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GLI EFFETTI CULTURALI DELLA GLOBALIZZAZIONE

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L’imperialismo economico che caratterizza la tarda-modernità nella fase attuale, sta distruggendo il pianeta. È possibile osservarlo attraverso le vicende quotidiane, se non si è afflitti dalla miopia degli “stalinisti” ultraliberisti delle istituzioni di Bretton Woods: gli stessi che giocarono agli apprendisti stregoni… Questo economicismo ha ridotto la cultura a folklore e l’ha relegata nei musei. Liquidando le culture in nome di un mondo unico con un pensiero unico, la mondializzazione fa emergere le “tribù”, i ripiegamenti, gli etnicismi, ed impedisce la coesistenza e il dialogo.

Il crescere della violenza è il corollario dell’omologazione e dei falsi meticciati.

Amplificati dai media, questi fenomeni hanno provocato una tale repulsione, che ne risulta esaltato un universalismo monolitico con la ripetizione magica di slogan vuoti come la democrazia e i diritti dell’uomo. Tuttavia, dopo 40 anni di occidentalizzazione economica del mondo, sarebbe ingenuo e in malafede recriminare i suoi effetti perversi. Così ci si è chiusi in un manicheismo sospetto e pericoloso: etnicismo o etnocentrismo, terrorismo identitario o universalismo cannibale.

Nell’ora dell’apparente trionfo dell’universalismo planetario, ha ancora senso interrogarsi sul relativismo?

Profezia autorealizzatrice, l’universalismo non ha forse distrutto l’oggetto stesso della discussione e il soggetto della riflessione relativista: l’esistenza della differenza e dell’altro? Nel 1989 la caduta del muro di Berlino sembrava annunciare la fine delle illusioni totalitarie. Per qualche anno il mondo occidentale prese a sognare della pace perpetua che avrebbe esteso rapidamente a tutto il pianeta l’economia di mercato, i diritti dell’uomo, la tecnologia e le scienze, la democrazia.

L’INCUBO DELL’OCCIDENTE

Oggi, l’incubo ha chiaramente preso il posto del sogno. Ovunque si massacra con leggerezza e gli stati si disgregano in nome della purezza della razza o della religione. L’Occidente avrebbe torto a credere che sono cose da barbari che non la riguardano. Da un lato perché il conflitto si fa sempre più sentire al cuore stesso delle democrazie più stabili. Ma soprattutto perché tutto fa pensare che questo sorprendente ritorno dell’etnocentrismo del Sud e dell’Est sia in fondo direttamente proporzionale alla violenza derivante dall’imposizione dell’universalismo occidentale. Come se, dietro all’apparente neutralità della merce, delle immagini e delle normative giuridiche, le persone percepissero un etnocentrismo paradossale, universalistico, l’etnocentrismo del Nord e dell’Ovest, tanto più devastante per il fatto che nega in modo radicale ogni pertinenza delle differenze culturali. E chi non vede nella cultura che il segno di un passato da abolire definitivamente?

Se i disastri dei ripiegamenti identitari e dell’etnicismo vanno denunciati, non si deve però “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. I loro meccanismi devono invece essere analizzati, in particolare quello dell’assolutizzazione delle differenze identitarie. Allo stesso tempo, va smontato l’etnocentrismo arrogante della buona coscienza occidentale. Bisogna denunciare l’illusione di una cultura planetaria, che sarebbe il sottoprodotto della mondializzazione tecno-economica.

In particolare la mondializzazione, misera caricatura dell’universale, rafforza la nostalgia per i suoi valori sempre più traditi. “La mondializzazione e l’universalità”, scrive Jean Baudrillard, “non vanno di pari passo. La mondializzazione è quella dei mercati, del turismo, dell’informazione. L’universalità è quella dei valori, dei diritti dell’uomo, delle libertà, della cultura, della democrazia. La mondializzazione sembra irreversibile, l’universale parrebbe piuttosto in via di sparizione”. Quando Baudrillard oppone il mondiale all’universale, non fa che constatare una realtà. Tuttavia, non è l’universalità della scienza, della tecnica e più ancora dell’economia, che ha generato questa mondializzazione “diabolica”? Questo dibattito sull’etnocentrismo è tanto più attuale, quanto più i problemi di diritto fanno irruzione nella nostra quotidianità: dal chador islamico all’escissione, alla ghettizzazione delle periferie.

Megamacchina tecno-economica, anonima e senza volto, l’Occidente rimpiazza al suo interno la cultura con una meccanica che funziona per l’esclusione e non per l’integrazione dei suoi membri; questo mentre ai suoi margini, alle periferie, schiaccia come un rullo compressore le altre culture. In un certo senso, l’economia si presenta spesso come l’alter ego della cultura, o meglio come il suo surrogato. Si è appropriata, cioè, della sua funzione di dare significato alla realtà sociale e umana.

