ELOGIO DELLA SOBRIETÀ
"Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Questi versi di Lorenzo De Medici sono attuali. Il mercato capitalista ed il consumismo moderno rappresentano il più grande tentativo mai escogitato di esorcizzare l’angoscia che il limite – di cui la morte, limite estremo, è l’emblema – suscita in noi. L’esorcismo è destinato al fallimento, ma sta lì ad indicare il “desiderio di infinito”.
Che il limite ci vada stretto tanto da risultare insopportabile è senza dubbio un fatto. Il problema è dunque come superarlo in un modo che non sia contraddittorio e fallimentare.
Paradossalmente, credo che l’unica via percorribile sia quella che passa dal riconoscimento del limite come condizione insuperabile. Se abbandoniamo il delirio di onnipotenza e ci riconosciamo per quelli che siamo, esseri limitati, l’ostacolo costituito dal limite stesso si dissolve. Accettare il limite significa potermi pro-gettare oltre, in un altrove dove ancora non sono, ma a cui posso tendere. Il desiderio di infinito potrà trovare appagamento solo in quel progetto, nell’ordine dei fini, non in quello dei mezzi. Il limite, liberato dall’angoscia, può rivelarsi non più un ostacolo, ma una risorsa.
È in questo quadro che si colloca il discorso sulla sobrietà, che definisco come capacità di disporre del bisogno, cioè di affermare la superiorità del soggetto su ciò che avverte come mancante. “Nel discorso sui consumi, un certo linguaggio sul limite è legato all’indicazione della continenza nei bisogni e nelle risposte ai bisogni. L’immagine che rischia di dare il termine ‘continenza’ è quella negativa di una vita limitata oltre il necessario e il ragionevole. Bisogna invece parlare di una migliore intelligenza della vita, per la quale i soggetti guardano e leggono dentro le cose, riconoscendo e dandosi sensatamente dei limiti. La ‘continenza’ può essere riapprezzata se è una selezione piena di senso, perché l’attore non può sfuggire alla responsabilità di scegliere quali bisogni, quali mezzi, quali scopi”1.
Va sottolineato che la sobrietà non è diretta ad un livellamento verso il basso dei bisogni, in una contrapposizione tra quelli considerati naturali, da soddisfare, e quelli artificiali o indotti, da negare. Se si eccettuano, infatti, i bisogni legati alla sopravvivenza fisica, degli altri è impossibile stabilire una gerarchia che prescinda dalla cultura in cui si esprimono e dalla soggettiva percezione in ciascun individuo. A ben vedere, anche lo stesso mangiare, il vestirsi ecc. assolvono sempre a qualcosa in più che la pura sopravvivenza, perché altrimenti non si darebbero modi diversi di cucinare ed assumere lo stesso cibo o di confezionare gli indumenti. Bisogna perciò fare uno sforzo per approfondire la natura del bisogno, in modo da precisare meglio i contorni del potere su di esso che l’esercizio della sobrietà comporta.
Anzitutto, mi sembra che emergano nel bisogno due dimensioni: da un lato esso è sempre rivolto verso un oggetto, di cui è avvertita la mancanza; dall’altro rimanda ad altri soggetti, con cui si vuole entrare in relazione nell’atto di soddisfarlo. In altre parole, è contemporaneamente bisogno di qualcosa e di qualcuno. Per restare ai bisogni elementari, un pasto consumato in solitudine tra quattro mura consente di non morire di fame, ma è una ben triste sopravvivenza. Se poi prendiamo in considerazione i bisogni immateriali, come amore, intimità ed affetto, il contenuto relazionale dell’oggetto mancante risulta ancora più evidente.
RAPPORTO BISOGNO-MERCATO
Per approfondire il rapporto tra bisogno e oggetto introduciamo una distinzione tra appropriazione e possesso: intendendo con la prima l’ottenimento dell’oggetto che ci manca, e con il secondo il potere di disporne “in modo esclusivo”. Se, ad esempio, ho bisogno di raggiungere un certo luogo, posso utilizzare un mezzo privato da me acquistato (possesso) o un mezzo pubblico di cui acquisto l’uso temporaneo (appropriazione) e, se in questo caso prenoto il posto, ottengo anche, per un certo tempo, un diritto esclusivo analogo a quello del possesso.
La logica che denunciamo porta a dire che il limite della soddisfazione dei bisogni è fissato dal possesso: quanto maggiore è il tuo possesso, tanto più sei in grado di soddisfare i tuoi bisogni; e anche l’ambito delle tue possibilità decisionali cresce in diretto rapporto con la crescita del tuo possesso, tu sei ciò che hai. I rapporti umani appaiono dunque come rapporti ridotti a cose.
