FRANCESCO IL PAPA DELLA RIFORMA?
L’azione riformatrice di Francesco, per essere compresa senza pregiudizi, va collocata nel contesto della situazione in cui versava la Chiesa al momento della sua elezione.
Sono almeno tre le questioni da ricordare: a) la credibilità della Chiesa compromessa da una serie di gravi scandali; b) i segnali di cattivo funzionamento e di lotte intestine, neanche troppo nascoste, che venivano dalla curia; c) il clima crepuscolare e il diffuso disagio che si respirava nella Chiesa per la mancata risposta ai molti e prepotenti segni dei tempi e per l’attardarsi sulla questione se il Vaticano II avesse segnato o meno una discontinuità con il passato.
Francesco si è trovato a dover gestire la pesante eredità dei suoi due predecessori, in particolare le conseguenze della lunga malattia di Giovanni Paolo II, durante la quale non è stato sempre certo se il governo fosse nelle mani del papa o del suo entourage.
Non è un caso se, nel pronunciare il suo atto di dimissioni, Benedetto XVI faccia riferimento alla necessaria efficienza fisica del successore di Pietro: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo”.
IL MANDATO
Nell’impostare la sua azione di governo, almeno inizialmente, Francesco si è potuto far forte di un mandato esplicito del collegio cardinalizio. In diverse occasioni lui stesso l’ha ricordato. Circa la riforma della curia, nel concistoro del 12 febbraio 2015, ha detto ai cardinali che era stata “auspicata vivamente dalla maggioranza dei cardinali nell’ambito delle congregazioni generali prima del conclave”.
Durante le riunioni che precedettero il conclave i cardinali avevano, infatti, posto l’attenzione su molteplici questioni. Le preoccupazioni maggiori riguardavano: il funzionamento della curia e i suoi rapporti con gli episcopati; la collegialità; l’evangelizzazione; ma si affrontarono anche altre questioni di prima grandezza: il ruolo della donna nella Chiesa; l’ecumenismo e il dialogo interreligioso; la giustizia nel mondo; il rinnovamento della Chiesa alla luce del Concilio.
Certamente Francesco, dall’inizio del pontificato ad oggi, ha dato alle parole “riforma” e “cambiamento” un senso al quale probabilmente diversi dei suoi elettori non pensavano. Il papa venuto dalla “fine del mondo” ha avviato una riforma a tutto campo che tocca sia le strutture, sia la conversione spirituale.
IL RITORNO AL VANGELO
Bergoglio nell’affrontare il compito di riformare ha un ordine di priorità, come ha indicato nella prima intervista a La Civiltà Cattolica: “Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento”, cioè la conversione spirituale personale, perché ogni riforma per essere efficace si attua «con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini».
Il tema della conversione è sempre al centro dell’attenzione di Francesco: dalle omelie di Santa Marta alla denuncia delle quindici malattie della curia (qualcuno con ironia ha commentato che sono “più delle dieci piaghe d’Egitto”); dall’invito a vescovi e presbiteri ad abbandonare la “mondanità spirituale” alla richiesta di utilizzare i conventi vuoti per i poveri che sono la “carne di Cristo”. Una costante revisione di vita, un ritorno al Vangelo per tutta la Chiesa; un intervento nella carne viva che non è indolore.
La conversione spirituale si pone quasi come una pre-condizione per realizzare gli elementi centrali della riforma: la conversione pastorale e missionaria. È il lato quasi invisibile della riforma perché è difficile misurarne il grado di realizzazione. La preoccupazione, però, è costante e viene evidenziata anche con l’esempio personale.
I percorsi della riforma di Bergoglio sono, però, molteplici e il rischio è di perdersi, di non riuscire a ricostruire l’insieme, come se si fosse davanti alle molte tessere di un puzzle, senza potersi orientare con l’immagine da ricostruire. È necessario ricondurre i vari interventi magisteriali e gli atti di governo ad alcuni grandi temi: la sinodalità, la misericordia, la fratellanza umana e le strutture. Un discorso a sé merita poi il metodo.
LA SINODALITÀ
Bergoglio ritiene il sinodo una preziosa eredità conciliare e da subito ha inteso rivitalizzarlo, dopo che era stato sfiancato da cinquant’anni di stretto controllo della curia sulla dinamica dei suoi lavori. Negli otto anni del suo pontificato si sono tenuti quattro sinodi (due sulla famiglia, uno sui giovani e uno speciale per l’Amazzonia) e nel 2022 si terrà quello sulla sinodalità nella Chiesa.
