DON ROBERTO MALGESINI / PRETE DEGLI ULTIMI TESTIMONE DELLA SOLIDARIETÀ
Don Roberto Malgesini / prete degli ultimi testimone della solidarietà
P. Gabriele Ferrari SX
Tavernerio (CO), 16 Settembre 2020
La mattina di martedì 15 settembre don Roberto Malgesini, prete di Como, è stato ucciso, accoltellato, nella piazza davanti alla chiesa di San Rocco e alla casa dove abitava, da un immigrato tunisino senza fissa dimora con problemi psichici. Roberto lo conosceva bene per averlo aiutato più volte. Il vescovo di Como, Oscar Cantoni, corso sul posto, ha benedetto la salma e, dopo aver pregato con la piccola folla accorsa, ha espresso “dolore e sgomento per la morte del sacerdote, ma anche l’orgoglio della Chiesa di Como per la testimonianza di un sacerdote che ha dato la vita per Gesù attraverso gli ultimi”. In questo momento di dolore, il vescovo ha invitato la diocesi a un rispettoso silenzio e a pregare per Roberto e “anche per colui che l’ha assassinato”.
Roberto era nato a Regoledo di Cosio, in Valtellina, 51 anni fa. Ordinato prete nel 1998, era stato vicario a Gravedona, poi a Lipomo. Dal 2008 era collaboratore a San Rocco, una parrocchia unita a quella di San Bartolomeo nella comunità pastorale “Beato Scalabrini”. “Siamo umanamente colpiti dalla morte per assassinio di don Roberto – ha detto il vescovo –, ma viviamo intensamente nella fede questo drammatico lutto, nel giorno in cui celebriamo la memoria di Maria Addolorata, un giorno importante anche perché ricorre l’anniversario della morte di don Pino Puglisi”.
La diocesi di Como aveva già vissuto un dramma analogo nel 1999, quando il parroco di Ponte Chiasso, don Renzo Beretta, fu ucciso da una persona che aiutava, e il 6 giugno 2000, quando sr. Laura Mainetti fu uccisa a Chiavenna da alcune giovani da lei aiutate. “I Santi si rincorrono”, ha detto il vescovo. «Sono convinto che don Roberto sia stato un “santo della porta accanto”, per la sua semplicità, per l’amorevolezza con cui è andato incontro a tutti, per la stima che ha ricevuto da tanta gente, anche non credente o non cristiana, per l’aiuto fraterno e solidale che ha voluto dare a tutti e a questa città, che ha tanto bisogno di imparare la solidarietà, perché questo è il nuovo nome della pace».
Roberto si donava a tutti, perché – ha ricordato il vescovo, che lo conosceva dai tempi del Seminario e spesso gli raccomandava di essere prudente – era convinto che “i poveri sono la vera carne di Cristo”. Ha aperto il cuore a tutti i bisognosi, soprattutto agli emarginati senza distinzione di religione e nazionalità, per far sentire loro la tenerezza di Dio. L’hanno giustamente chiamato il “prete di strada”, il “prete degli ultimi”, titoli di onore per un prete oggi e salutare provocazione per una città che, per la sua posizione geografica, è una frontiera dove i migranti attendono la possibilità, oggi remota, di passare il confine. Arrivano qui, dopo lunghe e dolorose peregrinazioni, pieni di speranza. Ma qui la speranza spesso si spegne e molti sono costretti a vagare per la città e dormire ovunque possono stendere una stuoia o una coperta per passare la notte. L’amministrazione comunale – a maggioranza leghista – ha cercato in ogni modo di farli andar via. Tutti abbiamo visto alla tv l’assessore comunale – una donna –, che ha strappato la coperta a un migrante che dormiva sotto i portici di San Francesco.
Ma nella città ostile verso i migranti, c’è altra gente – come Roberto – che invece sente compassione e assiste questi poveri offrendo comprensione e qualcosa per sopravvivere. Assistenzialismo miope e inefficace o risposta umana e cristiana a un’emergenza reale? Roberto con la sua morte ha fatto vedere che questa è la strada cristiana, oggetto di critiche dei benpensanti, ma segno del coraggio della carità e del dono di sé fino al martirio. Roberto è stato oggetto di ammonizioni e multe da parte delle autorità civili, ma lui ha tirato dritto sulla strada della compassione e solidarietà e con il suo esempio ha incoraggiato quei volontari, giovani e adulti, cristiani e non, che come lui ogni mattina all’alba portano la colazione ai poveri che hanno passato la notte in strada. La misura della carità l’abbiamo vista nel pianto dei migranti alla notizia della morte del prete.
Roberto accompagnava dal medico chi aveva bisogno di cura e agli uffici competenti chi da solo non ce l’avrebbe fatta a sbrogliarsi nei meandri della burocrazia per avviare pratiche e regolarizzare la propria presenza. La sua piccola “panda” era un segno di speranza, la misura del suo cuore, dove caricava chiunque avesse bisogno. Era davvero il “prete degli ultimi” sempre dalla loro parte e con loro nel momento del bisogno.
Il sindaco di Como in questa circostanza ha dichiarato il lutto cittadino. È difficile mettere insieme la prassi razzista dell’amministrazione con questo segno di rispetto e apprezzamento per la morte di Roberto. C’è da sperare che il suo sacrificio sia una salutare scossa per la coscienza civica e non un pretesto per chi dice: “Vedete che avevamo ragione noi: questa gente violenta e contagiosa deve essere allontanata dalla città”. Certamente Roberto non sarebbe d’accordo e, sorridendo, continuerebbe a portare la colazione a quei poveri, che sono il volto nascosto di Gesù Cristo: “Avevo fame, ero forestiero… mi avete dato da mangiare e mi avete accolto… Venite, benedetti del Padre mio”.