Emergono due conclusioni:
- Prima: per soddisfare un bisogno, non è logicamente necessario possedere l’oggetto che lo soddisfa; è sufficiente appropriarsene mediante un uso, in genere non esclusivo o transitoriamente esclusivo. Se molte volte il possesso ci risulta praticamente necessario, dipende da come il sistema capitalista di produzione e consumo è strutturato, dai ritmi che impone e in cui la nostra vita è inserita, dalla logica individualista che abbiamo interiorizzato. Disporre del bisogno, dunque, affermare la propria libertà su di esso significa in questo caso resistere alle sirene consumiste e discernere i casi in cui lo si può soddisfare senza diventare possessori.
- Seconda: l’aspetto relazionale del bisogno risulta, alla lettera, “mortificato” dall’idea che i bisogni si soddisfino esclusivamente nel segno dell’avere per sé, nella coincidenza tra appropriazione e possesso.
LA GRATUITÀ
Una prova “a contrario” di quest’ultima conclusione si può ricavare percorrendo una via diversa, quella che ci porta a esplorare la dimensione del dono. A dispetto di chi concepisce gli esseri umani come individui capaci solo di calcolo egoistico, il fatto che anche nelle nostre società opulente la gente ami fare e ricevere doni, indica il contrario.
Certo, qualcuno può interpretare il dono diversamente, come un mezzo per acquisire di più, cioè uno strumento in vista dello scopo finale, che è sempre il guadagno; oppure può ritenere che il dono sia un’idea superata, ingenua, un residuo della morale tradizionale prima della modernità. Nell’uno o nell’altro caso, il vero “dono” non esiste più. Tuttavia Jacques Godbout ha svolto una ricerca, da cui risulta che “tutte le persone interrogate tengono ad affermare che non è per obbligo e per costrizione morale che donano. Anzi, esiste nel dono una tendenza a infrangere le regole, per esempio quelle fissate per i regali natalizi in una rete di parentela. Sono proprio i piccoli doni extra, i superamenti di cifre prestabilite, quello che è fatto oltre le richieste della consuetudine, che conta di più”2.
Inoltre, che il gesto di donare non possa essere riassunto nella frase “si dà per ricevere” lo si ricava dall’assenza di obbligo che lo caratterizza. Diversamente che nel mercato, il dono si colloca nel regno della libertà e se lo si pretende cessa di essere quello che è. Quando se ne desidera uno, si cerca di farlo capire agli altri in modo indiretto, allusivo, proprio per evitare che si sentano in obbligo di accontentarci. Viceversa, quando siamo noi a farlo, si tende a minimizzarne l’importanza e il valore, per non far sentire in debito gli altri nei nostri confronti.
Il linguaggio del dono, lungi dall’essere ipocrita, serve a liberare l’altro dall’obbligo di reciprocità che deriva dal dono. Questo linguaggio fa in modo che la restituzione, se mai ci sarà, sarà a sua volta un dono. Il che vuol dire che anch’essa sarà libera. Nel dono, più si libera l’altro dal suo obbligo di donare, più il dono che egli farà avrà valore per noi. Al punto che si dirà anche spesso che si preferisce non avere niente piuttosto che ricevere un regalo da una persona che si è sentita obbligata a farlo.
Il dono, dunque, si colloca in una regione diversa da quella dello scambio di equivalenti, tipica del mercato in cui tutto ha un prezzo, cioè equivale a un valore monetario. Come si dice, “basta il pensiero”, e ognuno di noi può certamente riandare con la memoria a un dono fatto o ricevuto di intenso valore affettivo, ma di modico o nessun valore economico. Di più, esso realizza un divorzio completo tra appropriazione e possesso: ci si appropria di un bene nell’atto stesso in cui ci si spossessa di un altro. Ci appropriamo di un “bene relazionale” perdendo il possesso di un “bene materiale” e, con ciò, si dà voce al bisogno di relazione che è in noi.
Si potrebbe obiettare che non si può donare ciò che, prima, non si possieda e che, dunque, il possesso costituisce la base indispensabile per entrare in relazione con gli altri. L’obiezione dimentica un aspetto essenziale del dono: il suo contenuto. In ultima analisi il motivo per cui si dice “basta il pensiero” è che, nel regalo, ben oltre il concreto oggetto che lo rappresenta, noi mettiamo noi stessi, per quel poco o tanto che vogliamo e riusciamo.
Non ci si può appropriare di un bene relazionale se non si entra-in-relazione-con, se non ci si mette in gioco direttamente. La cosa si fa evidente nel rapporto di coppia o nel volontariato, dove si dona del proprio tempo, cioè parte della nostra vita e, dunque, direttamente parte di noi stessi. Ma chiunque di noi può riandare ad altre esperienze di dono fatto o ricevuto. Una riduzione della sfera del possesso, dunque, non implica una minore possibilità di donare, ma, al contrario, amplifica la nostra capacità di farlo: spesso sono i più poveri i più disposti a dividere con altri il poco che hanno.
