Giovanni: 153 grossi pesci, Immagine della missione
L’ultimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 21) fu probabilmente aggiunto dopo la morte del discepolo che Gesù amava. È verosimile che il quarto Vangelo (QV) abbia conosciuto una doppia edizione nel giro di pochi anni: un primo testo più breve durante la vita del testimone Giovanni; un secondo testo ampliato dopo la sua morte da un discepolo, in cui confluirono vari elementi della sua testimonianza divenuti particolarmente importanti per la comunità, rimasta orfana della figura che l’aveva generata. Molte tematiche che caratterizzano la narrazione giovannea sono riprese nel c. 21 secondo prospettive parzialmente nuove, appunto per rispondere alle mutate circostanze della vita della comunità. Tra i motivi tipicamente giovannei che compaiono in Gv 21 c’è anche quello missionario.
Una “colazione” mattutina in riva al lago
Gv 21 racconta la terza manifestazione di Gesù ai discepoli, dopo la risurrezione dai morti. La terminologia del manifestarsi per indicare le “apparizioni” è tipica del c. 21: il precedente capitolo pasquale (Gv 20) preferiva parlare del venire di Gesù. Entrambe le terminologie sono caratteristiche del lessico giovanneo, dove l’esperienza del Risorto può, dunque, essere descritta tanto come il suo venire dai, quanto come il suo manifestarsi ai discepoli. Nella nostra riflessione ci interessiamo alla prima parte della manifestazione di Gesù risorto (che abbraccia tutto il c. 21), quella che avviene nel contesto di una pesca a cui fa seguito un pasto (Gv 21,1-14).
In verità, la pesca e il pasto non stanno sullo stesso piano: non si tratta di due valori indipendenti che vanno sommati per ottenere il risultato finale.
Gv 21 è il racconto di un pasto, che solo Gesù rende possibile e nel quale confluiscono diversi tipi di cibo. La pesca è semplicemente finalizzata a procurare una parte del cibo che deve comporre il pasto finale. La “colazione” mattutina sulla riva del lago di Tiberiade è, dunque, come il collo di un imbuto: in essa confluiscono tutti i fili che formano la trama del racconto. La domanda di Gesù del v. 5 (“Figlioli non avete nulla da mangiare?”) è il motore che sospinge tutta la narrazione. Ciò che accade da quel momento in poi è la descrizione di come viene procurato il cibo che sarà consumato dai discepoli. Il lettore non si lasci ingannare: Gesù non cerca del cibo per sé. Fin dall’inizio egli è preoccupato che i discepoli abbiano qualcosa da mangiare: non è più la sua fame che deve essere saziata (Gv 4,31- 34), piuttosto quella dei suoi. Egli fa in modo che ciò avvenga.
Due tipi di cibo: quello dei discepoli e quello di Gesù
Nel pasto conclusivo confluiscono, pertanto, due diversi tipi di cibo: uno di essi è il frutto della pesca, mentre l’altro dipende esclusivamente dall’iniziativa di Gesù. Quando i discepoli sbarcano a riva avendo trascinato la rete piena di pesci, si rendono conto che Gesù ha già autonomamente disposto un pasto a base di pane e di pesce (v. 9). Per quanto riguarda questa componente del pasto, Gesù ha fatto tutto da solo. Una lettura superficiale del testo ha portato a ritenere che il cibo procurato da Gesù renda inutile ogni altro genere di alimento, ma non è così: in modo molto chiaro, Gesù invita i discepoli a portare anche qualcosa di ciò che hanno pescato or ora. Se non ci fosse questa componente (che deriva dalla pesca), il pasto non potrebbe essere consumato. Gesù ha fin dall’inizio progettato, e poi reso possibile, un pasto in cui debbono confluire tanto il cibo da lui predisposto, quanto quello che portato dai discepoli. In verità, i discepoli con le proprie risorse non sarebbero stati in grado di portare proprio nulla: quando essi hanno provato a pescare da soli la pesca è stata un fallimento (v. 3).
L’unica pesca possibile è quella che avviene sulla parola di Gesù: “senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).
Dobbiamo pertanto riconoscere che anche il cibo procurato dai discepoli attraverso la pesca, che fa parte integrante del pasto finale, dipende dalla parola di Gesù: lui è all’origine tanto del pane e del pesce che i discepoli trovano già pronti sulla riva, quanto del pesce che essi pescano nel lago di Tiberiade.
