FILIPPINE / I 500 ANNI DELL’EVANGELIZZAZIONE
Il 14 marzo, papa Francesco è entrato nella basilica di San Pietro accompagnato da un gruppo di donne filippine in costume che interpretavano una danza tradizionale portando una statua del Santo Niño. Un culto, quello del Bambino Gesù, che ha il suo centro a Cebu, oggi la quinta città filippina come popolazione, luogo turistico, commerciale e logistico essenziale, nei cui pressi, sull’isola di Mactan, 500 anni fa sbarcò Ferdinando Magellano. Un evento della storia asiatica e del colonialismo europeo che doveva fondare una Chiesa che ha dato un’identità nazionale a un arcipelago di oltre 7.000 isole e farne il caposaldo del cattolicesimo in Asia.
LUIS ANTONIO TAGLE
A concelebrare la messa che ha dato l’avvio alle celebrazioni del cinquecentenario – necessariamente sottotono per la pandemia che sta mettendo alla prova caparbietà, adattabilità e fede dei filippini – anche il card. Luis Antonio Tagle, già arcivescovo di Manila e presidente al secondo mandato diCaritas internationalis, da dicembre 2019 prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Meno di due settimane dopo il papa ha annunciato la nomina del 69nne card. José Fuerte Advincula, già vescovo della diocesi di Capiz, a arcivescovo di Manila. Sicuramente un ruolo non facile per il neo-arcivescovo, in una situazione come quella attuale che associa ai contrasti già accesi tra la Chiesa filippina e la presidenza di Rodrigo Duterte le enormi difficoltà che vanno emergendo dalla crisi pandemica. Una sfida da raccogliere che è anche di incisività, aggiornamento e rilancio dell’identità cattolica, a cui il ricordo del mezzo millennio di evangelizzazione potrà sicuramente fornire spunti e slancio.
PANDEMIA DIFFUSA E POCHI VACCINI
Davanti all’assedio del Covid-19, anche di varianti di origine diversa, l’arcipelago sta affrontando una crisi che lo sta riportando a livelli di sviluppo pari, se non inferiori, a quelli di un ventennio fa, annullando una discreta crescita che non aveva però eliminato le profonde ineguaglianze. Con 15mila decessi e 900mila casi registrati ufficialmente a metà aprile, è il paese più colpito nel Sud-Est asiatico dopo la più popolosa Indonesia. Dati negativi, ma di impatto relativo su una popolazione prossima ai 110 milioni, se non provenissero da un paese messo in ginocchio da rigidi lockdown, ma anche dalle limitate risorse disponibili sul piano sanitario e che ora si trova a condividere incertezze sulla disponibilità di vaccini e sul loro utilizzo. L’immunizzazione di massa, avviata ufficialmente il 1° marzo, di fatto stenta a decollare e l’obiettivo di vaccinare il 70 per cento della popolazione entro l’anno risulta al momento utopistico. Servirebbero, secondo le stime della centrale di coordinamento per l’emergenza epidemica, 148 milioni di dosi da più produttori di diversi paesi. Ad allontanare l’obiettivo più immediato di disporre di 13 milioni di dosi tra aprile e maggio è anche il blocco imposto in aprile dall’India all’esportazione di molti milioni di dosi di vaccino AstraZeneca, in parte destinati alla commercializzazione, in parte da consegnare al coordinamento globale Covax a favore dei paesi più poveri.
UNA CRISI ECONOMICA DEVASTANTE
I dubbi sull’efficacia e la pericolosità di diversi vaccini, la loro scarsità e l’impennata dei contagi che a metà aprile ha portato al maggior numero di casi giornalieri da marzo 2020, sembrano rendere velleitario anche il recupero economico dopo il crollo dello scorso anno, aperto da un segno negativo del 16,5 per cento del Pil nel primo trimestre e chiuso con un risultato meno traumatico, ma sempre pesante, del meno 9,5 per cento sui 12 mesi: record negativo di sempre. Il 2020 “sarà ricordato come il più difficile delle nostre vite”, ha ammesso il governo attraverso il responsabile della squadra economica del presidente Duterte, Karl Kendrick Chua. “Il governo ha preso la difficile decisione di imporre severe quarantene privilegiando la salvezza di vite umane e la protezione delle comunità dal virus, concentrando gli sforzi sul miglioramento delle strutture sanitarie”, ha sottolineato lo stesso segretario per la Pianificazione economica, che ha però aggiunto: “Questo è avvenuto a un costo elevato per l’economia e per la popolazione”. Una presa d’atto di difficoltà impossibili da nascondere e che né proclami, né repressione del malcontento e nemmeno le “abituali” e spesso manipolate (dalle autorità di sicurezza e militari) “minacce” dell’islamismo radicale, indipendentista e terrorista, nel Sud del paese e quella guerrigliera marxista altrove, come pure complottismo e censure riescono a nascondere. La crisi ha evidenziato come serva un cambio di passo, sia per migliorare e razionalizzare servizi essenziali, sia per la costruzione di un welfare diffuso, sia infine per liberarlo dalla dipendenza da risorse – migranti, prodotti di piantagione o ittici, investimenti stranieri – troppo soggette a contingenze ed eventi imprevedibili.
