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Nell’estate scorsa abbiamo incrociato P. Luigi Paggi, di ritorno dal Bangladesh, insieme a tre ragazze Munda che hanno detto no ai matrimoni forzati. È stata anche l’occasione per celebrare il 50° della sua ordinazione presbiterale e l’ormai prossimo 50° di attività in quel paese diventato la sua seconda patria. Il testo che proponiamo è l’omelia pronunciata domenica 1 ottobre 2023, Festa  di Santa Teresa di Gesù Bambino, durante l’eucaristia del 50° di ordinazione, nella quale p. Luigi ha tracciato un bilancio dei suoi 50 anni di missione, ringraziando anche per il sostegno materiale e spirituale di tanti gruppi missionari – da quello di Sorico a quelli della Valtellina e Valchiavenna –, oltre che della Bottega della Solidarietà di Sondrio e del Gruppo di parenti brianzoli, senza i quali – ha detto P. Luigi – “non sarei andato molto lontano”. “Quella di questi 50 anni è stata – ha continuato – una specie di joint venture, un’avventura comunitaria”. Di seguito il testo quasi integrale dell’omelia, che ci svela uno dei volti più eloquenti della missione dei saveriani in Bangladesh.

Il 30 settembre 1973 nella Casa Madre dei Saveriani di Parma venivano ordinati presbiteri 25 baldi giovani. Tutti dai 25 ai trent’anni di età. Pieni di forza fisica e di entusiasmo. Sulla cartolina invito – che raccoglieva i ritratti dei 25 ordinandi – c’era scritto: “Cristo è la vera luce e voi siete la luce del mondo”.

DESTINAZIONE BANGLADESH

Nove mesi dopo quei 25 neo presbiteri sarebbero stati catapultati in varie parti del mondo: chi in Africa, chi in America latina e chi in Asia. Il sottoscritto e due colleghi fummo destinati al Bangladesh dove c’era grande penuria di personale. Fummo persino esentati dagli esami finali e, dopo un corso accelerato di lingua inglese a Londra, approdammo nel paese dei fiumi e delle moschee dove per un anno intero ci aspettava l’apprendimento della lingua bengalese, che imparammo senza alcuna difficoltà essendo un idioma imparentato con il greco e il latino.

Per acclimatarci in un ambiente decisamente all’opposto del nostro, occidentale, abbiamo trascorso i primi due anni in una piccola comunità cristiana dove si poteva svolgere un po’ di lavoro pastorale, ma poi cominciammo a guardarci attorno per cercare un campo di lavoro che fosse consono alle tre caratteristiche del carisma dei Saveriani, che sono l’ad extra, l’ad gentes e l’ad vitam. L’ad extra indica l’uscita dalla propria cultura e dai propri confini geografici; l’ad gentes la destinazione ai non cristiani; l’ad vitam la consacrazione alla causa missionaria finché si riesce a camminare con le proprie gambe. 

Il primo collega – p. Carlo Rubini – si accorse che in Bangladesh mancava il monachesimo maschile e così importò dall’Occidente il monachesimo benedettino secondo la regola dell’ora et labora. Il secondo – p. Giovanni Abbiati – creò una vera rivoluzione sociale, culturale ed economica, tra un enorme gruppo di donne di ogni estrazione sociale e religiosa, mentre il sottoscritto si buttò a capofitto a combattere l’analfabetismo che regnava sovrano tra i paria presenti nei 68mila villaggi del Bangladesh. Tra questi due gruppi, le donne e i paria, nessuno aveva mai sentito parlare di Gesù Cristo. Inoltre, l’interesse per conoscere questo personaggio era piuttosto scarso: cosi il nostro presbiterato andò paradossalmente in letargo: ci ritrovammo senza comunità cristiana, senza chiese, senza celebrazioni liturgiche e senza sacramenti.

