Egoismo e Dono
Nel caso del dossier sull’economia solidale, l’equivoco che rilevo (ma potrei avere male inteso io) riguarda la contrapposizione, molto contraddittoria, che si fa tra egoismo individualista e spirito del dono. Fausto Piazza scrive di una “gratuità espressa dal dono”, ma poi scopriamo, con Marco Deriu, che Marcel Mauss lega indissolubilmente il dono alla reciprocità, sancita in modo chiaro e netto nei tre obblighi: dare, ricevere e ricambiare.
Se la reciprocità è un obbligo sul quale fa affidamento chi dà, dove sta la gratuità?…
Io credo che l’egoismo sia assolutamente inevitabile, perché insito nella nostra natura, mentre l’altruismo (che non sia solo apparente) semplicemente non esiste. Anche chi dà la vita “per gli altri” in realtà e in fondo sceglie e agisce per la propria felicità. Fino all’estremo di cercarla nella totale offerta di sè.
GIANNI ZAMPIERI - cdm.
EGOISMO E DONO
Se ben capisco, il pensiero del sig. Zampieri si può riassumere così: l’egoismo è vero, legittimo e ineluttabile, perché insito nella natura umana.
Il lettore pare dar voce all’opinione (diffusa?) che l’essere umano sia “naturalmente” egoista, e dove l’egoisimo è inteso come necessità per la sopravvivenza.
Una simile opinione mi pare frutto di una generalizzazione da cui si trae la conclusione che i comportamenti disinteressati sono l’eccezione che confermano la regola (dell’egoismo inevitabile), e che il proprio interesse si realizza per mezzo di un suo (apparente) sacrificio a quello altrui. Ora, a parte il fatto che il dato rappresentato dall’esperienza andrebbe discusso, l’attribuire ad essa un valore di necessità, appare infondato. In altre parole, non si capisce perché la “natura” umana, debba, o non piuttosto possa generare comportamenti interessati.
Non cambia i termini del problema la questione di misura posta dal nostro lettore, che contrappone a un egoismo “brutale” (assoluto) e negativo, uno “intelligente” (relativo), capace di riconoscere positivamente la necessità di dipendere dal soddisfacimento dell’interesse altrui per conseguire il proprio. Potremmo descrivere il primo atteggiamento come quello dell’uomo che taglia il ramo su cui è seduto; il secondo, invece, come quello di un uomo che sapendo di essere seduto sul ramo e di non poterlo tagliare senza cadere egli stesso, lo usa come appoggio per tagliarne un altro. In entrambi i casi gli altri sono considerati strumento per la soddisfazione di sé e l’egoismo resta in realtà assoluto.
Alla luce di queste considerazioni, si spiega come mai il nostro lettore, citando la frase di Mauss “dare assieme liberamente e per obbligo”, interpreti la libertà come pura adesione all’obbligo, con ciò riducendola alla necessità di agire secondo natura.
Viceversa che il gesto di donare non possa essere riassunto nella frase “si dà per ricevere”, lo si ricava dall’assenza di obbligo che lo caratterizza. Diversamente che nel mercato, il dono si colloca nel regno della libertà. Quando se ne desidera uno, si cerca di farlo capire agli altri in modo indiretto, proprio per evitare che si sentano in obbligo di accontentarci.
Viceversa, quando siamo noi a farlo, si tende a minimizzarne l’importanza per non far sentire in debito gli altri nei nostri confronti. Il linguaggio del dono, lungi dall’essere ipocrita, serve a liberare l’altro in permanenza dall’obbligo di reciprocità che deriva dal dono. Questo linguaggio fa in modo che la restituzione, se mai ci sarà, sarà a sua volta un dono. In sintesi, il triplice obbligo (sociale) di donare, ricevere e contraccambiare, è agito con una libertà (personale) che lo sopravanza e che configura quell’ ”uscire da se stessi” di cui parla Deriu. Precisamente ciò a cui accennavo nell’introduzione con la “gratuità espressa dal dono”.
Colgo l’occasione per rettificare le note biografiche di Marco Deriu pubblicate nel dossier. Laureato in scienze politiche e dottore di ricerca in sociologia, Deriu ha diretto la rivista Alfazeta dal 1996 al 1999. È consulente culturale per l’Assessorato ai Servizi sociali di Parma. Sta lavorando ad un “Dizionario critico delle nuove guerre”, (Emi, Bologna).
FAUSTO PIAZZA, Brescia.