Che cosa rappresentano i due tipi di cibo?
Che cosa rappresentano i due tipi di cibo che formano il pasto dei discepoli? Sullo sfondo del cibo procurato da Gesù c’è senz’ombra di dubbio Gv 6: il dono del pane ai cinquemila, spiegato da un lungo discorso che ha per tema il pane della vita. Il lessico impiegato nei due racconti (Gv 6 e Gv 21) coincide perfettamente: in entrambi i casi Gesù dona pane (artos) e pesce (opsarion). In Gv 6,22-59, spiegando alla folla il segno compiuto il giorno prima, Gesù svela il significato che lui attribuisce al cibo che ha donato: il pane della vita (simboleggiato dal pane e pesce distribuito alla folla) è immagine della sua persona (6,35).
La persona di Gesù è pane per la fame dell’umanità.
Lo è anzi tutto in quanto egli è la parola di Dio: l’AT conosce bene il simbolismo parola/pane che si trova anche in relazione alla manna (Dt 8,3) e poi soprattutto per la parola dei profeti (Is 55,1-3) e dei saggi (Pr 9,5). Gesù è pane perché è la Parola fatta carne: la sua umanità è la tenda in cui dimora il Verbo eterno di Dio. Egli poi è pane in quanto esistenza donata (6,51): non c’è fame più grande della fame d’amore e, donando la propria carne per amore, Gesù si fa precisamente pane per il bisogno più profondo dell’uomo. Infine, il pane donato ai cinquemila è immagine dell’eucaristia (6,53- 58) in cui Gesù, Logos fatto carne e Figlio dell’uomo consegnato alla morte per amore, continua a disposizione degli uomini. Tutto questo è ripreso in Gv 21: il cibo che Gesù procura di sua iniziativa evoca tutti questi aspetti. Gesù non farà mai mancare ai suoi quel tipo di cibo che lui solo può procurare e che rappresenta la sua persona, parola che nutre ed esistenza donata per saziare il bisogno d’amore degli uomini, continuamente presente nel sacramento dell’eucaristia.
Il simbolismo missionario del pescare
Tuttavia, la possibilità di consumare quel pasto in cui il Risorto continua a donare se stesso soggiace ad una condizione posta dallo stesso Gesù: è necessario che i discepoli portino anche il pesce frutto della pesca. Se non ci fosse nulla da aggiungere al cibo già predisposto da Gesù, il pasto non potrebbe essere consumato.
Quale significato possiamo attribuire a quell’alimento che proviene dalla pesca?
L’immagine della pesca è marcatamente connotata in senso missionario, fin dal racconto sinottico della chiamata dei primi quattro discepoli secondo: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17 // Mt 4,19). È Luca che ha in modo particolare sviluppato questo simbolismo missionario del pescare, nel racconto che gli è proprio della chiamata di Pietro (Lc 5,1-11). Non ci sono dubbi che questo sia anche il significato che il QV attribuisce alla pesca notturna sul lago di Tiberiade: essa è immagine dell’attività missionaria con cui gli uomini vengono “catturati” per la vita. Una luce fortissima è, poi, gettata sul cibo procurato dai discepoli dal racconto di Gv 4 (Gesù in Samaria). Dialogando coi suoi al pozzo di Giacobbe (4,31-38), Gesù ha parlato di un cibo che consiste nel compiere la volontà salvifica e vivificante del Padre. Egli ha cercato quel cibo in tutta la sua vita, fino al culmine costituito dalla morte in croce, ed è di quello stesso cibo che ora vuole che si nutrano i suoi discepoli. La volontà del Padre, di cui Gesù si è nutrito, consiste nel fatto che gli uomini vadano a lui per essere salvati e avere la vita. Esattamente questo è il significato del cibo che scaturisce dalla pesca di Gv 21:
i 153 grossi pesci raffigurano le moltitudini degli uomini, attirate a Gesù Innalzato e Risorto dalla testimonianza dei suoi discepoli.
Accanto al pane di Gesù la testimonianza dei discepoli
Soltanto se al cibo predisposto da Gesù si aggiungerà il frutto dell’attività missionaria dei discepoli sarà possibile incontrare il Risorto e sperimentarne la manifestazione. Gesù esige dai suoi che, accanto al suo pane, ci sia anche il frutto della loro testimonianza e della loro azione missionaria verso le moltitudini degli uomini: “Figlioli avete qualcosa da mangiare?”.