NESSUNA CRISI DI IDENTITÀ

Ma non abbiamo avuto alcuna crisi di identità carismatica, fondandoci sulle parole della prima lettera di Paolo ai Corinzi: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17). 

A proposito della croce di Cristo, ci accorgemmo presto che il binomio croce e missione è inseparabile e scoprimmo la necessità di conformarci a quanto, sempre Paolo, scrisse nella lettera ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Gesù Cristo il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 1,3-8).

Non fu facile capire in cosa consistesse questo spogliamento e, soprattutto, scendere al livello della gente con cui vivevamo: dovevamo abbandonare la nostra superiorità, conferitaci dalla pelle bianca, dall’istruzione, da una miglior condizione di vita e da tante altre cose che ci distanziavano da loro. Se siamo stati in grado di realizzare questa “discesa”, non solo improbabile ma quasi impossibile, dovremmo chiederlo, oltre che a noi stessi, soprattutto alla gente con cui abbiamo condiviso tutti questi anni.

Gli ambienti non cristiani non sono sempre così ospitali e accoglienti. A volte sono ostili. Infatti, molti missionari hanno subito oltraggi e persecuzioni. Ma pur tra tante ostilità, non sono mancate le occasioni per parlare di Cristo e del suo Vangelo. E qui ci fu di grande conforto la prima lettera di Pietro apostolo: “E chi vi potrà fare del male se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste subire persecuzioni, soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate ma adorate il Signore Gesù nei vostri cuori pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto!” (1Pt 3,13-15).

TRA I PARIA E I MUNDA

Ho trascorso più di 20 anni tra i paria, ancora oggi considerati impuri e quindi intoccabili insegnando ai loro figli a leggere e scrivere e a colmare le lacune della scuola governativa, oltre a renderli coscienti dei loro diritti come cittadini del Bangladesh. Poi ho scoperto nella Bibbia una preghiera semplice, ma piena di significato: la preghiera di Jabez che senz’altro gli studiosi della Bibbia conoscono. La preghiera recita: «Jabez invocò il Dio di Israele dicendo: “Se tu mi benedicessi e allargassi i miei confini e la tua mano fosse con me e mi tenessi lontano dal male sì che io non soffra!”. Dio gli concesse quanto aveva chiesto» (1Cr 4,10). Questa semplice preghiera mi ha aiutato ad entrare in una nuova realtà: una piccola tribù dislocata lungo la Foresta del Sunderban, che in italiano chiamiamo la “Foresta del Bengala”, il regno della famosa tigre reale del Bengala. Una piccola tribù, abbandonata da più di due secoli, sia dal governo statale, sia dalla società civile bengalese. Ho avuto l’onore di riscoprire questa piccola tribù, ma anche l’onere di migliorarne le condizioni di vita.

I CONFINI SI ALLARGANO

I confini si allargarono veramente, sia geograficamente sia culturalmente. E così dal 2003 fino ad oggi la mia attività missionaria si è svolta all’interno di questa piccola tribù da cui ho cercato di estirpare la malefica tradizione dei matrimoni forzati delle bambine in tenera età, oltre ad implementare piccoli progetti per migliorarne il tenore di vita.

Cercando di estirpare quella malefica tradizione, che ogni anno portava alla tomba molte di queste bambine assieme al loro primogenito, i pericoli si susseguirono, ma la preghiera di Jabez ha funzionato alla grande: ho percepito la mano di Dio presente! Le tre ragazze che mi hanno accompagnato in questo viaggio in Italia sono le ultime di quella tribù che si sono ribellate al matrimonio forzato e hanno disubbidito ai genitori che avevano già programmato per loro un matrimonio prematuro alla tenera età di 12-13 anni.

