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I FERITI DELLA PANDEMIA / NON È TEMPO PER TIRARE I REMI IN BARCA

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Mentre in tutto il mondo cresce il conto dei morti – in Italia assai ridotto, a dire il vero – si comincia a far strada la consapevolezza che, come accade in tutte le guerre, sul campo siano rimasti anche molti feriti; anzi, le conseguenze delle misure utilizzate per combattere o arginare il contagio potrebbero avere sulla vita delle persone, delle famiglie e delle comunità, un’incidenza forse maggiore dell’epidemia in sé. 

Non parlo solo delle ricadute sull’economia, la cui portata non ci è ancora del tutto chiara; ci sono infatti importanti fenomeni anche per ciò che attiene alla vita psichica e di relazione. E mentre nel primo caso ad essere chiamato in causa è una parte dell’apparato ecclesiale (Caritas, Misericordie, volontariato, opere sociali...), nella seconda fattispecie ciò che accade va a toccare in modo trasversale l’essere e l’agire della comunità cristiana. 

In generale, accanto agli eccessi della movida, si respira un clima di fatica e diffidenza nelle relazioni interpersonali, che arriva sin nel cuore della liturgia domenicale: indubbiamente sicura e ben organizzata, ma che viene vissuta con fatica e disagio, mentre un numero importante di persone non è ancora tornato (tornerà mai?) alla pratica consueta. La paura si è fatta strada nel cuore e nella mente delle persone, fedeli inclusi, e non sarà facile superarla. Le stesse misure precauzionali adottate, che sarà necessario immaginare anche per le attività ecclesiali che dovranno riprendere in autunno, trasmettono un potente messaggio negativo: il contatto con l’altro è pericoloso. Ad una società già affetta da individualismo e indifferenza, l’esperienza del lockdown e le prassi di salvaguardia hanno inferto e infliggono una ferita profonda, la cui guarigione sarà faticosa e le cui cicatrici ci accompagneranno a lungo. Anche perché la diffidenza e l’isolamento sono pessime premesse per fondare una ripartenza e fare quelle scelte di cambiamento che tutti invocano, ma che necessitano di fiducia e senso della comunità.

Una parola a parte va spesa sul mondo degli adolescenti e dei giovani, apparentemente il meno toccato, sia in termini sanitari che sociali, visto che non sono a rischio le attività scolastiche e formative. La vitalità dirompente e un po’ disordinata cui stiamo assistendo, e che ha moltiplicato gli appelli alla responsabilità, sembrerebbe affermare che la pandemia è ormai alle spalle. 

Alcuni osservatori stanno invece cogliendo segnali preoccupanti, legati soprattutto all’aumento di “patologie” psichiche e relazionali, e in genere nell’atteggiamento rispetto alla vita e al futuro. Non si tratta tanto di malattie conclamate, ma del crescere percettibile delI’isolamento e della chiusura, della dipendenza da internet e da videogiochi, del peggioramento delle relazioni familiari e sociali, del senso si sfiducia verso l’avvenire, con il conseguente disimpegno e rifugio nel tunnel delle “vite parallele”... 

Una generazione, insomma, ferita e a rischio, i cui mali non vanno assolutamente sottovalutati. Il tutto accompagnato da una crescente latitanza degli adulti, le cui preoccupazioni aggravano quel senso di “orfanità” di cui tanti soffrono, come giustamente fa notare papa Francesco nell’esortazione apostolica postsinodale Christus vivit (25 marzo 2019). 

L’emergenza educativa dichiarata da Benedetto XVI assume oggi particolare rilevanza, poiché è evidente che le risposte da dare si situano soprattutto su questo piano. Il mondo adulto è sollecitato a un maturo servizio verso le nuove generazioni, fatto di alleanze educative, di coraggioso impegno a mantenere e incrementare l’offerta di esperienze significative, di testimonianza personale e comunitaria, di offerta di valori e ragioni affidabili di speranza, di accompagnamento “vocazionale”, teso a rendere ogni giovane protagonista del mondo in cui vive.

La Chiesa, in tutto questo, può svolgere un ruolo molto importante, se riusciamo a superare le nostre paure e rassegnazioni: essere un efficace “ospedale da campo” per i giovani feriti della pandemia richiede anche a noi un di più di coraggio, di fiducia e di impegno. Non è tempo per tirare i remi in barca!



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