La scelta sottintende un modello di Chiesa che si caratterizza: a) per l’ascolto del popolo di Dio (non si tratta, però, di un’indagine sociologica, ma dell’ascolto del sensus fidei dei fedeli, che Francesco chiama in modo divulgativo “fiuto dei fedeli”); b) per l’autorità e il potere intesi come servizio; c) per un diverso modo di intendere l’esercizio del ministero petrino.
Una Chiesa caratterizzata dalla sinodalità potrebbe favorire il ripensamento delle forme con le quali il vescovo di Roma esercita la sua autorità e i suoi poteri. Una possibilità già adombrata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint del 1995.
Nel 2018, con la costituzione apostolica Episcopalis communio, Francesco realizza una vera e propria “rifondazione” del sinodo.
Diversamente da prima, a conclusione dei lavori, i padri sinodali devono produrre un documento organico sul tema in discussione. Questa modalità responsabilizza fortemente i vescovi anche sul piano dell’elaborazione del magistero, infatti, se il documento viene approvato dal papa, parteciperà del suo magistero ordinario. Non si può, però, non osservare che una nutrita minoranza di vescovi, manifestatasi in tutti e quattro i sinodi, non sembra favorevole al metodo della sinodalità.
LA MISERICORDIA
Il Giubileo straordinario del 2015, dedicato alla misericordia, non può essere interpretato come una parentesi culturale. Per Francesco la misericordia “rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo” (Misericordia et misera 1) e costituisce l’esistenza stessa della Chiesa. L’attenzione per il Giubileo straordinario si è concentrata, più che sulle folle che sarebbero accorse a Roma, sul far risuonare nel cuore della Chiesa il richiamo della misericordia. Altamente simbolico e significativo l’anticipo dell’apertura della porta santa nella capitale della Repubblica Centrafricana. Il Giubileo si è aperto così in una delle periferie assetate di misericordia.
Al temine del Giubileo, Francesco ha indirizzato alla Chiesa e al mondo la lettera apostolica Misericordia et misera. Un testo che si presenta come un vademecum che deve guidare d’ora in poi l’attività pastorale e la vita ecclesiale; una particolare attenzione è dedicata all’incidenza e al valore sociale della misericordia. La misericordia è utilizzata come chiave di lettura dei vari momenti della vita cristiana; in particolare il sacramento della riconciliazione (la confessione) deve diventare centrale per far “sperimentare la forza liberatrice del perdono”. Un bene tanto grande per raggiungere il quale non si devono frapporre ostacoli e per questo il papa estende nel tempo quanto aveva concesso durante il Giubileo: d’ora in poi “tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero” hanno la “facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto” senza che ciò voglia dire che l’aborto non resti un peccato gravissimo.
Questo Giubileo, come ha scritto lo storico Giovanni Miccoli, è dunque lo “strumento per sollecitare tutta la Chiesa, e capillarmente tutte le diocesi, a riflettere su questa riscoperta [della misericordia], a discuterla, ad acquisirla e a metterla in pratica. Aspira ad aprire la strada alla realizzazione di una grande riforma individuale e collettiva” (“Missione che si rinnova”, in Il Sole 24 ore, 9 dicembre 2015).
LA FRATELLANZA UMANA
Al fine di evitare all’umanità una conflittualità distruttiva, il papa assume per la Chiesa cattolica la via del dialogo, una scelta sulla quale cerca di coinvolgere anche gli altri leader religiosi. Per navigare nel mare tempestoso scatenato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, della quale il fondamentalismo religioso è un’importante concausa, occorre costruire una nuova arca. Il rimando è biblico, all’arca di Noè. Francesco dirà ad Abu Dhabi: “Per salvaguardare la pace, abbiamo bisogno di entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza” (4 febbraio 2019). La libertà religiosa, il dialogo e la giustizia, la condanna del terrorismo e dell’uso politico della religione, giudicati una strumentalizzazione del nome di Dio: sono tre importanti passaggi del documento firmato negli Emirati Arabi Uniti sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune.
Chi dovesse ritenere questi incontri e documenti (come l’enciclica Fratelli tutti) inquinati da una forma di sincretismo religioso sbaglia bersaglio. Si tratta di tessere una molteplicità di rapporti e comuni convergenze su principi che favoriscano il dialogo, in particolare con l’islam, per scongiurare uno scontro che è sempre più ricercato dal fanatismo religioso e dai nazionalismi. Anche la nuova stagione del cammino ecumenico si può ritenere rientri in questo progetto. Oltre ad essere giunto il momento di uno scambio tra le Chiese dei doni fatti dallo Spirto – ad esempio i cattolici possono imparare dagli ortodossi “qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” (EG 246) –, Francesco ritiene che nella ricerca dell’unità le Chiese debbano percorrere le strade della collaborazione nell’evangelizzazione; i cristiani delle varie confessioni possono agire e testimoniare insieme, parlando all’umanità delle grandi sfide che essa deve affrontare: la solidarietà, la pace, l’ambiente e la giustizia.