Comunque sia, le Filippine sono oggi alle prese con una situazione che alimenta povertà, disoccupazione (si stima che la pandemia abbia “prodotto” cinque milioni di nuovi disoccupati) e mancanza di prospettive.
L’EMIGRAZIONE FILIPPINA
Motto dell’anno del cinquecentenario è Missio ad gentes, a segnalare che quella nata con lo sbarco di Ferdinando Magellano sulla costa di Cebu è l’epopea di una Chiesa che, straniera in origine, ha saputo definire la fisionomia di un’intera nazione asiatica e farne una comunità missionaria, con un ruolo importante affidato alla numerosa comunità dei migranti.
Un aspetto sottolineato anche dai vescovi filippini, che nel messaggio fatto pervenire nell’occasione al Santo Padre affermano: “Le porgiamo l’amore filiale dei filippini nelle 7.641 isole del nostro paese. Ci sono più di 10 milioni di filippini emigrati in quasi 100 paesi del mondo. Questa mattina si uniscono a noi”. I più vicini, sicuramente, a un evento che nell’arcipelago ha suscitato un forte orgoglio, sono i 168mila cittadini dell’arcipelago che risiedono e lavorano nel nostro paese, la comunità più numerosa dell’Europa occidentale. A loro e ai compatrioti sparsi per il mondo, il papa si è rivolto definendoli “contrabbandieri della fede”, anche per segnalare le difficoltà e a volte i rischi a cui si espongono per cercare di mantenere la propria identità religiosa e le caratteristiche culturali, morali ed etiche che ne derivano. Il messaggio ha anche espresso la riconoscenza del papa per il ruolo di diffusori della fede dei migranti e delle loro famiglie in Italia. “Voglio ringraziarvi – ha detto Francesco – per la gioia che portate in tutto il mondo e nelle nostre comunità cristiane. Penso alle tante, belle esperienze tra le famiglie qui a Roma, ma anche nel mondo dove la vostra presenza discreta e laboriosa si fa testimonianza di fede”.
LA BATTAGLIA PER IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI
Sicuramente uno scenario che, fatto salvo un recupero miracoloso nei primi mesi del prossimo anno, non gioca a favore di Duterte, che vede avvicinarsi la fine del primo mandato nel 2022 e anche sull’evoluzione della crisi pandemica rischia di giocarsi una rielezione, al momento data per scontata se scegliesse di ricandidarsi. La sua gestione della pandemia, in particolare, ha suscitato malumori per le scelte considerate antieconomiche e contrarie ai più elementari diritti della popolazione. Per molti filippini si tratta della conferma di una situazione repressiva che ha caratterizzato finora il mandato presidenziale iniziato nel giugno 2016. Le aggressioni a critici e oppositori dentro e fuori il Parlamento, le uccisioni sommarie e l’apparente insensibilità verso i nodi che mantengono il paese in una povertà diffusa, nonostante lo sviluppo sostenuto degli ultimi decenni, caratterizzano una presidenza più volte finita su una rotta di collisione con la gerarchia cattolica sui temi etici, morali, dei diritti e della democrazia.
Ultima “battaglia” che ha coinvolto laici e clero, quella per una legge che punisca la schedatura di individui e organizzazioni critici dell’amministrazione Duterte come “terroristi” o “comunisti”. Una pratica arbitraria, che ha colpito anche la suora benedettina Mary John Mananzan, fortemente ostile alla “guerra alla droga”, che ha fatto migliaia di vittime, e che per questo è stata additata da un importante funzionario governativo come sostenitrice di un’organizzazione terroristica comunista nel giugno 2020. “Dubito che questa legge sarà approvata, ma mi associo a chi la propone per contribuire alla fine delle accuse pretestuose e della cultura dell’impunità prevalente nelle Filippine”, ha dichiarato il 27 marzo a un’emittente radiofonica il vescovo di San Carlos, mons. Gerardo Alminaza, che ha chiesto su questo un maggior impegno della comunità cattolica.







