a casa, Giuseppe mi raccontò: “Maria mi ha detto una cosa incredibile. Mi ha detto che un giorno, quando era in camera sua, dopo pranzo, quando il sole è alto e non si riesce a stare fuori di casa, ha avuto una visione. Ha visto un angelo che le ha detto: «Non temere, da te nascerà il Messia». Dopo pochi giorni si è accorta di aspettare un bambino. Ezechiele - mi disse Giuseppe, e aveva le lacrime agli occhi - non mi pareva che mentisse, ma chi ci crede? Chi ha mai visto gli angeli e chi può credere che gli angeli mettono incinte le ragazze?”
Era veramente disperato. E io lo capivo benissimo: per quel poco che conoscevo Maria non mi sembrava proprio una che andasse con il primo che capitava, magari con un soldato romano, ma la verità era che la pancia c'era, non era né un sogno, né un'apparizione, purtroppo per Giuseppe. I giorni passavano e ogni giorno che passava Giuseppe si intristiva sempre di più. A quel punto ero quasi sicuro di aver perso per sempre il buon vecchio Giuseppe, l'amico di gioventù, sempre pronto alla battuta e alla risata scrosciante.
Un giorno Giuseppe si decise ad andare dal rabbino per dirgli che non se ne faceva più nulla del suo matrimonio. Quando me lo raccontò era quasi sera, stavamo finendo di costruire un tavolo. Giuseppe mi disse: “Ezechiele, sabato mi devi fare un favore: dovresti accompagnarmi alla sinagoga per parlare al rabbino. Ti prego, amico mio, da solo non ce la faccio proprio ad andare”.
Sabato mattina partimmo. Devo confessare che non ci vado molto spesso alla sinagoga. Giuseppe è un po' più bravo di me, perché ogni tanto trova il tempo di andarci, ma io, al sabato, preferisco decisamente dormire che andare a sentire la Bibbia. Sì è bella, è interessante, ma chi ci crede più a tutte quelle promesse: il Messia, i profeti, qui ci sono romani che ogni giorno fanno pagare più tasse, altro che “figlio di David”!
“MARIA NON MI HA TRADITO!”
Prima di parlare col rabbino ci fermammo al culto. Il rabbino lesse un passo, mi pare del profeta Isaia, che diceva: «Il Signore vi darà lui stesso un segno. Avverrà che la giovane incinta darà alla luce un figlio che chiamerà Emmanuele, Dio con noi».
Il rabbino spiegò che al tempo di Isaia in Israele c'era un re che era molto cattivo perché non si fidava di Dio (e sì che allora Dio ne faceva di miracoli!) e Dio promise di mandare il suo Emmanuele per far vedere a tutti che non aveva abbandonato il suo popolo. A quel punto successe una cosa incredibile. Giuseppe si alzò, era bianco come uno straccio e, con una voce da indemoniato gridò: “Una visione! Un angelo! Allora è così: la promessa di Dio si è avverata! Maria non mi ha tradito, Maria aveva ragione. Le sue parole, l'angelo, la promessa...”. Non finì la frase perché svenne e se non lo prendevo al volo andava a sbattere la testa contro la panca.
Immaginate un po' la confusione nella sinagoga: il rabbino si era zittito, gli uomini si prodigavano, le donne, sul matroneo, facevano vento alla signora Ruth che era svenuta anche lei, non per la visione, ma per la rabbia, lei che vedeva già la piccola Hulda moglie di uno dei falegnami più conosciuti di Nazaret. Ora non so dirvi cosa successe dopo, perché io, Levi, il garzone dei venditore di vini, e Kefa, il figlio del rabbino, portammo Giuseppe fuori dalla sinagoga per fargli prendere un po' d'aria e per fargli bere dell'acqua fresca; però, in poche parole, posso solo dire che tutto è finito bene: Giuseppe ha sposato Maria - lo so bene, perché ho fatto io il testimone - e a Cana abbiamo fatto un pranzo che potremmo quasi definire “miracoloso”.
Giuseppe e Maria hanno un bambino che hanno chiamato Gesù, e hanno raccontato a tutti che l'hanno chiamato così perché la “visione” che Maria ha avuto voleva che questo fosse il nome. Tutti dicono che lui sarà il Messia che il Signore ci ha promesso da secoli. Mah, quando l'ho visto pareva un bambino come tutti. Certo una cosa debbo dire: devo ammettere che ha già fatto un piccolo miracolo: ha convinto Giuseppe ad essere felice e a non fare di Gesù un orfanello e di Maria una vedova anzitempo – ce ne sono già tanti al mondo! Se poi sarà capace di fare altri miracoli, beh, lo vedremo tra un po'!
GREGORIO PLESCAN, Pastore valdese di Venezia.