Questi temi sono presenti in tutte le Dichiarazioni congiunte che Francesco, dall’inizio del suo pontificato, ha firmato con i leader delle altre confessioni cristiane.
IL METODO
Molti manifestano un’opinione critica sulle modalità di governo della Chiesa da parte di Francesco, fino a dire che creano confusione. Per capire il modo di procedere credo occorra guardare al primo dei quattro principi esposti nell’Evangelii gaudium: il tempo è superiore allo spazio. Mettersi in cammino, avviare processi è il principio fondamentale che consente, strada facendo, di tenere conto delle situazioni e adeguare il percorso prima di giungere alla decisione finale. La questione da considerare è che i diversi processi avviati si possono dispiegare solo in un tempo lungo. Ad esempio, l’incontro sulla pedofilia, pur avendo già prodotto i primi interventi, è un processo che per avere i suoi effetti deve attendere le decisioni delle Chiese locali.
Il decentramento, altro elemento cardine della riforma, al momento ha ottenuto qualche importante segnale di avvio, che potremmo definire strategico. Francesco nei suoi documenti ha citato diversi insegnamenti delle Conferenze episcopali: un modo per valorizzare il loro magistero e quasi un’anticipazione dell’attribuzione di “qualche autentica autorità dottrinale” di cui si parla nell’Evangelii gaudium; inoltre, è stato ridotto il controllo romano sulle traduzioni dei testi liturgici, riconoscendo la competenza delle singole Conferenze episcopali.
Non si può, infine, sottovalutare il fatto che in un tempo breve Francesco abbia rimesso la Chiesa in cammino su molte strade e abbia avviato un processo che, per quanto aperto e incompleto, ha avviato una dinamica di cambiamento, che sarà difficile poter arrestare.
Ora, la questione che si pone è se la riforma messa in atto, essendo un processo lungo e aperto, possa giungere positivamente in porto. Il successo della riforma, questione che intriga tutti, osservatori e fedeli, credibilmente si può dire che non stia nelle mani di Francesco, ma in quelle del suo successore.
LE STRUTTURE
Curia, organismi economico-finanziari (Ior, Apsa ecc.), organi di giustizia: sono le voci di un altro gigantesco capitolo della riforma, che viene affrontato con un’azione più partecipata e collegiale. Si tratta di un’operazione complessa che ha bisogno di attente valutazioni, perciò di tempo. Nonostante ciò, abbiamo visto che questi interventi non sono stati privi di scelte sbagliate, di repentini cambi di persone, che segnalano non solo la difficoltà dell’impresa, ma forse anche qualche limite nell’istruzione dei dossier e nelle modalità di decisione di Francesco. Gli interventi di riforma sugli organismi economico-finanziari, la creazione di nuovi organi di controllo indipendenti e l’accentramento della gestione dei vari fondi in unico organismo hanno consentito allo Stato Città del Vaticano di essere tolto dalla lista nera dei “paradisi fiscali” e, in un secondo tempo, da quella dei paesi con una legislazione inadeguata per contrastare il riciclaggio. Già questo si può considerare un primo buon avvicinamento ai principi etici.
Gli interventi relativi alla legislazione sulla giustizia hanno consentito di scrivere un nuovo capitolo circa la condanna degli abusi sui minori e le persone vulnerabili da parte del clero. Significativi l’obbligo di denuncia alla giustizia civile e l’Istruzione con la quale si toglie il segreto pontificio per le denunce, i processi e le decisioni riguardanti gli abusi (2019). Per la riforma della curia, il Consiglio dei cardinali, dopo sei anni di studio e confronto, è giunto all’elaborazione di una bozza di riforma alla quale è stato dato il titolo provvisorio di Praedicate evangelium (Annunciate il Vangelo), titolo che bene sembra esprimere i desiderata di Francesco sull’identità e il ruolo della curia. Il testo, di cui si sa poco, consegnato al papa nel dicembre 2018 è sottoposto ora ad un’ampia consultazione sia tra i dicasteri della curia, sia tra le conferenze episcopali di tutto il mondo. Nel frattempo, ci sono stati tre interventi significativi di razionalizzazione: la costituzione per accorpamento del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e della Segreteria per la comunicazione. Forse si può pensare alla curia di domani come a un’immensa segreteria al servizio del papa e dei vescovi e non a un centro dotato di un suo potere che magari si contrappone al papa o che faccia da cuscinetto tra il papa e i vescovi.