OLTRE L’ALTRUISMO
Bisogna notare che l’appropriazione di beni relazionali, attuata attraverso il dono, è diversa da ogni altra, perché vive una duplice dimensione: per il solo fatto che ho donato, mi sono messo in gioco nella relazione e, se l’altro accetta, conseguo un primo risultato di conferma nella relazione stessa; se e quando l’altro ricambierà, avrò conseguito un secondo e più pieno risultato di relazione reciproca. È precisamente il mettersi in gioco nell’attesa della reciprocità, resa incerta dalla libertà dell’altro, che segna il superamento definitivo sia dell’individualismo che del suo contrario, l’altruismo.
L’altruista è, per definizione, un individuo che agisce come se il benessere altrui fosse un fine in sé, vale a dire un qualcosa meritevole di attenzione indipendentemente dagli effetti che esso genera sul suo benessere. (Se la preoccupazione per il benessere degli altri è solo un mezzo per promuovere i miei fini individuali di lungo periodo, e cessa allorché questi ultimi sono perseguiti più facilmente in altro modo, sono un egoista illuminato). In altri termini, l’altruismo è virtù perfettamente compatibile con la prospettiva del discorso individualista. In sostanza, mentre l’altruismo si manifesta in un’azione unidirezionale – l’altruista è tale quando dona, indipendentemente da come reagirà chi ha ricevuto – la relazione di reciprocità è per sua natura bidirezionale”3
Se torniamo alle riflessioni che abbiamo fatto sul dono, ci accorgiamo di un aspetto che non era risultato subito evidente: la gratuità presuppone la fiducia negli altri. Nello scambio mercantile si dà per scontato che l’altro tenda a conseguire il maggior vantaggio possibile a danno nostro, per cui si deve porre la massima cura nella trattativa e nel contratto, la cui trasgressione è punita per legge: siamo nell’individualismo.
L’atteggiamento di altruismo non cambia la visione dell’altro; semplicemente non si tiene conto delle sue intenzioni, che possono essere ancora supposte egoistiche. Se dono, invece, è perché spero che il mio gesto possa trovare risonanza nell’altro, stabilire una relazione e suscitare una libera risposta altrettanto gratuita: spero in un incontro di due libertà, che reciprocamente non si limitino, ma si rafforzino. Siamo alla fiducia nell’altro, senza la quale si resta chiusi in se stessi.
Questa digressione sul dono non solo ha messo in luce la validità delle conclusioni sul rapporto tra bisogno e mercato, ma ha anche fatto emergere lo spessore della componente relazionale del bisogno stesso, che il consumismo tenta di sequestrare, legandola a ciò che può essere venduto e comprato e riducendo il bisogno di relazione al bisogno astratto di consumare.
In questa direzione risulta emblematico, come caso estremo, quel particolare tipo di consumo che è il sesso a pagamento. In esso la relazione con l’altro – con la prostituta – è esclusa in partenza, è volutamente evitata per lasciare il posto ad un rapporto che, prima di essere sessuale, è mercantile e che, concluso il contratto con la fissazione del prezzo, si estrinseca nel possedere il corpo dell’altro. Anche se su un piano diverso, siamo in perfetta continuità con l’atteggiamento consumista: questo spiega, fatta salva ogni altra motivazione di ordine psicologico o sociologico, come mai il ricorso a questo tipo di prestazioni sia divenuto un fenomeno di massa.
Per concludere: disporre del bisogno significa ricercare consapevolmente una vita sobria, in cui “il fare spazio alla gratuità per aprirsi all’incontro con gli altri” sia reso possibile dalla contemporanea contrazione della sfera del possesso.
F. P.
1 I. De Sandre, Il senso dei consumi e dei suoi soggetti, in A. Castagnaro, Il prezzo del consumo, EDB, Bologna 1994.i
2 J. T. Godbout, Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998.
3 S. Zamagni, Per una fondazione economica delle organizzazioni non profit, in S. Zamagni (a cura di) Non profit come economia civile, Il Mulino, Bologna 1998.
FAR ENTRARE
LA GRATUITÀ NELLA PROPRIA ESISTENZA
Quanto abbiamo visto a proposito del “dono” conferma le conclusioni sul rapporto tra bisogno e mercato: tanto più ci si attacca al possesso, tanto meno si entra in relazione con gli altri: tant’è vero che per farlo non troviamo di meglio che spossessarci di qualcosa.
A questo proposito viene in mente Dickens, che scrivendo nell’Inghilterra del tumultuoso affermarsi del capitalismo, nel celebre Racconto di Natale ci ha consegnato la descrizione del prototipo dell’homo œconomicus. Il suo Ebenezer Scrooge sacrifica la propria vita per perseguire con freddo calcolo il proprio interesse, perdendo ad una ad una amicizie. Sarà il dono disinteressato di un amico dall’oltretomba a farlo rinsavire e far entrare la gratuità, e con essa le amicizie e gli affetti perduti, nella sua esistenza.
F. P.






