IL CONCILIO IN MOZAMBICO / TRA GUERRA E PACE
Il giorno 11 ottobre 1962, apertura del Concilio, la radio coloniale inizia le sue trasmissioni con le medesime parole di ogni giorno: “Aqui Portugal, Moçambique (Qui Portogallo, Mozambico)”. Il Mozambico era, infatti, Provincia d’Oltremare del Portogallo e parte del territorio nazionale portoghese. In giugno dello stesso anno nasce il Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo). Il 25 settembre 1964, pochi giorni prima dell’inizio della penultima sessione del Concilio, in Mozambico comincia la lotta armata di liberazione contro uno degli ultimi regimi coloniali del continente africano. L’indipendenza arriverà nel 1975, dopo undici anni di guerra.
Sicché la storia della recezione del Concilio in Mozambico si intreccia con la storia insanguinata di un popolo in cerca della sua indipendenza.
O meglio è la stessa storia fatta “di tristezze e di sofferenze, di allegrie e di speranze”, come recita Gaudium et spes 1. Abbiamo individuato tre fasi in questa storia.
UNA CHIESA COMPROMESSA
Nel 1940 la Santa Sede firma con il regime fascista di Salazar il Concordato e l’Accordo missionario. Viene così abolita la Prelatura e vengono create le prime tre diocesi, su un territorio pari a quasi tre volte l’Italia. Come recita l’articolo 80 dell’Accordo, l’attività missionaria risponde ad “un servizio speciale di utilità nazionale e civilizzatrice”.
Qualche anno più tardi, scrive mons. Manuel Vieira Pinto, profetico arcivescovo di Nampula dal 1967 al 2000: “La Chiesa ha collaborato attivamente, soprattutto accettando di diffondere la cultura nazionale portoghese. Ha collaborato passivamente quando si è lasciata strumentalizzare dal regime coloniale, accentando l’oppressione del regime e tacendo, per timore e prudenza, sui crimini e sulle violenze coloniali [...]. La Chiesa ha goduto di privilegi. Ma una Chiesa di privilegi è una Chiesa in pericolo. In pericolo di tradimento della purezza del Vangelo” (1975).
La Chiesa dell’Oltremare portoghese in Mozambico conosce in quegli anni una lacerazione profonda tra una ampia maggioranza filogovernativa e una minoranza fortemente critica verso il regime coloniale che incontra la sua figura di riferimento in mons. Sebastião Soares de Resende, arcivescovo di Beira dal 1943 al 1967, strenuo assertore dell’autodeterminazione e dell’indipendenza del popolo mozambicano. Mons. Sebastião non ha paura di denunciare la “schiavitù ancora imperante” nella sua vasta diocesi, alludendo in particolare allo sfruttamento nelle piantagioni di zucchero e di cotone.
DUE PASTORI IMPEGNATI NEL CAMBIAMENTO
Mons. Sebastião è uno degli otto vescovi portoghesi in Mozambico a partecipare al Concilio ed è quello che più interviene tra i membri delle due Conferenze episcopali portoghesi (metropolitana e d’Oltremare). Di grande impatto internazionale, i suoi interventi chiedono la condanna delle dittature e del colonialismo. Scrive nel suo diario il 28 settembre 1965: “Ho trattato della dignità della persona umana, dell’amore per i nemici, dell’uguaglianza tra gli uomini. Nella prima parte ho attaccato e ho chiesto che siano condannati i regimi di polizia […]. I portoghesi hanno compreso”.
Mons. Manuel Vieira Pinto raccoglie la sua eredità spirituale e, assieme ad un folto gruppo di giovani missionari e al primi preti locali, collabora all’apertura della Chiesa mozambicana allo spirito del Vaticano II. Si ha così una prima recezione embrionale del Concilio. Inizia un processo di mutamento di paradigma nell’evangelizzazione: il popolo mozambicano da oggetto diventa soggetto dell’evangelizzazione.
Per la prima volta, dopo quattro secoli, si abbandona una forma di Chiesa totalmente dipendente da quella europea, a livello teologico, liturgico ed economico.
I TEMI DELLA PRIMA FASE DELLA RECEZIONE
Sono anni di fermento, in cui vengono alla ribalta i temi della formazione, del catecumenato, dell’urgenza dell’inculturazione della fede. Nel 1968 si comincia a lavorare alla creazione di un testo di catechesi in portoghese, unico per tutte le diocesi, che poi verrà tradotto nelle lingue autoctone. Si dà ulteriore impulso all’opera di pubblicazione – già iniziata prima del Concilio – di testi di preghiera e di traduzione della Bibbia nelle differenti lingue locali.