L’Occidente moderno ha imposto la tecnica e l’economia come “ambiente” sociale, riducendo così il significato ad una semplice funzione: la funzione vitale, quella di vivere per vivere, o di vivere per consumare e consumare per vivere. L’unico senso della vita che l’industria culturale propone ai nostri figli è: guadagnare sempre di più. Si può quindi affermare che questa sedicente cultura occidentale è una anticultura. O una non-cultura, per tre ragioni: innanzitutto perché disincanta il mondo, secondo l’analisi di Max Weber, ossia riduce il significato ad una semplice funzione; lo è inoltre perché funzionale all’esclusione; lo è, infine, perché etnocida o culturicida. In quanto pseudocultura universale, essa è infatti una cultura cannibale che uccide o distrugge tutto ciò che le oppone resistenza.

LA CULTURA DEL FALLIMENTO

Questo imperialismo culturale finisce, il più delle volte, per sostituire l’antica ricchezza con un tragico vuoto. Si è potuto a ragione parlare, a proposito dei paesi del Sud, di una “cultura del vuoto”. Ciononostante, tale vuoto è disponibile per alimentare i progetti più deliranti.

La megamacchina tecno-economica agisce nel senso dell’esclusione. Essa poggia sul culto del profitto per il profitto, dell’accumulazione illimitata. Già Hobbes annunciava come positiva questa “dismisura” propria dell’uomo occidentale. “La felicità in questa vita”, scrive, “non consiste nel riposo di uno spirito soddisfatto. Poiché non esistono in realtà né il fine ultimo, né il bene supremo di cui si parla nelle opere degli antichi moralisti. La felicità è un procedere continuo del desiderio da un oggetto all’altro; ed il conseguimento del primo è solo la strada che porta al secondo. Così metto al primo posto, quale inclinazione generale di tutta l’umanità, un desiderio perpetuo e senza requie di acquisire spazi di potere, desiderio che si estingue solo con la morte”. La guerra economica, a cui la corsa tecnologica offre una potenza inusitata, genera vincitori, ma anche vinti. I vincitori, piccola cerchia di eletti, sono magnificati dai media e portati come modello. Sono gli eroi dei tempi moderni.

Si tratta di un mito di indiscussa efficacia che ha lo scopo d’imporre l’estensione della megamacchina e ottenere perfino una certa integrazione degli esclusi. In effetti, tutti hanno qualche opportunità – certamente molto piccola, ma non inesistente – di uscire fuori dall’immensa battaglia come una star, un idolo delle numerose scene interdipendenti della società dello spettacolo: lo show-business, lo sport, la Borsa. Di quest’enorme fiera, i giochi televisivi sono una caricatura perfetta.

Così facendo, il meccanismo produce necessariamente una massa enorme di perdenti: gli esclusi, gli emarginati, i bocciati. Questa “cultura” del successo è in definitiva una cultura del fallimento. Ora, ogni cultura dovrebbe puntare innanzitutto all’integrazione reale dei suoi membri, di tutti e non solo di qualcuno. Viceversa, l’integrazione astratta dell’umanità nel tecnocosmo attraverso il mercato mondiale, l’omnimercificazione e la concorrenza generalizzata, si compie al prezzo di una decomposizione dei legami sociali, a dispetto del mito della mano invisibile tanto caro agli economisti.

Ad una simile decomposizione sociale e politica del Nord, corrisponde la desertificazione culturale del Sud. Questa è tanto più drammatica in quanto, se in una certa misura il Nord funziona ancora come “élite planetaria”, il Sud ha spesso come unica ricchezza la propria cultura, o quel che ne resta.

Il sottosviluppo non è solamente una forma di acculturazione, ma una vera e propria deculturazione. I suoi sintomi economici non possono essere spiegati né compresi con la sola economia, poiché alla sua origine non vi sono ragioni economiche. L’analisi del sottosviluppo in termini di dinamica culturale è esclusiva e non complementare dell’analisi economica, dal momento che la cultura, intesa in senso forte, ingloba l’economia.

In prima istanza, il sottosviluppo è un giudizio portato dall’esterno, su una realtà che dall’esterno è modellata. È l’interiorizzazione dello sguardo dell’altro, questo processo di autocolonizzazione dell’immaginario, ad intrappolare le società non occidentali nella dinamica infernale dell’occidentalizzazione. Tale processo potrebbe essere illustrato in mille modi con l’osservazione della vita quotidiana, come con l’esperienza degli insuccessi, sia del mimetismo politico (“lo stato importato”), sia di quello economico (la sconfitta dello sviluppo). In ogni caso, questa deculturazione lascia tracce profonde. Di conseguenza, la cultura repressa rispunta dappertutto, talvolta sotto le forme più perniciose. In mancanza di una necessaria collocazione e di un legittimo riconoscimento, essa risorge infatti in maniera esplosiva, pericolosa o violenta.

SERGE LATOUCHE.



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