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I soldi non danno la felicità”. È la conclusione di uno studio condotto da un ricercatore della Stony Brook University, Arthur Stone, su un campione di soggetti monitorati per registrarne i cambiamenti d’umore, e pubblicato su “Science”. Ciò rivela che anche nel mondo accademico cominciano a farsi strada domande che serpeggiano nell’animo di molti di noi e che governanti miopi cercano di tacitare promettendo all’infinito un futuro di crescita:

che senso ha e fino a quando potrà durare questa giostra di produzione di cose inutili?

Sono le stesse domande da tempo poste dai critici del modello dominante, che prima nessuno si sarebbe sognato di prendere in considerazione e, meno che mai, avrebbe posto al centro di un progetto di ricerca.

Le risposte sempre più confermano le contraddizioni di quel modello. Di fronte a una società e un’economia basate sulla crescita, e ai problemi che questa comporta, si può restare passivi, o attivarsi per il cambiamento.

Volendo offrire un contributo originale ai nostri lettori, ci siamo rivolti a figure un po’ atipiche fra gli esperti in materia: l’economista Bruno Amoroso e l’ambientalista Michele Boato. A quest’ultimo, in particolare, abbiamo chiesto di delinearci le motivazioni ecologiche che spingono in direzione di un’economia della decrescita.

Inoltre, al di là di quanto è possibile e doveroso fare sul piano personale o, collettivamente, “dal basso” per indurre modificazioni nel sistema del mercato (sobrietà, nuovi stili di vita, ecc.), ci è parso valesse la pena approfondire il problema di come queste istanze possano essere assunte dalla politica agita dalle istituzioni e dalle grandi organizzazioni esistenti (partiti e sindacati). Su tale argomento intervengono sia il professor Amoroso, sia l’ex assessore all’Ambiente del Comune di Venezia, Paolo Cacciari.



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