Tra il 1968 e il 1969 vengono creati i primi tre Centri di formazione catechetica – Nazaré (diocesi di Beira, al centro del paese), Anchilo (diocesi di Nampula, al nord), Guiúa (diocesi di Inhambane, al sud) – che offrono un contributo decisivo alla formazione di laici, catechisti, animatori, suore e preti, dando un volto nuovo alla Chiesa. In questa prima fase di recezione è in corso la guerra di liberazione contro il regime coloniale. Lo spirito conciliare dà ulteriore impulso alla minoranza che dentro la Chiesa sostiene l’indipendenza.
Nel 1971 i missionari d’Africa prendono la decisione, senza precedenti, di lasciare il paese per non essere “complici dell’appoggio ufficiale che i vescovi, attraverso il loro silenzio di fronte all’ingiustizia e brutalità, stanno dando ad un regime che utilizza astutamente la Chiesa per perpetuare una situazione anacronistica in Africa”. All’inizio di aprile 1974 mons. Vieira Pinto e undici missionari comboniani vengono espulsi per avere pubblicato un documento, Un imperativo di coscienza, che in maniera altrettanto inequivocabile chiede l’indipendenza.
IL 1975, ANNO SPARTIACQUE
La proclamazione dell’indipendenza, il 25 giugno 1975, costituisce uno spartiacque storico e politico. Comincia il processo di nazionalizzazione. Il Frelimo diventa partito unico e opta per il marxismo-leninismo. Il Mozambico diventa campo di battaglia di giochi di potere decisi altrove. Nel 1976 nasce la Resistenza nazionale mozambicana (Renamo) e appaiono le prime avvisaglie di una guerra civile che durerà sedici anni, con più di un milione di morti.
Il 1975 è discriminante anche a livello ecclesiale. La fine di un’epoca di privilegi e l’inizio di un tempo di persecuzioni permettono alla Chiesa di non morire, anzi di rinascere. La spogliazione e il silenzio forzato diventano opportunità di purificazione e di conversione per una fedeltà più piena al Vangelo.
È in questo tempo di crisi che la Chiesa del Concilio segna il cammino della Chiesa in Mozambico. Il documento conclusivo della Prima assemblea nazionale di pastorale (Beira, settembre 1977) è la sintesi ideale del cammino appena inaugurato: “Usciti da una Chiesa trionfalista, troppo legata ai poteri costituiti, siamo in cammino verso una Chiesa umile e povera, separata dallo Stato e liberata da false sicurezze, [...] verso una Chiesa di base e di comunione [...], nel cuore del popolo, inserita nelle realtà umane e fermento della società. Questo ci porta a dare nuovo impulso al lavoro di formazione e animazione delle piccole comunità, favorendo l’iniziativa e la responsabilità di tutto il Popolo di Dio nell’edificazione delle Chiesa locale”.
UNA CHIESA MINISTERIALE E MEDIATRICE DI PACE
Le Piccole comunità cristiane ministeriali rappresentano il tentativo più riuscito di dare forma alla Chiesa come Popolo di Dio del Vaticano II. Dall’evangelizzazione tradizionale – di carattere piuttosto unidirezionale e con il baricentro spostato sulle figure del missionario e del catechista-maestro – si punta verso una Chiesa tutta ministeriale, che esiste grazie appunto ai suoi ministeri, come il corpo esiste grazie a tutte le sue membra.
Nella comunità, ogni battezzato vivendo il suo ministero – animatore, celebrante della Parola, animatore della liturgia, catechista, agente della carità, giustizia e pace ecc. – diventa soggetto evangelizzatore per l’altro, nella reciprocità. La Chiesa mozambicana vede maturare uno dei frutti più belli della recezione del Concilio nel suo ruolo decisivo come mediatrice nel dialogo per la pace, che ha portato all’Accordo firmato a Roma il 4 ottobre 1992, mettendo fine a sedici anni di guerra civile.
Fanno eco le parole di Gaudium et spes 77: “Il messaggio evangelico, in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del genere umano, risplende in questi nostri tempi di rinnovato fulgore quando proclama beati i promotori della pace, ‘perché saranno chiamati figli di Dio’ (Mt 5,9)”.







