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Gli attentati di Parigi, Copenaghen, Tunisi, Sousse, e le guerre nel Vicino e Medio Oriente stanno allargando il solco tra l’Occidente e il mondo musulmano. Dominazione e arroganza da un lato, umiliazione e desiderio di riscatto dall’altro.

Il grande equivoco dell’islam antitetico all’Occidente continua, alimentato dagli atroci atti terroristici delle varie sigle jihadiste, ma anche da una storia mai assunta delle conquiste arabe, delle crociate e delle avventure coloniali e neocoloniali. Eppure non si tratta di uno scontro di civiltà tra Occidente e Oriente, né di un conflitto religioso tra islam e cristianesimo.

L’Occidente viene, sì, criticato come “cristiano” (i crociati), ma anche come il suo contrario, un mondo senza morale e senza etica. Il rischio è di ridurre l’islam ad un fenomeno anti-occidentale e anti-cristiano, senza percepirne le sfumature plurali.

A pagare il prezzo più alto di questo tragico equivoco in Medio Oriente sono le minoranze, in primis quelle cristiane, più facilmente – anche se ingiustamente – identificate con gli interessi e le “colpe” dell’Occidente. Come superare una visione così etnocentrica e ideologizzata del mondo? Non basta uscire per le strade lanciando la propria “verità” contro l’altro, in nome della libertà di parola – gridando “Io sono Charlie” – o in nome della propria religione – gridando “Io sono Maometto” o “Io sono cristiano”.

È necessario disarmare le proprie “verità” e le stesse religioni. Oggi, come ieri, è un imperativo morale categorico che le religioni decidano una volta per tutte di disarmarsi, sconfessando pubblicamente le rispettive dottrine che giustificano la violenza e l’omicidio e optando risolutamente per la nonviolenza.

Gesù, rigettando la “legge del taglione”, ha optato per la nonviolenza, invitando i suoi amici a non reagire al male col male. Da un altro punto di vista, Gandhi diceva che “l’unico modo per conoscere Dio è la nonviolenza”, per cui ignorarla significherebbe ignorare Dio.

Questo, tuttavia, non ha impedito la violenza religiosa, come l’incendio di chiese cristiane in India da parte di integralisti indù, oppure il massacro dei valdesi da parte dei cattolici, evocato da papa Francesco nella sua recente visita a Torino. Proprio il gesto di un papa che, per la prima volta dopo ottocento anni, varca la soglia del Tempio valdese, ha un’eloquenza profetica per tutta la Chiesa. Questa, infatti, pur predicando l’amore, aveva lasciato credere che era possibile coniugare nella stessa retorica cristiana l’amore e la violenza.

“Vi chiedo perdono”, ha detto il papa, “per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Con la sua richiesta di perdono, Francesco ha ammesso che anche la storia della Chiesa può essere criminale, soprattutto quando commette il tragico errore di lasciar credere agli assassini che “Dio è con loro”. Nella nuova condizione fisiologica in cui le religioni sono chiamate ad operare, nell’età postsecolare, il meticciato gioca un grande ruolo rigenerativo, costringendole a riconcepirsi – teologicamente, sociologicamente e culturalmente – nella sfera pubblica su una base più razionale, misurandosi con visioni e valori diversi.

Come scriveva Hans Küng in margine alla Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali nel 1995, “non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni”. È anche il messaggio lanciato dal Convegno 2015 di Missione Oggi, i cui atti qui presentiamo sotto il titolo: “Siamo tutti meticci?”. La sfida è insieme globale e locale, ancora tutta in salita.



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