A me sarebbe tanto piaciuto sposarmi e mettere al mondo almeno una mezza dozzina di figlie. Il Padrone della vita ha esaudito abbondantemente questo mio desiderio. Per molti anni e ancora adesso la “missioncina” a pochi chilometri dalla foresta ha offerto un tetto, un letto, tre pasti al giorno e la possibilità di andare a scuola a decine e decine di queste bambine. La maggioranza di esse sono oggi spose e madri. Se non si fossero ribellate ai genitori e se non fossero fuggite da casa molte di esse sarebbero già sotto terra! Il premio per non aver osservato il quarto comandamento, per varie ragazze di questa tribù e adesso per queste tre, è stato un viaggio in Italia per conoscere un altro mondo, un’altra cultura e un’altra società, da cui si spera che possano imparare qualcosa, sia per se stesse, sia per la loro gente.

IL PRINCIPIO ISPIRATORE

Il principio ispiratore per questa attività è stata la bella frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). All’età di ormai 75 anni suonati penso che, come scrive Paolo nella seconda lettera a Timoteo, stia ormai arrivando l’ora di ammainare le vele e… tirare i remi in barca. Chi potrà continuare la missione tra i tribali munda della Foresta del Sunderban? La cosa non mi preoccupa più di tanto. D’accordo con la grande enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, il protagonista della missione è lo Spirito Santo. Se le cose stanno così, ci penserà lui a provvedere al futuro.  E assieme allo Spirito Santo, tra i Missionari Saveriani – ma anche in altri istituti missionari – sta emergendo un’altra grande forza, quella dei laici missionari, persone anche sposate desiderose di mettere un periodo della loro vita a servizio della missione e del Vangelo. Alcuni di questi laici e laiche, che hanno già fatto significative esperienze missionarie in Brasile, in Africa e in Bangladesh, sono qui con noi a celebrare l’eucaristia dei miei 50 anni di ordinazione.

LA MIA GRATITUDINE

E per finire, dato che questa eucaristia è anche una “messa di ringraziamento”, vorrei esprimere la mia gratitudine a:
- Gesù Cristo, l’unico Salvatore del mondo, per avermi ritenuto degno di collaborare al suo progetto di salvezza;
- ai miei genitori, per avermi allenato all’austerità e alla sobrietà, senza le quali 50 anni di vita in Bangladesh non sarebbero stati possibili;
- all’Istituto di San Francesco Saverio per le Missioni Estere di Parma, che mi ha annoverato tra i suoi membri;
- alla mia gente in Bangladesh, prima i paria e poi i munda, che non hanno mai posto ostacoli alla mia presenza;
- infine, a tutti coloro che nelle retrovie in tutti questi anni hanno continuato a sostenere in tutti i modi la mia attività missionaria, in particolare il Gruppo missionario di Sorico, quello di Ponchiera, quelli di Cosio Valtellino e Morbegno e i miei parenti della Brianza.

Assieme a questi gruppi, un ricordo e un grazie speciale a tutti coloro che hanno già lasciato questo mondo e sono nella pace e nella gioia della vita eterna!

Un grazie particolare poi a santa Teresa di Gesù Bambino, patrona universale delle Missioni, di cui oggi si celebra la festa, e assieme a lei un grazie alla Madonna di Gallivaggio, patrona del Valchiavenna, e a San Miro, patrono della pioggia, per avermi sempre tenuto lontano da calamità naturali come cicloni e alluvioni, malattie tropicali e nemici vari spesso più pericolosi dei serpenti velenosi. Oltre a ringraziare chi, sia in trincea sia nelle retrovie, ha collaborato a questa grande avventura dovrò poi chiedere scusa sia al Primo Grande Missionario (Gesù Cristo), sia al grande Protagonista della Missione (lo Spirito Santo) per tutte le malefatte che devo aver combinato in questi 50 anni. Se il Padrone dell’azienda per cui ho cercato di lavorare in questi 10 lustri mi darà l’occasione di timbrare il cartellino ancora per qualche anno, prometto di fare il bravo, come mi diceva sempre il grande amico e dottore Marco Pedeferri.



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